la rivista di 










10.000 in Himalaya
una storia di guerra











 

Ecco l'apparecchio con cui sono state scattate le foto, in dimensioni reali. Ed ecco i componenti utilizzati per costruirla:

"Una scatola metallica di sigarette Waltham's, lo stagno ricavato da un tubetto di dentifricio "McLeans", l'unico di stagno tra gli altri di piombo, la candela avuta in prestito dal Cappellano con promessa solenne di restituzione immediata al rientro in Italia, il cannello ferruminatorio ricavato da una scatola di salsicce di soia, una lente minuta (4 mm)."

Per darvi un'idea del rapporto fra originale e ingrandimento, vi proponiamo alcune immagini in formato piccolo; cliccando sopra comparirà una versione più grande. Tenete conto però che il negativo era ancora più piccolo, circa 120 mmm di lato.

La giornata comincia con la "conta". Ci si avvia verso l'apposita zona.

 

I soldati avevano l'arma incatenata al corpo, in modo che se un prigioniero avesse voluto impossessarsi di un fucile per conquistare l'India, avrebbe dovuto rpendersi anche la responsabilità del relativo fuciliere.

Gli artefici del distillatore. L'apparecchio per la distillazione frazionata era stato costruito da alcuni ingegneri. Materie prime: le consuete latte delle salsicce di soia e i tubetti di dentifricio. Era perfetto ma la produzione era molto modesta. Un'intera notte occorse a sette di noi per ottenere una bottiglia d'alcool puro.

Un altro apparecchio distillatore, più piccolo, di proprietà privata. Il petrolio, dopo avermi illuminato, mi consegnava buona parte della sua energia rimanente, distillandomi l'acqua che poi mi permetteva d'offrire agli amici ottimi drink d'acqua garantita.


Uno strumento
fatto in casa

 

 

Sul camion per Nagrota. Impossibile descrivere il nostro stato d'animo.

Diecimila ufficiali italiani, quasi tutti fatti prigionieri dagli inglesi in Africa e successivamente inviati nei campi di prigionia in India, confluirono nel 1942 nel campo di concentramento di Yol, ai piedi dell'Himalaya, e lì rimasero fino al 1947, quando i sopravvissuti poterono finalmente rientrare in patria.
E' un fatto poco noto della Seconda Guerra Mondiale, ma a documentare nei particolari la vita del campo c'è oggi un eccezionale reportage fotografico, realizzato da uno dei prigionieri, Lido Saltamartini, con una minuscola macchina fotografica costruita con materiale di recupero.

"10.000 in Himalaya 1941-1947", ed. Humana, 1997

Il libro non è in vendita, ma si può richiedere all'associazione "10.000 in Himalaya", che devolverà i fondi per aiutare bambini sordo ciechi.

Lido Saltamartini
c/o Fondazione "10.000 in Himalaya"

via S.Amico 5
60030 Morro d'Alba (AN)
Tel. 0731.63982
Fax 0731.618749
Usare di preferenza l'e-mail:
associazione.himalaya@yahoo.com

Prima di arrivare a Yol, Saltamartini aveva trascorso un anno di prigionia a Bangalore, nello stato di Mysore, dove era riuscito a mettere insieme l'apparecchio e salvarlo dalla perquisizioni. Con esso, scattò duemila fotografie, che venivano nascoste all'interno di sigarette svuotate dal tabacco e nei tubetti di dentrificio; di queste 500 andarono perse mentre le altre, conservate con cura per cinquant'anni, sono state raccolte in un libro: 10.000 prigionieri in Himalaya - Tesori, orsi, idee, fughe.

L'autore è oggi un signore di 96 anni, che ha creato una Fondazione per ricordare quel periodo della sua vita e i compagni con cui l'ha condiviso, aiutando i bambini sordo ciechi.

Le foto, ingrandite da un negativo di pochi millimetri, mostrano le tende e le baracche che fungevano da alloggio ai prigionieri e gli altri servizi del campo: docce, mensa, cappella, ma anche attrezzature sportive per mantenere l'efficienza fisica, un campo da tennis e un cinema all'aperto (che proiettava un unico film, a pagamanto). L'ambiente era relativamente confortevole, se paragonato ad altri campi di prigionia, e ai prigionieri venivano concesse alcune libertà, ma "senza un'attività si finiva lentamente in preda alla disperazione. E la disperazione può portare ad errori enormi, anche letali. Era indispensabile quindi impegnarsi, avere uno scopo, un traguardo".
Ecco allora gli innumerevoli modi escogitati per passare il tempo, dalla musica alla pittura, dalla realizzazione di una rivista stampata grazie alla gelatina recuperata da una lastra di radiografia alla costruzione di incredibili "macchine": per distillare l'acqua, una turbina con caldaia e perfino una trebbiatrice di 60 centimetri.

Il trasferimento da Bangalore a Yol - 2500 chilometri percorsi in 144 ore, passando da un treno all'altro con brevi soste nelle stazioni - è documentato da una serie di foto scattate dal finestrino del treno ("Non avevamo neppure una schematica carta geografica per capire se quale strada del mondo fossimo".)

All'arrivo al Campo di Yol, la vita riprende con le consuete attività ("I lavori per creare campi ricreativi, macchine, tecnologie, conferenze scientifiche e tutto ciò che mancava. Cioè: Tutto."). Poi, dopo sei mesi, le prime uscite, con alcuni scorci del paesaggio circostante, dei Templi vicini, degli abitanti e degli animali.

Un'altra testimonianza degli anni trascorsi nel campo di Yol ci viene da Toto Fabbri, fatto prigioniero nel 1941 in Nord Africa, che vi rimase dal febbraio del '42 al 18 agosto del '46.
Nel sito di Chiamami città, rivista online della città di Rimini, potete leggere un'intervista.

Alla fine della guerra, ai prigionieri viene concessa una graduale libertà, ma entro precisi confini territoriali, e la possibilità di un ritorno appare ancora lontana, legata all'interminabile attesa di un piroscafo. Iniziano così i tentativi per procurarsi un altro mezzo, prima il progetto di costruire un piccolo aliante a motore e poi quello di acquistare una moto con agli arretrati dello stipendio accumulati negli anni di prigionia.
L'ultima foto del campo è quella del camion che si allontana, diretto verso la stazione di Nagrota; da lì il viaggio proseguirà in treno fino a Bombey e poi in piroscafo per Napoli.

Oltre ai testi che commentano le immagini, il libro contiene anche un ricordo della battaglia di Tobruk (21 gennaio 1941) in cui l'autore venne fatto prigioniero.