la rivista di 










Tutto l'oro che c'è in fondo al mare
di Federico Pedrocchi















C'è chi si è spinto ad affermare che i relitti custoditi dai fondali di mari e oceani sarebbero, calcolando il tutto a partire da circa 3000 anni fa, più di tre milioni. Questo genere di cifre lasciano sempre un po' perplessi: come diavolo vengono calcolate? Registri di navigazione con dati attendibili si hanno a partire dall'epoca delle prime grandi navigazioni, ovvero intorno alla fine del 1400. Sui dati relativi alle navi fenicie affondate nel 600 a.C. sembra doveroso dubitare.
Eppure è fuor di dubbio che nella quiete delle profondità marine le navi siano tante; se tre milioni non sono una cifra rigorosamente calcolata, sono però assolutamente verosimili.

Il 12 settembre del 1857 la nave da trasporto Central America affondò al largo della Carolina del Nord, a causa di un uragano. Con una scelta di assoluta imprudenza, 60 banche nord americane avevano stipato la nave di lingotti e monete d'oro, per un valore complessivo intorno ai 200 milioni di dollari. Finirono tutti in fondo al mare e con essi, purtroppo, anche 425 persone che si trovavano a bordo.
E qui sta il punto. In tremila anni, quanto oro è finito in fondo al mare? Quante pietre preziose? Non solo: quanti reperti, di grande valore archeologico e artistico? Anche in q
uesto caso possiamo dire che la mancanza di una valutazione precisa non ci allontana dalla sensazione che immense siano le ricchezze custodite sotto le onde.
Ma una cosa vale tanto se rendere "praticabile" tale valore non richiede costi che lo travalicano. Alcune regioni italiane, per esempio, sono ricchissime di oro, ma si tratta di una presenza molto dispersa: per recuperare un grammo bisognerebbe movimentare 5 tonnellate di terra. Non conviene.

La svolta nelle tecnologie di perlustrazione dei fondali è arrivata dagli AUV, Autonomous Underwater Vehicle, ovvero veicoli che non hanno bisogno di essere guidati da umani né di un controllo in remoto, ovvero da una nave in superficie. Gli AUV sono in grado di fare da soli il lavoro, come già avviene per alcune sonde spaziali inviate su pianeti come Marte. La diminuzione dei costi è notevole ma anche l'efficienza sale perché gli AUV sono molto più rapidi nella navigazione e nel rilevamento. Qui vediamo una illustrazione di Xanthos, un AUV messo a punto dal MIT di Boston. C'è un web che descrive Xanthos ed altri suoi "colleghi".

Segue