"In
principio" era già apparso nel 1993 ed esce oggi
in una nuova versione arricchita di oltre 1000 incipit

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Come
dice Umberto Eco nella sua prefazione:
"Questo libro serve a molte cose".
Stiamo parlando di "In principio", di Giacomo Papi e
Federica Presutto, edizioni Baldini & Castoldi.
Quello
che segue potrebbe
essere un racconto, e invece è una zuppa creata mescolando
le prime righe di alcuni romanzi, scelti tra i 2001 della raccolta.
Potrebbe
essere anche un gioco, e così ve lo proponiamo: provate
a indovinare i romanzi citati e, se non ci riuscite, fermatevi
con il mouse sul numero finché non comparirà la
soluzione.
Antipasto
Questo
capitolo, il primo, ha unicamente lo scopo d'impedire che l'opera
cominci con il secondo.
Tra i molti problemi che assalgono un romanziere,
la scelta del momento in cui cominciare il suo romanzo non è il
meno grave.
Da dove comincio?
Potrei cominciare dal mio nome, ma lasciamo perdere, perché sprecare
tempo? È un particolare senza importanza in questa città di dodici
milioni di nomi.
Le otto di sera. Per milioni di persone, ognuno
nel suo abitacolo, nel piccolo mondo che si è creato o che subisce,
una giornata ben determinata volge al termine, fredda e nebbiosa,
quella di mercoledì 3 febbraio.
Sì,
tutto potrebbe iniziare così, qui, in questo modo, una maniera
un po' pesante e lenta, nel luogo neutro che appartiene e a tutti
e a nessuno, dove la gente s'incontra quasi senza vedersi, in
cui la vita dell'edificio si ripercuote, lontana e regolare.
Un
edificio grigio e pesante di soli trentaquattro piani.
È cominciato così. Io, io non avevo proprio detto nulla. Nulla.
È stato Arthur Ganate a farmi parlare.
Era un paio di centimetri o tre sotto il metro e ottanta, molto
robusto di corporatura, e vi arrivava dritto incontro a testa
avanti, rientrando un poco le spalle, con uno sguardo fisso da
sotto in su che faceva pensare alla carica di un toro.
Gli ho detto: "Dimmi la verità", e ha detto: "quale verità", e
disegnava in fretta qualcosa nel suo taccuino e m'ha mostrato
cos'era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo
nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto.
Gli ho sparato negli occhi.
Era morto e stecchito, quell'uomo. Giaceva sul pavimento, in pigiama,
il cervello spappolato sul tappeto, e stringeva in mano la rivoltella .
Era l'ultima lite, almeno questo era chiaro.
Se avete sparato a un uomo, e l'avete ammazzato, avete in una
certa misura chiarito il vostro atteggiamento verso di lui. Avete
dato una risposta definita a un problema definito. Nel bene e
nel male, avete agito in maniera decisiva. In un certo senso,
la mossa successiva sta a lui. 
Il venerdì 13 ottobre 1820 fui arrestato a Milano, e condotto
a Santa Margherita.
Un giorno, inquadrati per tre e con le scarpe lucide, come se
fosse un normale servizio, una corvée, ci portarono al castello
di Oria.
Ci trasferirono di notte.
Il mio vero nome è così noto negli archivi o registri di Newgate
e dell'Old Bailey, e ci sono ancora in sospeso riguardo la mia
condotta personale cose di una tale gravità che non si può pretendere
che riporti qui il mio nome o la storia della mia famiglia; forse
questi particolari si verranno a sapere meglio dopo la mia morte;
per il momento non sarebbe davvero conveniente, anche se concedessero
un'amnistia generale, pur senza eccezione di persone e di crimini.
Signor
giudice, vorrei tanto che un uomo, un uomo solo, mi capisse. E
desidererei che quell'uomo fosse lei.
Condannato a morte! Sono cinque settimane che abito con questo
pensiero, sempre solo con lui, sempre agghiacciato dalla sua presenza,
sempre curvo sotto il suo peso!
Ero spossato, spossato a morte da quella lunga agonia, e, quando,
finalmente, mi slegarono e mi fu permesso di sedere, sentii che
i sensi mi abbandonavano. La sentenza, l'orribile sentenza di
morte, fu l'ultima frase che mi giunse distintamente all'orecchio.
Comunque, fra poco sarò morto del tutto, finalmente.
"Uuuuhhh! Guardatemi, sto morendo."
Mi
chiamo Jared e sono un fantasma.
È ormai tempo che mi dedichi al mio problema  .
Sono morto da più di vent'anni, ma ancora non so staccarmi dalla
città.
Abito a villa Borghese. Non un granello di polvere, non una sedia
fuori posto. Siamo soli e siamo morti. 
C'erano
una volta alcuni morti che sedevano insieme, nell'oscurità; dove,
non sapevano - forse, in nessun luogo. Ma sedendo, discorrevano
per far sì che l'eternità trascorresse.
Il sole splendeva, senza possibilità di alternative, sul niente
di nuovo.
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