Parigi,
4 novembre 1958
Il
vecchio albergo dove abito, sulla riva sinistra della Senna,
è frequentato principalmente da scrittori, da studiosi
convenuti a Parigi per conferenze e congressi, da artisti e
giornalisti. L'albo d'oro della direzione - nel quale, tra preziosi
autografi figurano disegni di Braque, battute di Strawinski,
versi di T.S.Eliot - è tanto imponente che Tennessee
Williams, dopo averlo scorso, è stato preso da una inconsueta
crisi di modestia ed ha scritto in un angolo (forse ironicamente):
"Sono orgoglioso di trovarmi in tale compagnia". Ma
nei saloni a pianterreno è raro incontrarne qualcuno.
Si tratta di gente di mezza età, di gente anziana, misantropa,
che, rientrando, ritira la posta - sempre voluminosa - e corre
a rifugiarsi in camera.
Il personale ha preso dimestichezza con questa clientela bizzarra,
che lavora ad ore inconsuete, che non vuole essere disturbata.
Sa che, riordinando le camere, bisogna spolverare delicatamente
le carte, senza spostarle. Ieri la cameriera mi ha detto, sorridendo:
"Ormai una camera senza libri, senza macchina da scrivere,
mi sembra priva di vita". E' una donna anziana che lavora
da quando aveva tredici anni. Le ho domandato se avesse voglia
di riposarsi: "Ah, no!", mi ha risposto energicamente:
"Gli uomini, per distrarsi, hanno il foot-ball, il caffè,
la televisione: io ho il diritto di avere il mio lavoro
Qui
passa tanta gente, si vedono tante facce nuove, è come
stare a teatro".
Dalle tasche del suo grembiule spuntano articoli, fotografie
di clienti, ritagliate dai giornali. Alcuni, ella mi spiega,
hanno nell'albergo la loro stabile residenza. Poi mi dice: "Le
mie amiche che lavorano in case private si lamentano che i signori
sono sempre di cattivo umore. Strano", osserva, "la
gente che vive in albergo sembra sempre serena, contenta
L'anno
scorso, sul mio piano, c'era un signore che abita a Parigi ma
che scriveva una commedia e veniva qui per lavorare tranquillo
Avesse
visto con che faccia apriva la porta della camera! Se sarebbe
detto che avesse un appuntamento con una donna", ha aggiunto
maliziosa.
5
novembre 1958
Il
Don Giovanni di Henri de Montherlant, rappresentato iersera al
teatro dell'Athénée, è stato fischiato proprio
da quel pubblico borghese, cui, forse con troppa disinvoltura,
era stato destinato.Eppure il parigino va a sentire le nuove commedie
francesi come se dal buon successo di esse dipendesse il suo prestigio
personale. Prende posto, fiducioso, pieno di benevolenza, e non
pregusta, (come, invece, avviene spesso da noi) la gioia del fiasco
che lo farà tornare a casa soddisfatto di essersi reso
conto che i propri connazionali noti nel campo artistico, tirate
tutte le somme, valgono poco o nulla.
Il pubblico femminile, forse memore di un crudele romanzo di Montherlant,
Pietà per le donne, era il più accanito. All'uscita,
ho udito una signora dire sdegnosamente e non senza soddisfazione:
"L'errore è soprattutto nel titolo
Sì,
la ridicola vicenda di questo malinconico libertino di provincia,
che si esprime nel linguaggio dei fumetti, avrebbe dovuto intitolarsi
"Pietà per gli uomini" ".
Stasera, rincasando, ero gelata. E, prima di salire in camera,
sono entrata nel bar per bere un grog.
Lì, seduti a fianco sul divano, ho scorto gli interpreti
di una clamorosa vicenda d'amore, da un paio d'anni stabilitisi
a Parigi. Subito, osservandoli, ho avuto una stretta al cuore.
Non parlavano più animatamente, l'uno rivolto verso l'altra
per non perdere una parola, uno sguardo, come li avevo visti l'anno
scorso. Allora, il loro fervido discorrere, il saluto breve, quasi
distratto, che m'avevano rivolto per evitare che andassi a salutarli,
interrompendo il loro colloquio, avevano suscitato in me una benevole
invidia. Ora, invece, tacevano. Lui tamburellava con le dita sul
tavolino e lei girava lo sguardo attorno cercando qualcosa che
potesse interessarla. Quando sono entrata hanno scorto in me un
provvidenziale diversivo. Ma, sebbene m'invitassero con aperti
sorrisi, non mi sono avvicinata per non essere costretta a rendermi
conto che la loro passione era decaduta in un placido affetto
soffuso di noia. Oltretutto, mi sembrava che la loro condizione
di amanti li condannasse a una finzione della quale i coniugi
possono fare a meno. Infatti mentre gli estranei non esitano a
invadere la solitudine delle persone sposate, loro due sono ancora
circondati da quella discrezione che è il massimo segno
di rispetto tributato dalla società agli amanti. Capivo,
insomma, che essi devono ancora fingere di trovarsi meglio soli
che in compagnia e che, se frequentano qualcuno, debbono ancora
considerarlo complice del loro amoroso segreto.
E' stato proprio con aria di complicità che egli è
venuto ad invitarmi al loro tavolino. Quando li ho raggiunti ho
notato ancora una volta quanto siano abili le donne nell'inventare
il personaggio di se stesse in cui vogliono vedersi raffigurate.
Ella mi ha accolto come se fosse stata sorpresa in uno dei loro
antichi colloqui clandestini e, arrossita, fissava il suo compagno
con uno sguardo che imitava perfettamente quello di un tempo.
Ma lui, ingenuamente, confermava i miei sospetti, chiamandola
"Topolino" e usando, nel parlarle, un gergo bamboleggiante,
inadatto alla loro ardita condizione. Lei sorrideva, soddisfatta,
mentre io consideravo che la sostituzione del linguaggio serio,
e talvolta anche brusco e violento, degli amanti - sempre desiderosi
di mostrarsi nel loro aspetto più forte, più maturo
- con quelle blandizie infantili manifestava un ritorno all'innocenza,
e, dunque, all'indifferenza nel campo sessuale.
Poi, diretta al telefono, passò una ragazza alta, splendida,
dai capelli tinti di rosso fiamma secondo l'ultima moda; le gambe,
lunghe e piene, si disegnavano sotto la stretta gonna.
"Belle gambe", io dissi. "Bellissime", rafforzò
la mia amica, guardando il suo compagno per averne conferma. "Sì",
egli ammise senza convinzione, e poi aggiunse con una smorfia;
"Sembrano belle a causa dei tacchi molto alti". Si discusse,
allora, di quali tacchi giovino maggiormente alla figura femminile.
"A me stanno meglio i tacchi bassi o quelli alti?",
domandò lei con voluta noncuranza. Egli pensò un
momento, poi disse, teneramente: "A te sta bene tutto".
Io salutai, adducendo una scusa. Mi domandavo se, dopo quell'episodio
e quella frase, anche lei avesse capito che il loro grande amore
era finito, che egli era sul punto di tradirla o, forse, l'aveva
già tradita.
10
novembre 1958
Il quartiere
generale di Saint Germain -des-Prés, un tempo riservato
alla più gelida e impenetrabile aristocrazia, è
ancora il luogo d'incontro preferito di quelli che, oggi, dal
titolo di un fortunato libro pubblicato recentemente in Inghilterra,
sono chiamati Les jeunes gens en colére. Ma le "collere"
di coloro che appartengono, od aspirano ad appartenere al mondo
letterario, sono collere tutte dialettiche, e, dunque, poco turbolente.
In questo triste mese di novembre, il grigio uniforme delle case,
degli asfalti, degli impermeabili, è lucido di pioggia.
Tuttavia proprio nel mese dei morti il quartiere di Saint Germain,
dove le più famose case editrici parigine hanno la loro
sede, s'anima di una vita nuova. I furgoncini che distribuiscono
i libri vanno e vengono rapidamente, mentre ciclisti sfiniti recapitano
le copie destinate ai critici, i telefono sono sempre occupati,
le centraliniste e gli addetti agli uffici stampa ingoiano pillole
stimolanti.
Spesso, infatti, è questa stagione che decide del bilancio
annuale di una casa editrice. Per quanto riguarda i libri francesi
il premio "Goncourt" assicura al vincitore una vendita
di 200.000 copie, il premio "Foemina" 100.000. Minori,
ma ugualmente importanti, sono le vendite dei libri che vincono
il premio "Renaudot" e il premio "Interallié".
Tutto ciò dipende da critici e da scrittori, alcuni divenuti
potentissimi solo perché componenti di una giuria, che
vanno conquistati diplomaticamente, ad uno ad uno, secondo il
carattere, i gusti, le tendenze politiche, le amicizie o - poiché
la giuria del "Foemina" è composta da donne -
il sesso.
In novembre questo quartiere poco mondano s'abbandona ad un'orgia
di cocktails. L'editore anfitrione, in piedi sulla porta, accoglie
cinque, seicento ospiti con la sorridente infaticabilità
di un esperto ambasciatore. Nelle sale i suoi fidi sono attenti
a cogliere ogni colloquio, a interpretare un tono di voce, una
stretta di mano come un segno di indifferenza o di complicità.
In gruppo, riuniti da una timidezza più forte della reciproca
ostilità, i giovani in collera fissano ogni critico, ogni
scrittore, con uno sguardo ove l'odio e il disdegno che provano
verso i rappresentanti delle precedenti generazioni, assume l'intensità
disperata dell'amore. Per loro il premio non vuol dire, come da
noi, soltanto la possibilità di sopravvivere durante qualche
mese e di cominciare un nuovo romanzo, ma anche l'acquisto di
una casa, talvolta il matrimonio, la somma necessaria alle esose
buonuscita richieste per gli appartamenti, il frigorifero e la
macchina utilitaria.
Trepidano, insomma, sperando di poter finalmente spegnere la loro
collera in una spregiudicata, ma confortante, sicurezza di benestanti
arrivati.
|