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Moby Dick in acque dolci
di Cristina Meneguzzo















Le chiamano acque dolci, ma possono riservare amare sorprese per gli "infiltrati". Soprattutto se chi le naviga è un cetaceo… Qualcuno riesce pure a integrarsi, anche se, dopo un lungo e scrupoloso adattamento, la sua presenza rischia di essere messa in discussione dall'onnipresente colonizzazione dell'uomo, mammifero con il quale è arduo convivere.

I destrieri degli dei

Tra i delfini che sguazzano nelle acque fluviali, il baiji del fiume Yangtze in Cina è quello che si dibatte nelle più serie difficoltà. Speranza di vita alla nascita: 25 anni, nel senso che tra un quarto di secolo si prevede la totale estinzione di questo "destriero degli dei", protagonista di antichi miti, emerso dalla acque leggendarie nel 1916 per essere battezzato "Lipotes vixillifer".


Per il baiji fu alla fine degli anni '50 che iniziarono i primi problemi: le carni risultavano appetibili per la popolazione in crescita, il suo grasso si rivelò un buon rimedio per le scottature e persino la pelle poteva essere venduta a buon prezzo alle nuove concerie locali. Nei decenni successivi la costruzione degli sbarramenti per lo sfruttamento idroelettrico dello Yangtze rese ardua la risalita del corso per la riproduzione, e l'inquinamento decimò la fauna del fiume, riducendo drasticamente le riserve di cibo a disposizione del baiji. Oggi i pochi superstiti devono vedersela con pescatori armati di bombe, messi al bando dal governo che, nel tentativo di proteggere i delfini, ambiguamente condanna la pesca "a mano armata", mentre sovvenziona la costruzione delle dighe.
I baiji rimasti, infine, non hanno visibilità sufficiente, rispetto alle altre specie protette. Il povero, ma ormai famoso, panda si accaparra la simpatia dell'opinione pubblica, mentre i baiji rischiano di trasformarsi da "fossili viventi" in cari estinti.

Acque sacre e infide

Nelle acque limacciose del Gange e del Brahmaputra, un delfino cieco dà la caccia a gamberetti. Ogni tanto, nei bassi fondali, nuota su un fianco e "ara" il letto del fiume con la pinna laterale per stanare le prede. In mancanza di gamberi, ripiega su piccoli pesci (sempre più rari nelle acque sacre). Quando respira emette un suono simile a uno starnuto, che gli ha guadagnato il nomignolo onomatopeico di "Susu". In realtà il delfino cieco del Gange è iscritto all'anagrafe come Platanista gangetica.
L'area attraversata dal sistema fluviale Gange- Brahmaputra- Meghna ospita circa 300 milioni di persone, per lo più sotto la soglia di povertà. I delfini invece sono stimati attorno ai 1500 esemplari. L'olio che se ne ricava fa bene ai reumatismi e soprattutto, assieme alle interiora, viene gettato nelle acque del fiume per attrarre i pesci che finiscono poi in padella. Il 2001 è stato un'ottima annata per l'olio: depositi di fango hanno frammentato il corso fluviale, intrappolando branchi di delfini e trasformandoli in facili prede. A cose fatte, però, l'opinione pubblica è stata sensibilizzata e ora è in atto una campagna per salvare il salvabile, con risultati incoraggianti. Infatti, l'olio di fegato di squalo distribuito ai pescatori sembra funzionare meglio di quello di delfino. Più difficile, invece, ridurre l'inquinamento dovuto all'industrializzazione dell'area.



Dagli anni '30 e più massicciamente negli anni '70 furono costruite dighe e sbarramenti anche lungo l'Indo, nella regione pachistana del Sind, isolando gruppi di delfini dell'Indo (Platanista minor). Abituati a risalirne il corso durante i monsoni e a ridiscendere durante la stagione secca, questi animali videro sconvolte le loro abitudini. La pesca completò il quadro, rendendo il delfino locale uno dei mammiferi più rari.

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