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Le
chiamano acque dolci, ma possono riservare amare sorprese per
gli "infiltrati". Soprattutto se chi le naviga è
un cetaceo
Qualcuno riesce pure a integrarsi, anche se,
dopo un lungo e scrupoloso adattamento, la sua presenza rischia
di essere messa in discussione dall'onnipresente colonizzazione
dell'uomo, mammifero con il quale è arduo convivere.
Tra
i delfini che sguazzano nelle acque fluviali, il baiji
del fiume Yangtze in Cina
è quello che si dibatte nelle più serie difficoltà.
Speranza di vita alla nascita: 25 anni, nel senso che tra un quarto
di secolo si prevede la totale estinzione di questo "destriero
degli dei", protagonista di antichi miti, emerso dalla acque
leggendarie nel 1916 per essere battezzato "Lipotes
vixillifer".
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Per
il baiji fu alla fine degli anni '50 che iniziarono i primi problemi:
le carni risultavano appetibili per la popolazione in crescita,
il suo grasso si rivelò un buon rimedio per le scottature
e persino la pelle poteva essere venduta a buon prezzo alle nuove
concerie locali. Nei decenni successivi la costruzione degli sbarramenti
per lo sfruttamento idroelettrico dello Yangtze rese ardua la
risalita del corso per la riproduzione, e l'inquinamento decimò
la fauna del fiume, riducendo drasticamente le riserve di cibo
a disposizione del baiji. Oggi i pochi
superstiti devono vedersela con pescatori armati di bombe,
messi al bando dal governo che, nel tentativo di proteggere i
delfini, ambiguamente condanna la pesca "a mano armata",
mentre sovvenziona la costruzione delle dighe.
I
baiji rimasti, infine, non hanno visibilità sufficiente,
rispetto alle altre specie protette. Il povero, ma ormai famoso,
panda si accaparra la simpatia dell'opinione pubblica, mentre
i baiji rischiano di trasformarsi da "fossili
viventi" in cari estinti.
Nelle
acque limacciose del Gange
e del Brahmaputra,
un delfino cieco dà la caccia a gamberetti. Ogni tanto,
nei bassi fondali, nuota su un fianco e "ara" il letto
del fiume con la pinna laterale per stanare le prede. In mancanza
di gamberi, ripiega su piccoli pesci (sempre più rari nelle
acque sacre). Quando respira emette un suono simile a uno starnuto,
che gli ha guadagnato il nomignolo onomatopeico di "Susu".
In realtà il delfino cieco del Gange è iscritto
all'anagrafe come Platanista gangetica.
L'area attraversata dal sistema fluviale Gange- Brahmaputra- Meghna
ospita circa 300 milioni di persone, per lo più sotto la
soglia di povertà. I delfini invece sono stimati attorno
ai 1500 esemplari. L'olio
che se ne ricava fa bene ai reumatismi e soprattutto, assieme
alle interiora, viene gettato nelle acque del fiume per attrarre
i pesci che finiscono poi in padella. Il 2001 è stato un'ottima
annata per l'olio: depositi di fango hanno frammentato il corso
fluviale, intrappolando branchi di delfini e trasformandoli in
facili prede. A cose fatte, però, l'opinione pubblica è
stata sensibilizzata e ora è in atto una campagna
per salvare il salvabile, con risultati incoraggianti. Infatti,
l'olio di fegato di squalo distribuito ai pescatori sembra funzionare
meglio di quello di delfino. Più difficile, invece, ridurre
l'inquinamento dovuto all'industrializzazione dell'area.

Dagli
anni '30 e più massicciamente negli anni '70 furono costruite
dighe e sbarramenti anche lungo l'Indo, nella regione pachistana
del Sind, isolando gruppi di delfini
dell'Indo (Platanista minor).
Abituati a risalirne il corso durante i monsoni e a ridiscendere
durante la stagione secca, questi animali videro sconvolte le
loro abitudini. La pesca completò il quadro, rendendo il
delfino locale uno dei mammiferi più rari.
Segue
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