Intervista
a Brian Baldwin,
Amministratore di Tristan da Cunha
di
Guido Belli
Il 14 marzo 2000 ho chiamato Brian Baldwin al telefono per
registrare un'intervista. È stata un'emozione. Concordare l'intervista,
l'ora e il giorno, è stato di una facilità sorprendente. Mi ero preparato
ad affrontare la naturale ritrosia di chi vive "fuori dal mondo" e
in qualche modo non ha desiderio che il mondo si impicci nei suoi
affari. Sapevo anche, dalle letture e dai consigli di Guido Lombardi,
che i Tristanian non desiderano che si dia di loro un'immagine romantica,
o che la condizione di isolamento nella quale si trovano susciti sentimenti
pietistici nei quali non riconoscono la loro scelta di vita. Da qui
una certa diffidenza verso gli stranieri. Diffidenza ben giustificata
anche dalla storia.
Pensando
alle domande da fare a Brian, ritornavo con la mente alla lettera
per il Segretario di Stato per le Colonie del governo inglese riportata
negli Annali di Tristan di Faustini. Alla fine del 1884, il governatore
dell'isola Peter W. Green la affidò al capitano della nave che portava
a Simonstown, Sudafrica, il reverendo Dodgson dopo che questi aveva
trascorso quattro anni su Tristan. La lettera fu scritta in uno dei
momenti più bui e difficili della storia dell'isola, quando i passaggi
delle navi erano diventati molto rari e la popolazione dell'isola
viveva in condizioni da fame. Il governatore si lamenta del fatto
che Dodgson avesse accusato gli abitanti dell'isola di essere peccatori
e di vivere in condizioni di abbrutimento tali da diventare l'anello
mancante tra uomo e scimmia, come se l'evoluzione procedesse anche
a ritroso. Green, olandese di origine, naufragato nel 1836 sull'isola,
capostipite di una delle 7 famiglie che ancora oggi la popolano, esprime
l'orgoglio di chi sa di essere nel giusto di fronte alle pesanti affermazioni
del reverendo, uomo del mondo esterno e forse poco incline a comprendere
la natura dei Tristanian.
Io,
Peter Green, sono stato qui per più di 48 anni, mia moglie è sull'isola
da più di 57: non abbiamo tutto quello che vogliamo, ma non è lo stesso
in Inghilterra? Dobbiamo accettare i periodi buoni e quelli cattivi…
I miei figli e le mie figlie sono tutti sposati; ho due figlie sposate
a Cape Town […] Abbiamo ricevuto una borsa con delle carte e una pubblicazione
nella quale il reverendo Dodgson dice di noi che siamo peccatori,
che andremo all'inferno […] Io piuttosto preferirei rimanere qui come
suddito britannico che lasciare Tristan come suddito di Satana… [Il
reverendo dice anche] che noi diventeremo il nuovo anello mancante
nella catena darwiniana tra l'uomo e la scimmia. Io credo che io o
i miei assomigliamo ad una scimmia non di più di Mr Dodgson…

Contrariamente a ogni mio timore, tutto si è svolto in modo
molto semplice e veloce. Un rapido scambio di messaggi elettronici,
una prima telefonata per conoscersi, e poi l'intervista. Parlando
con Brian ho cercato di seguire due direzioni. La prima cosa che mi
incuriosiva era la vita quotidiana a Tristan: volevo sapere qualcosa
di più di che cosa succede sull'isola in un giorno qualsiasi. La seconda
riguardava il modello sociale di Tristan. Insomma, volevo capire come
il valore della solidarietà su cui si basa il patto sociale resiste
in un contesto nel quale la competizione e la logica del mercato sono
diventati i valori dominanti, sempre più universalmente riconosciuti
come positivi. Ascoltate la telefonata e anche voi ne saprete di più!
Un'ultima
considerazione. Tristan da Cunha suscita sentimenti profondi perché
rappresenta un'isola interiore, un luogo dello spirito appartenente
a una geografia mitologica. Finita la telefonata con Brian Baldwin,
insieme a Federico Pedrocchi, improvvisatosi tecnico del suono e regista,
abbiamo riguardato un po' sconvolti la mappa riportata sulla quarta
di copertina del libro di Anna Lajolo e Guido Lombardi. Vi è rappresentato
l'Oceano Atlantico nella sua estensione da nord a sud, e si può apprezzare
la distanza che separa l'Italia da Tristan. Insieme l'abbiamo calcolata:
grosso modo un quarto della circonferenza terrestre. Ci siamo ripetuti
increduli che avevamo parlato con qualcuno che si trova laggiù. Non
abbiamo avuto il coraggio di confessarci vicendevolmente il dubbio
di aver invece parlato con l'isola che non c'è.