| Il
Papa e l'eutanasia |
La Chiesa
cattolica è da tempo intervenuta in tema di eutanasia.
Si possono ripercorrere i temi principali di tale insegnamento
leggendo un brano dell'enciclica Evangelium vitae sul valore
e l'inviolabilità della vita umana di Papa Giovanni Paolo
II, del 25 marzo 1995, al n. 66: "Anche se non motivata
dal rifiuto egoistico di farsi carico dell'esistenza di chi
soffre, l'eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi
una preoccupante "perversione" di essa: la vera "compassione",
infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui
del quale non si può sopportare la sofferenza. [...]
"La scelta dell'eutanasia diventa più grave quando
si configura come un omicidio che gli altri praticano su una
persona che non l'ha richiesta in nessun modo e che non ha mai
dato ad essa alcun consenso. Si raggiunge poi il colmo dell'arbitrio
e dell'ingiustizia quando alcuni, medici o legislatori, si arrogano
il potere di decidere chi debba vivere e chi debba morire. [...]
"Così la vita del più debole è messa
nelle mani del più forte; nella società si perde
il senso della giustizia ed è minata alla radice la fiducia
reciproca, fondamento di ogni autentico rapporto tra le persone".
Eutanasia
e cattolicesimo in pillole
La
condanna morale dell'eutanasia è netta, severa e senza
eccezione alcuna, in linea con tutta la tradizione cristiana,
solennemente riconfermata nel Concilio Vaticano II (...): "Nessuno
può autorizzare l'uccisione di un essere umano innocente
( ... ). Nessuno può richiedere questo gesto omicida
per se stesso o per un altro ( ... ), né può acconsentirvi.
Nessuna autorità può legittimamente imporlo né
permetterlo".
(...)
Quanto all'uso di analgesici aventi come effetti collaterali
la perdita di coscienza del paziente, e anche un accorciamento
di durata della vita, la più completa formulazione della
dottrina della Chiesa rimane tuttora quella espressa da Pio
XII, nel suo discorso del 24 febbraio 1957, e di cui la Dichiarazione
richiama solo l'essenziale. (...) Può considerarsi quasi
principio basilare di partenza l'affermazione generale di un
vero e proprio "obbligo morale di non privarsi della coscienza
di sé senza vera necessità". E ciò
perché nell'essere cosciente e libero sta la qualità
propriamente umana del nostro agire. Ne segue che, trattandosi
di morenti afflitti da sofferenze atroci e prolungate, in assenza
di ogni altra terapia antalgica efficace, "la narcosi che
importa una diminuzione o una soppressione della coscienza è
permessa dalla morale naturale ed è compatibile con lo
spirito del Vangelo" (...). Ma "l'anestesia usata
(...) al solo scopo di evitare al malato una fine cosciente,
sarebbe non già una notevole conquista della terapeutica
moderna, ma una pratica veramente deplorevole".
In rapporto a tutti gli effetti collaterali di certe terapie
antalgiche, resta di viva attualità il monito che Pio
XII pone verso la fine del suo discorso: "Bisogna porsi
dapprima la domanda se lo stato attuale della scienza non permetta
di ottenere lo stesso risultato con l'uso di altri mezzi".
(...)
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Nella
valutazione etica del ricorso ad analgesici, la Dichiarazione della
Congregazione per la Dottrina della Fede non contiene dunque elementi
nuovi rispetto agli insegnamenti di Pio XII. Appartengono agli anni
successivi alla morte di questo grande Pontefice (1958) gli sviluppi
delle moderne tecniche rianimative e di terapia intensiva, allora
appena agli inizi. (...) Di questi problemi nuovi si è occupata
la Dichiarazione nel paragrafo IV. Valorizzando e affinando la dottrina
tradizionale circa i mezzi terapeutici ordinari e straordinari,
con i relativi principi etici di obbligatorietà dei primi
e non dei secondi, si giunge coerentemente a stabilire alcuni criteri
morali. Si possono vedere tutti contenuti, almeno implicitamente,
in questo: "E' sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali
che la medicina può offrire". (...) Esplicitando telegraficamente
la normativa conseguente a quel criterio morale, si delinea con
chiarezza che a chi è ormai inevitabilmente prossimo a morire:
- è sempre lecito rifiutare di sottoporsi a terapie, oppure
chiedere di interromperle, quando superano il livello di "mezzi
normali";
- ma è altrettanto lecito il contrario;
- mai invece è lecito rifiutare le cure normali, la loro
omissione infatti causerebbe la morte.
Altra formulazione, insieme sintetica e chiarificatrice, della posizione
della Chiesa su questo problema, è quella contenuta nel documento
del Pontificio Consiglio "cor unum": Questioni etiche
relative ai malati gravi e ai morenti (27 giugno 1981) (...). "Non
c'è obbligo morale di ricorrere a mezzi straordinari ( ...
). Rimane invece l'obbligo stretto di proseguire a ogni costo l'applicazione
dei mezzi cosiddetti 'minimali', di quelli cioè che normalmente
e nelle condizioni abituali sono destinati a mantenere la vita (alimentazione,
trasfusioni di sangue, iniezioni ecc.). Interromperne la somministrazione
significherebbe in pratica voler porre fine ai giorni del paziente"
(n. 2. 4. 4).
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