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Intervista a Vincenzo Sparagna
foto di Cesare Dagliana











 

 


Il vostro viaggio in Afghanistan era una provocazione surreale contro l'occupazione sovietica, ma già nella vostra cronaca si notava la difficoltà di individuare e praticare una via politica unitaria per arrivare al dopo occupazione. Però tutti i gruppi della Resistenza vi avevano appoggiato in modo unitario. Che cosa secondo te era necessario fare, da parte dei governi occidentali, per trovare una soluzione "diversa" da quella che ha aperto le strade alla situazione attuale?


Deans Hotel di Peshawar, in Pakistan. Vincenzo Sparagna e Savik Shuster osservano divertiti la risata di Ruhani Wardak, uno dei più attivi capi mujaheddin del Fronte Islamico Nazionale, l'alleanza che conserva buoni rapporti con l'ex re Zair Shah.

La difficoltà è che la politica estera europea, italiana ecc. non è costruita su progetti di medio/lungo periodo, ma quasi esclusivamente sulle necessità e le evoluzioni del momento. La crisi afgana colse, come tutte le crisi, del tutto impreparate le diplomazie internazionali, ed anche quelle europee. Si sarebbe potuto fare molto di più, ma le poche e frettolose delegazioni politiche che andavano in Pakistan erano più che altro interessate a favorire (spesso solo a parole) qualsiasi cosa andasse contro la politica sovietica e mettesse in crisi il Grande Satana rosso. Il resto erano dettagli locali, considerati secondari.
Così non venne fatto alcuno sforzo, non militare, ma civile, per aiutare davvero i profughi e nessun sostegno reale, né militare, né finanziario, né politico, né medico, culturale ecc. venne dato alle forze politiche ribelli afgane in esilio a Peshawar. Le pochissime armi venivano spesso, come scrivemmo anche allora, spacciate e rivendute ai mercati neri della frontiera. E salvo qualche amico saudita e/o britannico/islamico nessuno dava soldi per armarsi o altro.


Il comandante del reparto speciale incaricato delle operazioni a Kabul Nahi Bdyn, di 28 anni, mostra la scheggia che ha ucciso due donne.

Questo spiega la crescente e poi totale diffidenza degli afgani in genere verso questi "pseudoamici" che non facevano nulla per aiutarli a combattere l'invasione. La nostra "operazione" venne accolta con favore da tutti i gruppi della resistenza, pur divisi tra loro. Li unificava il fatto che fosse diretta, a parte il modo originale psico-bellico, contro il comune nemico sovietico, senza reticenze o strumentalismi di parte. Non avevamo né "secondi fini", nè "altri amici", che la resistenza stessa (e la dissidenza sovietica in esilio).

Ragionando con il "senno di poi", avevi allora notato degli elementi che lasciavano intravedere la deriva politica che avrebbe portato al governo dei Talebani?

La violenza con la quale i sovietici cercavano di sradicare la locale cultura islamica, le abitudini tribali ecc. lasciava capire come crescesse nel profondo di una popolazione (che la guerra aveva smosso come la sabbia di un lago mai agitato) una rabbia e un desiderio di ritorno al passato che aveva qualcosa di irresistibile. Ci sarebbe appunto dovuto essere qualche altro referente culturale non islamico, ma tollerante, amico e rispettoso del ripristino della libera civiltà afgana. Ma non c'era. A rileggere oggi le cose scritte al tempo si ritrovano moltissimi riferimenti alla minaccia che
questo vuoto politico aveva creato. Allora la cosa aveva un riflesso immediato sul modo di condurre la resistenza ai sovietici, in seguito avrebbe portato all'esplosione dell'intera società afgana.

Nel vostro servizio le donne sono assenti, o meglio compaiono solo come vittime di bombardamenti o di violenze. E' un caso o già allora le donne erano condannate ad essere invisibili?

Oggi si dicono e stradicono cose piuttosto strane, bizzarre e contrastanti sulle donne, mischiando le modificazioni subite dal costume e dalla società afghana dopo l'avvento al potere dei talibani con le "normali" regole di vita e di decoro delle donne in quelle società secolari. Dobbiamo insomma capire che il burka è il costume di intere popolazioni femminili e che la reclusione nelle mura domestiche, con diverse modalità, è un fatto che viene dato per scontato.


Riunione nella casa di Gulam Muhammad, comandante generale clandestino dei mujaheddin a Kabul. Muhammad legge la lettera inviata da Abdul Khak per spiegare l'azione da compiere (per diffondere il giornale tra le truppe sovietiche).

La cultura islamica colà è presente sotto forma di fede reale, concreta, vissuta, palpabile nei modi di vivere. Per questo bisogna mettersi d'accordo una volta per tutte : o noi vogliamo spiegare alle donne del mondo come comportarsi, con l'obbligo alla minigonna e alle molteplici esperienze, pena l'emarginazione e il disprezzo, oppure dobbiamo accettare che ciascuna cultura, popolo o regione decida secondo le proprie convinzioni, fedi e tradizioni.
Altro è il discorso che possono legittimamente fare gruppi di donne afghane, per quanto minoranze, che chiedono un'evoluzione degli antichi e decisamente tremendi costumi. E' un discorso complesso, ma diffido di questa ondata di neofemminismo antiafghano, che mi pare del tutto cieco sulla violenza perpetrata alla società afghana tribale dall'invasione e dalla guerra degli infedeli russi. A margine osserverei che in alcune società, peraltro civilissime, manca del tutto, per varie ragioni storiche, sociali ecc., il concetto stesso di "individuo", nell'accezione occidentale e apparentemente "universale" di soggetto portatore di diritti ecc. Vi sono situazioni in cui l'individuo è solo un membro del clan e l'unico vero soggetto sociale è il clan, sia per i maschi che per le femmine, i vecchi, i bambini e le bambine che ne fanno parte.

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