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"Infatti
la guerra che conducono i sovietici in Afghanistan non è
una guerra "regolare", ma la programmata realizzazione
di un genocidio. I capi sovietici sanno di non poter controllare
l'Afghanistan finché il sistema sociale, culturale
e morale islamico rimarrà in piedi. Per questo la loro
principale preoccupazione è distruggere le basi stesse
su cui il sistema islamico si fonda e su cui poggia la resistenza.
Non solo dunque cercando di "togliere l'acqua ai pesci"
bombardando i villaggi e i campi coltivati e spingendo la popolazione
alla fuga verso il Pakistan o l'Iran (sulla via tra Kabul e il
Pakistan si incontrano decine di
villaggi
abbandonati dagli abitanti sotto l'onda del terrore), ma fanno un'opera
sistematica per annientare l'identità culturale del popolo
Pastù e degli Afgani in genere."
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Profughi e mercanti che cercano di riparare in Pakistan.
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"Ora
- dopo il blitz sovietico che ha installato il tagiko Karmal al
governo - anche i Pastù sono stati brutalmente colpiti sul
piano sia sociale che religioso. Circa tre milioni di Pastù
si sono già rifugiati in Pakistan e un numero poco inferiore
di Azara, per la maggior parte di religione sciita, è riparato
in Iran.
Il dramma dei profughi è difficile da sopravvalutare. [
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| I
profughi diffidano ormai dagli stranieri e di tutti quelli che si
recano a visitarli perché si sentono traditi da tutti. Gli
aiuti che il governo pakistano dovrebbe trasmettere finiscono nelle
reti di un sistema di corruzione tanto esteso quanto irrazionale.
Una corruzione che contagia anche buona parte dei leaders afgani
tradizionali, i quali a volte usano gli già scarsi aiuti
internazionali alla resistenza semplicemente per arricchirsi personalmente
o per arricchire il loro clan familiare." |
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La
pulizia delle armi
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"La
rivendita delle armi al mercato libero di Mirramshar o di Parachinar,
le zone free al confine con l'Afghanistan, è uno dei fenomeni
più curiosi in questa zona dell'Asia. Migliaia di kalashnikov,
di bazooka, di armi leggere di vario calibro e naturalmente le
munizioni relative invece di servire a mettere i mujaheddin in
condizioni di affrontare meglio i sovietici, vengono rivendute
al miglior offerente, che spesso non è altri che lo stesso
governo sovietico o karmalista sotto le mentite spoglie di qualche
mercante danaroso."
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Il
comandante Turkhan, 27 anni, e alcuni dei suoi 700 mujaheddin.
I mujaheddin scarseggiano di armi efficaci contro aerei
ed elicotteri, per cui il cielo è completamente nelle
mani dei sovietici. Turkhan in quattro anni ha abbattuto
un solo elicottero sovietico.
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"Contro
questa catastrofe gli unici che sembrano in grado di fare qualcosa
sono icomandanti mujaheddin più giovani e più impegnati
sui fronti interni della guerra.
Ce lo hanno confermato sia il comandante Abdul Khak, barbuto e
robusto giovanotto, avvezzo alle fatiche della lotta e insieme
str550aordinariamente acuto nell'inseguire le possibili fughe
prospettiche del problema della liberazione del suo paese, sia
un altro accanito e lucidissimo combattente, Ruhani Wardak, il
quale ha raccontato a lungo della situazione dei suoi gruppi di
mujaheddin nella provincia di Wardak presso Ghazni. Per Ruhani
addirittura bisogna che si formi, in modo orizzontale, cioè
unendo ai livelli di combattimento i capi della resistenza interna,
una nuova direzione patriottica islamica. Un'ipotesi probabilmente
eccessiva, poco praticabile, non foss'altro per la incredibile
difficoltà di comunicazione tra una valle e l'altra di
un paese le cui collinette sono strapiombi di tremila metri, ma
anche il sintomo del malessere dei guerrieri per i vecchi politici
islamici, invischiati nelle antiche tradizioni di clan in un modo
che non regge all'urgenza del problema di una moderna rinascita
dell'Afghanistan come paese libero."
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