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Vacche sacre e mucche pazze
di Sara Sesti
















La cultura della mucca pazza si va sostituendo a quella della vacca sacra: una metafora vera per tutti i paesi del mondo, non solo per l'India dove da sempre la vacca è onorata in quanto simbolo del cosmo, della terra, del ciclo della natura, Gli interessi dell'industria alimentare si muovono ormai alla conquista di frontiere globali, imponendo forme distruttive e "ingegnerizzate" di coltura, di allevamento intensivo per la produzione ittica e delle carni. I risultati di questa prassi sconsiderata sono già sotto gli occhi, e sotto il palato, di tutti. Distruzione della bio-diversità, malattie, danni ecologici e ambientali, povertà diffusa sono il frutto di scelte dettate da logiche in primo luogo economiche, nell'interesse di pochi, all'oscuro dell'opinione pubblica, e sulla pelle di tutti gli abitanti del pianeta. Ad essere minacciate sono le basi della stessa esistenza dell'uomo.

Vandana Shiva
Vacche sacre e mucche pazze
Edizioni Derive Approdi, 2001 - L. 24.000

Il piccolo saggio Vacche sacre e mucche pazze. Il furto delle riserve alimentari globali segna una tappa importante nel percorso intellettuale e pratico compiuto da Vandana Shiva, "intellettuale impegnata e ambientalista militante", come lei stessa si definisce nell'Introduzione al volume. In passato, la Shiva è stata una fisica dalla brillante carriera nel programma di energia nucleare del suo paese, professione che abbandonò nel 1987, a 38 anni, quando si rese conto "che la gente era tenuta all'oscuro delle ripercussioni dei sistemi nucleari sui sistemi viventi".

Da allora, la scienziata è diventata un punto di riferimento di molti movimenti indiani specie di donne, contadini e pescatori - dal Chipko dei primi anni 1990, quando donne e contadini si mobilitarono abbracciando gli alberi della foresta himalayana per impedirne l'abbattimento, al più recente Navdanya, per salvare i semi e conservare la biodiversità, alla campagna contro i raccolti e i cibi geneticamente modificati della Monsanto, ai molti satyagraha (movimenti di protesta non violenta) tra cui quello "dei gamberetti" per bloccare la devastazione degli ecosistemi e delle comunità costiere e quello "per l'olio di senape, contro l'olio di soia". Nello stesso periodo, la Shiva è diventata una protagonista di primo piano anche dei movimenti internazionali contro la politica della Banca mondiale, del Fondo monetario internazionale e soprattutto del Wto, l'accordo internazionale sul free trade e la brevettazione del vivente. Il suo nuovo libro è il quarto tradotto in italiano, dopo Sopravvivere allo sviluppo (Isedi, 1990), Monocolture della mente. Biodiversità, biotecnologie e agricoltura scientifica (Bollati Boringhieri, 1995), Biopirateria. Il saccheggio della natura e dei saperi locali (Cuen, 1999).

La copiosa produzione saggistica dell'autrice risponde all'esigenza, da lei stessa dichiarata, di esplicitare le "alternative creative", cioè non limitarsi a presentare la critica dell'esistente ma indicare anche le soluzioni possibili. In questo libro affronta le principali problematiche relative all'agricoltura, all'allevamento industriale e al commercio internazionale, non limitandosi alla descrizione dei meccanismi che le governano, ma presentando esperienze e saperi alternativi, praticati da milioni di persone nel Sud del mondo. Seguendo questo metodo, sfugge ai rischi più comuni nella saggistica di opposizione, l'ideologia e il dover essere, e raggiunge gli obiettivi che le stanno a cuore, unificare teoria e pratica e mettere in campo i nuovi soggetti dello scontro sociale, in questa fase, le donne e i piccoli produttori agricoli.

"Viviamo in tempi di grandi trasformazioni. Come mostrano gli esempi di questo libro, non è inevitabile che le grandi imprese controllino la nostra vita e governino il mondo. Abbiamo la possibilità concreta di decidere dei nostro futuro. Abbiamo il dovere sociale ed ecologico di fare in modo che il cibo che mangiamo non sia un "raccolto rubato". Assolvendo a questa responsabilità, possiamo contribuire alla libertà e alla liberazione di tutte le specie e di tutte le persone. Una cosa semplice e fondamentale come il cibo è diventato il luogo di tutte queste differenti e molteplici liberazioni, in cui ciascuno di noi ha l'opportunità di partecipare - non importa chi siamo e dove siamo."

Un altro codice del pensiero e della scrittura della Shiva va ricercato nella sua identità di donna "indiana", fortemente legata alla tradizione filosofica del suo paese e ai principi e alla pratica gandhiana della non violenza.

"La sfida del post-Seattle è cambiare le regole del commercio estero e le politiche agricole e alimentari nazionali, affinché le esperienze finora fatte ricevano nuova linfa e si moltiplichino. Affinché non sia più marginalizzata e criminalizzata l'agricoltura ecologica che protegge i piccoli produttori e assicura il sostentamento ai contadini, producendo cibo sicuro. E' arrivato il momento di riprenderci il raccolto rubato e celebrare la crescita e il dono del buon cibo come il dono più grande e l'atto più rivoluzionario".

A chi vuole sentire direttamente le parole della scienziata e vederla in azione, segnalo il bel documentario "Vandana Shiva", quarto della serie "La dea Ferita", realizzato nel 1999 da Marilia Albanese e Werner Weick per la Televisione Svizzera.

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