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Figlie
di
Minerva nasce anche da questo seminario del 11.2.2000: Parliamo
di eccellenze - le donne e la valutazione della ricerca scientifica
e tecnologica, di cui troviamo una breve
sintesi all'indirizzo linkato.

Sempre
su questo rapporto si può leggere un'intervista a Rossella Palomba,
nell'archivio di Galileo. DONNE
E SCIENZA Discriminate in laboratorio - di Roberta Pizzolante
(cliccare su Magazine del 2.12.2000)

Su
donne e scienze, la pagina di link curata da SWIF
- Sito Web italiano per la Filosofia
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"Figlie
di Minerva. Primo rapporto sulle carriere femminili negli enti
pubblici di ricerca italiani"
è il titolo di una'inchiesta coordinata da Rossella Palomba, appena
pubblicata dalla casa editrice Franco Angeli
Il
testo è il risultato dell'indagine di quattordici autrici, in
prevalenza esperte di demografia e statistica, partita dopo due
convegni avvenuti a Bruxelles nel 1993 e nel 1998 tra parlamentari,
ministri e ricercatrici europee.
Incitate dallo slogan della sociologa inglese Hilary Rose "No
data, non problem, no policy", le autrici, esperte
di statistica e di demografia come la stessa curatrice, hanno
ottenuto l'appoggio del Consiglio Nazionale delle Ricerche e della
Commissione per le Pari Opportunità e hanno raccolto e analizzato
dati con perizia, chiarezza e senza ideologia. Le cifre confermano,
in sintesi, che anche in Italia le donne sono escluse dai luoghi
di decisione e valutate con "coefficiente 2,6", rivelando che,
per ottenere promozioni pari a quelle di un ricercatore, una ricercatrice
deve essere 2,6 volte più brava.
Vediamo
alcuni tra i dati più significativi: tra il 1995 e il 1998, le
studentesse italiane hanno ottenuto il 52% delle lauree in discipline
scientifiche, superando i ragazzi anche per qualità, perché hanno
avuto i voti migliori. Gli enti statali hanno assunto però il
63% di uomini, mandando avanti, evidentemente, anche ricercatori
non troppo competenti, solo perché maschi. Dal 1999 le ricercatrici
sono diventate il 60,4%, ma sono rimaste ferme ai gradini più
bassi. Quando si sale nella gerarchia, si scopre che le donne
vengono falcidiate: ne resta solo un 6,8%. Nei livelli intermedi
la situazione non va molto meglio: troviamo il 15% di ricercatrici,
rispetto al 34% dei ricercatori. Il Consiglio Nazionale delle
Ricerche sembrerebbe l'istituzione più accogliente, conta infatti
il 61,8% di ricercatrici, ma solo al primo gradino: a dirigerne
il lavoro e a deciderne le priorità ci sono 226 uomini e 20 donne.
Quali
sono i motivi di questa sproporzione? Un luogo comune li ha sempre
attribuiti al fatto che la scienza è un ambiente così competitivo
da spingere le donne a tirarsene indietro o perché non condividono
i modi di lavorare degli uomini o perché risucchiate dagli impegni
familiari. Il "rapporto Minerva" mostra invece che i vecchi stereotipi
non reggono alle cifre attuali. Non è vero che le donne sono più
assenteiste perché fanno figli: ne hanno pochissimi e tardi, né
è vero che dedicano più tempo alle cure domestiche, infatti si
fermano in laboratorio fino a tardi e producono lo stesso numero
di pubblicazioni dei colleghi. La realtà è che vengono deliberatamente
scoraggiate dal dedicarsi alla scienza, attraverso precariati
più lunghi, paghe più misere e giudizi più sprezzanti sul loro
lavoro. Lo Stato italiano, nel misurare la bravura femminile e
quella maschile, usa ancora due pesi e due misure: come già riferito,
per ottenere promozioni pari a quelle di un ricercatore, una ricercatrice
deve essere 2,6 volte più brava.
Visti
gli esiti dell'indagine, auspichiamo per il futuro la realizzazione
di un analogo rapporto sulle carriere femminili nelle università,
dove le docenti ordinarie sono appena l'11,4%, e su quelle negli
enti privati di ricerca, dove si ha l'impressione che venga praticata
una discriminazione di genere ancora più pesante di quella operata
dagli enti statali.
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