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È
scomparso all'età di 54 anni
uno dei ricercatori più fecondi
e creativi del nostro tempo
Ci
sono persone che lasciano netta la sensazione di essere morte
troppo presto, nonostante abbiano prodotto nel loro campo di studi
molto di più della maggioranza dei propri contemporanei.
Francisco Varela, neurobiologo ed epistemologo cileno, ultimamente
dirigeva a Parigi il gruppo di ricerca "Dinamiche dei sistemi
neuronali" del laboratorio di neuroscienze e Brain Imaging
del Cnrs (National Institute for Scientific Research) presso l'ospedale
universitario della Salpêtrière e insegnava scienze
cognitive ed epistemologia all'École Polytechnique.
Nato il 7 settembre 1946, aveva studiato medicina e scienze all'Università
del Cile a Santiago, aveva ottenuto il Ph. D. in biologia all'Università
di Harvard nel 1970 e in seguito aveva insegnato e condotto attività
di ricerca in molti e prestigiosi Centri di ricerca e Università,
come le Università di California di Berkeley, di New York,
del Cile, del Costarica, del Colorado, il Max Planck Institut
for Brain Research di Francoforte, il Polytechnical Institut di
Zurigo, per citarne solo alcuni.
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Autopoiesi,
Autonomia dei sistemi viventi, Chiusura
operazionale
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- La
Francisco
Varela's Home Page (nella quale recuperare articoli
delle più prestigiose riviste scientifiche, come
uno de La
Recherche ma anche di giornali come Le
Monde)
- Una
pagina web con materiale
biografico e scientifico su Varela, dalla quale
è possibile raggiungere un'altra pagina sulla teoria
dell'autopoiesi
- Un
sito
in italiano dedicato all'opera di Humberto Maturana e
Francisco Varela, nel quale reperire altri link
- Un
breve articolo
in italiano, che sintetizza la teoria dei sistemi autopoietici
- L'intervista
per l'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche
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I
contributi che Francisco Varela ha portato nei campi delle neuroscienze,
della biologia teorica, dell'immunologia, della cibernetica, dell'intelligenza
artificiale, della teoria dei sistemi complessi e dell'epistemologia
hanno avuto e hanno tuttora una portata fondamentale per lo sviluppo
e la conoscenza di queste discipline. Basti pensare al concetto
fondamentale di autopoiesi
elaborato insieme al suo maestro Humberto Maturana, e proposto
- oltre che negli articoli scientifici - anche in un loro famoso
libro "L'albero della conoscenza". Il
termine "autopoiesi" deriva dal greco "auto"
(sé) e "poiesis" (creazione) ed è stato
utilizzato da Maturana e Varela per indicare quella che per loro
è la caratteristica fondamentale di sistemi viventi e cioè
il fatto di possedere una struttura organizzata capace di mantenere
e rigenerare nel tempo la propria unità e la propria autonomia
rispetto alle continue variazioni dell'ambiente circostante,
tramite la creazione delle proprie parti
costituenti, che a loro volta contribuiscono alla generazione
dell'intero sistema. I sistemi viventi quindi mantengono se stessi
grazie alla produzione dei propri "sottosistemi" che
producono a loro volta l'organizzazione strutturale globale necessaria
per mantenerli e produrli. I sistemi viventi sono visti come strutture
autonome e dodate di chiusura
operazionale, in cui il sistema si trova in una situazione
di completo autoriferimento, in cui cioè pensa solo al
proprio mantenimento e tutte le azioni che sembra compiere verso
l'esterno sono in realtà atte a mantenere la propria integrità
rispetto alle perturbazioni ambientali. Famosa è la frase
di Varela:
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Le
conseguenze delle operazioni del sistema sono le operazioni
del sistema
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che
bene presenta il concetto di chiusura operazionale, che non vuol
dire per nulla isolamento, ma è legato a un autocomportamento
in cui le operazioni di un sistema complesso, costituito da elementi
interconnessi, hanno come risultato un'operazione che cade ancora
entro i confini del sistema stesso e della propria dinamica interna.
Punto di vista quello di Varela, detto dei "sistemi autonomi",
che si contrappone - anche se non totalmente e con la ferma intenzione
di conciliarsi - a quello classico dei "sistemi eteronomi"
in cui la logica di relazione fra le parti è di corrispondenza
(mentre quella di Varela è di coerenza), in cui il tipo
di organizzazione è di input/output (al contrario degli
autocomportamenti della chiusura operazionale) e in cui soprattutto
il modo di interazione è di tipo istruttivo e rappresentazionale,
mentre quello di Varela implica la produzione di un mondo, la
creazione di un senso; significato che non esisteva prima dell'attività
del sistema e che è come un "effetto collaterale",
che emerge imprevedibile e inseparabile dall'attività sistemica
stessa. Sistemi autonomi sono, oltre agli organismi pluricellulari,
anche il sistema nervoso e quello immunitario (la "teoria
della rete autonoma" di Varela considera l'io del sistema
immunitario come definito dalla dinamica della rete immunitaria
stessa, che ignora tutto ciò che non rientra nel proprio
dominio cognitivo e che ha una propria attività autonoma)
e non ultime la cognizione
e la coscienza, studiate da
Varela come veri e propri fenomeni biologici.
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"il
cervello non è un computer"
"la
coscienza non è nella testa"
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In un'intervista
a "Le Monde" del 18 febbraio 1999, Varela dichiara:
dall'età
di 9 o 10 anni, una sola domanda mi tormentava: come comprendere
il rapporto fra il corpo, così "fisico", così
pesante e il mentale, vissuto come effimero quasi "atmosferico"
Il dualismo
fra mente e corpo è superato da un'ottica che considera
le relazioni, come si legge in un'altra intervista per l'Enciclopedia
Multimediale delle Scienze Filosofiche del 7 gennaio
2001:
La
nostra identità in quanto individui è di una natura
del tutto peculiare. Da un lato si può dire che esiste.
Mi dicono: Buongiorno, Francesco, ed io sono capace di rispondere,
di avere delle relazioni con gli altri. Dunque c'è una
specie di interfaccia, di collegamento [couplage] col mondo,
che dà l'impressione di un certo livello di identità
e di esistenza. Ma al tempo stesso questo processo è
di natura tale che appunto, come in tutti i processi emergenti,
io non posso localizzare questa identità, non posso dire
che si trovi qui piuttosto che là, la sua esistenza non
ha un locus, non ha una collocazione spazio-temporale. È
difficile capire che si tratta di una identità puramente
relazionale e così nasce la tendenza a cercare i correlati
neuronali della coscienza, per trovarli nel neurone 25 o nel
circuito 27. Ma non è possibile, perché si tratta
di una identità relazionale, che esiste solo come pattern
relazionale, ma è priva di esistenza sostanziale e materiale.
Il pensiero che tutto quello che esiste deve avere esistenza
sostanziale e materiale è il modo di pensare più
antico della tradizione occidentale ed è molto difficile
cambiarlo.
In questa intervista Varela affronta anche il tema della coscienza:
Non
posso separare la vita mentale, la vita della coscienza, la
vita del linguaggio o la vita mediata dal linguaggio, l'intero
ciclo dell'interazione empatica socialmente mediato, da ciò
che chiamo coscienza. Dunque ancora una volta tutto questo si
svolge non all'interno della mia testa, ma in modo decentrato,
nel ciclo. Il problema del Neuronal Correlate of Consciousness
è mal posto perché la coscienza non è nella
testa. Insomma, la coscienza è un'emergenza che richiede
l'esistenza di questi tre fenomeni o cicli: con il corpo, con
il mondo e con gli altri. Naturalmente il cervello mantiene
un ruolo centrale, poiché costituisce la condizione di
possibilità di tutto il resto, il che però non
toglie che, così come era impossibile parlare di una
relazione materiale in senso proprio a proposito della rete
immunitaria, allo stesso modo è impossibile credere che
in questo o in quel circuito cerebrale risieda la coscienza.
Francisco
Varela ha in ogni momento accompagnato l'attività di ricerca
scientifica con una corrispondente filosofica, di matrice fenomenologica,
nonostante gli anni trascorsi negli Stati Uniti in un ambiente
fondamentalmente analitico.
Siamo di fronte a una personalità di altissimo valore intellettuale
e creativo, che negli anni Ottanta ha perfino studiato l'attività
cerebrale di monaci tibetani in meditazione, per approfondire
i propri studi cognitivi e che ultimamente stava lavorando su
pazienti epilettici per cercare di capire il fenomeno e di trovare
un'eventuale cura. Uno scienziato che confidava di poter un giorno
ricostruire artificialmente la vita per poter avere la prova sperimentale
definitiva della correttezza delle proprie teorie su di essa.
Ora che la vita lo ha abbandonato, si spera che continuino a esistere
intelligenze simili alla sua capaci di portare avanti tali ricerche
scientifiche e filosofiche.
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