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Ci
sono senz'altro: e sono relazioni importanti
e molteplici. Ma, per rispondere alla
sua domanda, voglio cominciare con un'altra
domanda. Che
cos'è la scienza?
Un'immagine diffusa ne fa una raccolta
sistematica di risultati che si accumulano
e si precisano, nella prospettiva di una
completa conoscenza delle leggi che governano
il mondo. Ma la scienza è ben di
più: essa infatti, nel suo farsi,
elabora una visione del mondo e costruisce
anche una cornice conoscitiva, una teoria
della conoscenza. Queste ultime, è
vero, restano spesso implicite, e solo
una lettura attenta dei testi scientifici
permette di decifrarle, per così
dire, in filigrana. Ma non per questo
sono meno importanti: al contrario, si
può addirittura affermare che la
ricerca scientifica è stata per
secoli un'impresa nata da un desiderio
profondo e intenso di dare senso al mondo
attraverso la conoscenza.
La scienza, dunque, è stata lungamente
attraversata e inquietata da domande grandi
e difficili: che cos'è il mondo?
qual è la sua struttura? chi siamo
noi nel mondo? che cosa significa conoscere?
Nei diversi periodi storici, alcune visioni
del mondo e della conoscenza sono state
adottate al posto di altre, in un processo
di creazione culturale da parte dell'uomo
in dialogo con il mondo.
Quando la letteratura si è avvicinata
alla scienza, lo ha fatto innanzitutto
riflettendo sulle implicazioni non solo
intellettuali, ma anche emozionali delle
diverse immagini del mondo, delle diverse
Weltanschauungen.
Che
cosa cambia, si chiede ad esempio Lucrezio,
se penso il mondo al modo di Epicuro,
ossia come una congerie di atomi indistruttibili
che si urtano e si legano tra loro a caso?
Cambia ad esempio, risponde Lucrezio,
il senso del tempo, che diventa in un
certo senso irrilevante: "Infatti
quando ti volgi a mirare l'immenso spazio
del tempo trascorso, poi la molteplicità
dei moti della materia, potrai facilmente
indurti a credere che spesso i medesimi
semi di cui siamo formati in precedenza
siano stati disposti nel medesimo ordine
naturale". Certo, questa è
poesia, non teatro: ma ne ricordo una
intensa interpretazione di Ottavia Piccolo,
qualche anno fa.
Siamo qui in presenza di una immagine
di eternità per gli atomi, e dunque
di una irrilevanza del tempo per le loro
combinazioni, che eternamente si susseguono
e si ripetono: una immagine che si salda
a quella del tempo circolare, così
importante nel mondo antico (con la sua
mitologia dell'eterno ritorno), e la fonda
scientificamente.
La
fisica ha sistematicamente privilegiato
questo punto di vista, nel quale è
assente il concetto di irreversibilità.
Basti pensare a Ludwig Boltzmann e alla
sua concezione statistica dell'entropia:
l'irreversibilità è, per
lui, semplicemente una maggiore probabilità,
non una irrimediabilità assoluta.
Ma, come lapidariamente ha scritto Karl
Popper, se il tempo è un'illusione,
anche Hiroshima è un'illusione,
anche l'Olocausto è un'illusione.
Eppure, molti secoli dopo Lucrezio, incontriamo
ancora una drastica frase di Albert Einstein
nella corrispondenza con l'amico Michele
Besso: "Caro Michele, [...] il problema
è che tu non riesci ad abituarti
all'idea che il tempo soggettivo e il
"qui e ora" non debbano avere
alcun valore oggettivo".
E, alla morte di Michele, così
Einstein scrive ai familiari: "Egli
mi ha preceduto di un poco nel congedarsi
da questo strano mondo. Non significa
niente. Per noi che crediamo nella fisica,
la divisione tra passato, presente e futuro
ha solo il valore di un'ostinata illusione.".
Si
capisce allora come Alan
Lightman, fisico e scrittore, abbia
dedicato nel 1993 un libro (di narrativa,
non di scienza) all'immagine del tempo
dopo Einstein. Si tratta di un romanzo
articolato in molti brevi capitoli che
esplorano dimensioni diverse del tempo:
il tempo circolare, il tempo come un flusso
che può anche scorrere all'indietro,
il tempo senza futuro, il tempo che non
scorre, ecc. Sono modalità narrative,
fantastiche di esplorazione del senso,
per l'uomo, di una proposta scientifica
relativa alla verità dal mondo
(meglio saprebbe dire alla supposta verità
del mondo), alla differenza tra questa
realtà e l'immagine quotidiana,
alle implicazioni di questa differenza.
In fondo, è la stessa cosa che
aveva fatto Lucrezio con la poesia: qui,
però, c'è dietro la cultura
del romanzo, l'esperienza del raccontare
storie che si raccontano in modo nuovo
se c'è una nuova immagine del mondo.
Pensiamo
ora ad un'altra famosa immagine del mondo:
quella di Galileo. Per lui, il mondo è
un libro nel quale, in caratteri matematici,
è scritto da Dio il progetto della
creazione. In questo caso, è Galileo
stesso che si preoccupa di scrivere un
testo di grande letteratura, il Dialogo
dei massimi sistemi, dove è
appunto sulle immagini del mondo, prima
che sulla validità scientifica
delle scoperte galileiane, che si centra
l'attenzione. Che cosa cambia nella nostra
immagine del mondo se è la terra
a girare intorno al sole? Se gli incorruttibili
astri sono invece della stessa corruttibile
materia della terra? Come cambia la nostra
immagine dell'uomo, la sua supposta centralità
nel creato? I tre personaggi in scena
dibattono appassionatamente in quello
che è uno dei primi e più
efficaci esempi di teatro scientifico:
una modalità che ancora meglio
del romanzo si presta appunto a dibattere,
a confrontare posizioni, a metterle in
scena.
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