Teatro e Scienza
Le interviste e le opinioni

Gianni Zanarini/1


Gianni Zanarini è professore di Fisica e di Acustica musicale all'Università di Bologna. Insegna inoltre " Scienza e letteratura" al Master in Comunicazione della Scienza della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste. Tra le sue pubblicazioni: Complex Systems and Cognitive Processes (Springer Verlag, 1989), Diario di viaggio: autoorganizzazione e processi cognitivi (Guerini, 1990), Ludwig Boltzmann: una passione scientifica (CUEN, 1996), Appassionato rigore: visioni del mondo e passioni scientifiche (CUEN, 2001).

 

Ci sono, a suo avviso, relazioni significative tra scienza e teatro, e più in generale tra scienza e letteratura?

Ci sono senz'altro: e sono relazioni importanti e molteplici. Ma, per rispondere alla sua domanda, voglio cominciare con un'altra domanda. Che cos'è la scienza? Un'immagine diffusa ne fa una raccolta sistematica di risultati che si accumulano e si precisano, nella prospettiva di una completa conoscenza delle leggi che governano il mondo. Ma la scienza è ben di più: essa infatti, nel suo farsi, elabora una visione del mondo e costruisce anche una cornice conoscitiva, una teoria della conoscenza. Queste ultime, è vero, restano spesso implicite, e solo una lettura attenta dei testi scientifici permette di decifrarle, per così dire, in filigrana. Ma non per questo sono meno importanti: al contrario, si può addirittura affermare che la ricerca scientifica è stata per secoli un'impresa nata da un desiderio profondo e intenso di dare senso al mondo attraverso la conoscenza.
La scienza, dunque, è stata lungamente attraversata e inquietata da domande grandi e difficili: che cos'è il mondo? qual è la sua struttura? chi siamo noi nel mondo? che cosa significa conoscere? Nei diversi periodi storici, alcune visioni del mondo e della conoscenza sono state adottate al posto di altre, in un processo di creazione culturale da parte dell'uomo in dialogo con il mondo.
Quando la letteratura si è avvicinata alla scienza, lo ha fatto innanzitutto riflettendo sulle implicazioni non solo intellettuali, ma anche emozionali delle diverse immagini del mondo, delle diverse Weltanschauungen.

Che cosa cambia, si chiede ad esempio Lucrezio, se penso il mondo al modo di Epicuro, ossia come una congerie di atomi indistruttibili che si urtano e si legano tra loro a caso? Cambia ad esempio, risponde Lucrezio, il senso del tempo, che diventa in un certo senso irrilevante: "Infatti quando ti volgi a mirare l'immenso spazio del tempo trascorso, poi la molteplicità dei moti della materia, potrai facilmente indurti a credere che spesso i medesimi semi di cui siamo formati in precedenza siano stati disposti nel medesimo ordine naturale". Certo, questa è poesia, non teatro: ma ne ricordo una intensa interpretazione di Ottavia Piccolo, qualche anno fa.
Siamo qui in presenza di una immagine di eternità per gli atomi, e dunque di una irrilevanza del tempo per le loro combinazioni, che eternamente si susseguono e si ripetono: una immagine che si salda a quella del tempo circolare, così importante nel mondo antico (con la sua mitologia dell'eterno ritorno), e la fonda scientificamente.

La fisica ha sistematicamente privilegiato questo punto di vista, nel quale è assente il concetto di irreversibilità. Basti pensare a Ludwig Boltzmann e alla sua concezione statistica dell'entropia: l'irreversibilità è, per lui, semplicemente una maggiore probabilità, non una irrimediabilità assoluta.
Ma, come lapidariamente ha scritto Karl Popper, se il tempo è un'illusione, anche Hiroshima è un'illusione, anche l'Olocausto è un'illusione. Eppure, molti secoli dopo Lucrezio, incontriamo ancora una drastica frase di Albert Einstein nella corrispondenza con l'amico Michele Besso: "Caro Michele, [...] il problema è che tu non riesci ad abituarti all'idea che il tempo soggettivo e il "qui e ora" non debbano avere alcun valore oggettivo".
E, alla morte di Michele, così Einstein scrive ai familiari: "Egli mi ha preceduto di un poco nel congedarsi da questo strano mondo. Non significa niente. Per noi che crediamo nella fisica, la divisione tra passato, presente e futuro ha solo il valore di un'ostinata illusione.".

Si capisce allora come Alan Lightman, fisico e scrittore, abbia dedicato nel 1993 un libro (di narrativa, non di scienza) all'immagine del tempo dopo Einstein. Si tratta di un romanzo articolato in molti brevi capitoli che esplorano dimensioni diverse del tempo: il tempo circolare, il tempo come un flusso che può anche scorrere all'indietro, il tempo senza futuro, il tempo che non scorre, ecc. Sono modalità narrative, fantastiche di esplorazione del senso, per l'uomo, di una proposta scientifica relativa alla verità dal mondo (meglio saprebbe dire alla supposta verità del mondo), alla differenza tra questa realtà e l'immagine quotidiana, alle implicazioni di questa differenza. In fondo, è la stessa cosa che aveva fatto Lucrezio con la poesia: qui, però, c'è dietro la cultura del romanzo, l'esperienza del raccontare storie che si raccontano in modo nuovo se c'è una nuova immagine del mondo.

Pensiamo ora ad un'altra famosa immagine del mondo: quella di Galileo. Per lui, il mondo è un libro nel quale, in caratteri matematici, è scritto da Dio il progetto della creazione. In questo caso, è Galileo stesso che si preoccupa di scrivere un testo di grande letteratura, il Dialogo dei massimi sistemi, dove è appunto sulle immagini del mondo, prima che sulla validità scientifica delle scoperte galileiane, che si centra l'attenzione. Che cosa cambia nella nostra immagine del mondo se è la terra a girare intorno al sole? Se gli incorruttibili astri sono invece della stessa corruttibile materia della terra? Come cambia la nostra immagine dell'uomo, la sua supposta centralità nel creato? I tre personaggi in scena dibattono appassionatamente in quello che è uno dei primi e più efficaci esempi di teatro scientifico: una modalità che ancora meglio del romanzo si presta appunto a dibattere, a confrontare posizioni, a metterle in scena.

Ma qui non ci sono solo le posizioni teoriche: c'è anche la passione della conoscenza…

Proprio così: e questa è una seconda prospettiva nel rapporto tra scienza e letteratura. Pensiamo ad esempio ad un'altra immagine del mondo elaborata agli albori della modernità, quella di Keplero. Per lui, ogni scoperta della scienza deve necessariamente contribuire a mostrare quell'armonia universale che si riscontra nel creato, e che è un'armonia anche musicale: i pianeti, per lui come per la tradizione platonica, i pianeti eseguono una inudibile armonia delle sfere. C'è un romanzo del 1981 dello scrittore irlandese John Banville, La notte di Keplero, che esplora proprio questa sua passione, questa sua ricerca di armonia, in particolare nel moto dei pianeti, ricerca che fa parte della sua vita e che si intreccia con gli altri avvenimenti della sua vita. Questa è una prospettiva diversa, una prospettiva nuova centrata sul personaggio dello scienziato. Anche nel libro di Lightman compare Einstein, ma si tratta di comparse fugaci: non è sul personaggio che si appoggia la struttura del libro, ma sull'immagine del mondo, sul risultato scientifico.

Si tratta di una prospettiva che ha prodotto tante belle biografie romanzate: romanzate non semplicemente nel senso oggettuale di contenere aspetti di fantasia, ma nel senso più profondo di trattare la passione della ricerca. Penso ad esempio ad un romanzo del 1994 di Guido Barbujani, che si intitola Dilettanti ed è dedicato a Charles Darwin. Ma anche a testi teatrali, come Il fuoco del radio di Simona Cerrato e Luisa Crismani su Maria Curie.