Teatro e Scienza
Le interviste e le opinioni

Gianni Zanarini/2


Darwin, che è non soltanto un grande scienziato, ma anche un grande scrittore.

Questo accenno a Darwin mi permette appunto di segnalare che, nella sua opera scientifica, si incontra una novità importante: è la scienza stessa che, in un certo senso, si fa romanzo. Come ha osservato Andrea Battistini, si tratta infatti di opere in cui si raccontano storie: la storia della vita, l'origine dell'uomo: "L'incedere espositivo dell'Origine delle specie non è quello aridamente sillogistico del trattato, il genere più consueto impiegato dagli scienziati dell'età vittoriana […]. La sua tecnica espositiva ha quasi l'andamento di un romanzo".

Penso ad esempio alle conclusioni del più famoso dei molti volumi scritti da Charles Darwin, L'origine delle specie: "Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue molte capacità, che inizialmente fu data a poche forme o ad una sola e che, mentre il pianeta seguita a girare secondo la legge immutabile della gravità, si è evoluta e si evolve, partendo da inizi così semplici, fino a creare infinite forme estremamente belle e meravigliose".

L'appassionato naturalista dei tempi del lungo viaggio sul brigantino Beagle è ancora ben presente accanto allo scienziato che enuncia le leggi fondamentali del mondo vivente. Il fascino di un libro scientifico e letterario insieme come l'Origine delle specie è dovuto quindi, in grande misura, a questa compresenza di attenzione alla complessità inesauribile e ricerca di una spiegazione semplice e unificante, di passione per le storie singole e irripetibili e di tensione inesausta verso leggi generali.

Questo, dunque, è un terzo tipo di legame tra letteratura e scienza: quello di concepire la scienza stessa come un racconto: il racconto di vicende nelle quali non è presente soltanto la rigorosa, atemporale e fredda necessità delle leggi, ma anche la complessità, l'imprevedibilità, la casualità della vita.
Eppure, per molti degli scienziati che hanno seguito Darwin sul suo cammino (con alcune eccezioni, come Stephen J. Gould, grande narratore di storie), l'evoluzione ha perduto queste caratteristiche di romanzo affascinante per divenire un semplice principio esplicativo, capace di togliere di mezzo divinità e mistero, affidando la storia ad una onnipotente e onnipresente dialettica di caso e necessità. Sono allora autori propriamente letterari, come Kurt Wonnegut nel suo Galapagos, o scrittori di fantascienza, come Herbert G. Wells nell'Isola del dottor Moreau, a scrivere pagine ironiche, emozionate, illuminanti sull'immagine del mondo sottesa all'affresco darwiniano, sulle precarie e casuali caratteristiche dell'umanità così come la conosciamo, e anche sulla perversa volontà umana di sfruttare l'evoluzione, ben diversamente dall'attento e severo allevatore che, per Darwin, è immagine della natura.

Ma Wells introduce anche un altro tema: quello della responsabilità dello scienziato…

Questo è un altro filone (il quarto di quelli che sto enumerando) del rapporto tra letteratura e scienza, ed è particolarmente ricco di opere teatrali. Tutti conoscono i testi classici, come I fisici di Durrenmatt, il Galileo di Brecht e, più recentemente, Copenhagen di Frayn. Non a caso si tratta di lavori scritti per la scena, perché anche in questo caso è centrale il dibattito, la discussione, la problematizzazione attraverso il dialogo.

Vi sono poi opere (e questo è il quinto tema) in cui alcuni concetti scientifici, tratti dalla termodinamica o dalla teoria dell'informazione o dalla meccanica quantistica o dalla matematica, vengono utilizzati come modelli esplicativi anche di altre realtà: pisicologiche, culturali, sociali. Pensiamo ad esempio all'uso che Michael Crichton fa della teoria del caos e dei frattali in Jurassic Park.

Un ultimo tema, al quale dedicherò soltanto un accenno, è quello propriamente epistemologico, ossia di riflessione sulle caratteristiche della conoscenza scientifica. Come può un tema come questo diventare oggetto di letteratura? Eppure, Palomar di Italo Calvino è appunto intessuto di una sottile, attenta, poetica attenzione ai problemi della conoscenza.

Questi sono i temi principali che strutturano, nella modernità e nella contemporaneità, il rapporto tra scienza e letteratura, e più specificamente il rapporto tra scienza e teatro. Ma la scienza sta profondamente mutando, tanto che è preferibile ormai parlare di tecnoscienza anziché di scienza. La scienza contemporanea, cioè, non si occupa tanto di svelare la verità del mondo, quanto di elaborare teorie utili per conquistarlo e dominarlo.

Lo sviluppo di questo discorso ci porterebbe assai lontano. Mi trattengo, quindi, e mi limito a sottolineare che intendo per tecnoscienza una scienza così intimamente legata alla tecnica (scienza funzionale alla tecnica ma anche sempre più dipendente dalla tecnica) da rovesciare in molti casi la relazione classica secondo cui la tecnica è un'applicazione della scienza. Spesso, oggi, la scienza rincorre la tecnica, nel senso che la tecnica trova soluzioni che funzionano e chiede alla scienza le spiegazioni. Pensiamo ad esempio alla ricerca genetica, per convincerci di questo punto. Ma, come osserva Umberto Galimberti, "la tecnica non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità, la tecnica semplicemente cresce".

La hybris tecnologica dell'umanità contemporanea discende, come Galimberti acutamente sottolinea, dalla perdita di ogni limite cosmologico e teologico; ma è anche sostenuta e amplificata da un residuo di fede nella verità oggettiva della conoscenza scientifica (o forse sarebbe meglio dire, con Carlo Sini, che la tecnica, caduto il riferimento religioso, "ha la verità scientifica come proprio idolo"). La tecnica, certo, non svela la verità, ma ritiene di fondarsi sulla verità della scienza: è questo frammento distorto dell'eredità galileiana che permette alla tecnica di pensarsi onnipotente.

Sarebbe dunque fuori luogo chiedere a questa tecnoscienza di proporci visioni del mondo, emozioni, passioni conoscitive. E' la fantascienza, fin qui considerata genere marginale, che tocca ormai le grandi questioni che la scienza ha contribuito a mettere da parte perché, appunto, non scientifiche: chi è l'uomo? che cosa sta cercando o aspettando? qual è il suo posto nel mondo? E lo fa spesso con strumenti nuovi, non necessariamente col romanzo.

Penso ad esempio, prima che al romanzo di Philip Dick, al film Blade Runner di Scott e all'androide Roy che interroga il suo creatore dottor Tyrrell, o a 2001 di Kubrick e all'enigmatico viaggio verso Giove che si conclude con una possibile rinascita: una rinascita che la scienza e la tecnica hanno reso possibile ma anche, attraverso il computer HAL, hanno aspramente contrastato. E proprio attraverso la figura del computer HAL, che comunica col mondo attraverso un onnipresente occhio rosso e una voce priva di emozioni, incontriamo la fondamentale ambiguità della tecnoscienza contemporanea. Essa è, almeno in una certa misura, al servizio dell'uomo: ma (come ricorda Galimberti) è soprattutto al servizio di se stessa.

Si tratta di una ambiguità che è spesso nascosta da una dimensione utopica, come segnala Hans Magnus Enzensberger: "Antichissime fantasie di onnipotenza hanno così trovato un nuovo rifugio nel sistema delle scienze. […] Sempre più nitidamente si è profilata la posizione egemonica di poche discipline, che dispongono delle risorse determinanti. Nel Ventesimo secolo questo ruolo è stato attribuito alla fisica teorica. Ormai, assieme alle scienze informatiche e quelle cognitive, la biologia ha preso il suo posto".

Come concludere questo breve e superficiale excursus sui rapporti tra scienza e letteratura, tra scienza e teatro? Forse con un accenno alla possibile fine di una relazione, o quanto meno ad una sua trasformazione profonda. Con la tecnologia l'uomo ricrea il mondo a sua immagine, e in certa misura, con le biotecnologie, gli impianti, l'intelligenza artificiale, ricrea anche se stesso. E' forse questa rinascita del pensiero utopico il legame più importante, in un prossimo futuro già iniziato, tra la scienza e la letteratura, le scienza e il teatro: del pensiero utopico, ma anche dei suoi risvolti problematici e drammatici, come si incontrano ad esempio nella recente opera teatrale di Giuseppe O. Longo Il cervello nudo.