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Questo
è un altro filone (il quarto di
quelli che sto enumerando) del rapporto
tra letteratura e scienza, ed è
particolarmente ricco di opere teatrali.
Tutti conoscono i testi classici, come
I fisici di Durrenmatt, il
Galileo
di Brecht e, più recentemente,
Copenhagen
di Frayn. Non a caso si tratta di
lavori scritti per la scena, perché
anche in questo caso è centrale
il dibattito, la discussione, la problematizzazione
attraverso il dialogo.
Vi
sono poi opere (e questo è il quinto
tema) in cui alcuni concetti scientifici,
tratti dalla termodinamica o dalla teoria
dell'informazione o dalla meccanica quantistica
o dalla matematica, vengono utilizzati
come modelli esplicativi anche di altre
realtà: pisicologiche, culturali,
sociali. Pensiamo ad esempio all'uso che
Michael
Crichton fa della teoria del caos
e dei frattali in Jurassic
Park.
Un
ultimo tema, al quale dedicherò
soltanto un accenno, è quello propriamente
epistemologico, ossia di riflessione sulle
caratteristiche della conoscenza scientifica.
Come può un tema come questo diventare
oggetto di letteratura? Eppure, Palomar
di Italo
Calvino è appunto intessuto
di una sottile, attenta, poetica attenzione
ai problemi della conoscenza.
Questi
sono i temi principali che strutturano,
nella modernità e nella contemporaneità,
il rapporto tra scienza e letteratura,
e più specificamente il rapporto
tra scienza e teatro. Ma la scienza sta
profondamente mutando, tanto che è
preferibile ormai parlare di tecnoscienza
anziché di scienza. La scienza
contemporanea, cioè, non si occupa
tanto di svelare la verità del
mondo, quanto di elaborare teorie utili
per conquistarlo e dominarlo.
Lo
sviluppo di questo discorso ci porterebbe
assai lontano. Mi trattengo, quindi, e
mi limito a sottolineare che intendo per
tecnoscienza una scienza così intimamente
legata alla tecnica (scienza funzionale
alla tecnica ma anche sempre più
dipendente dalla tecnica) da rovesciare
in molti casi la relazione classica secondo
cui la tecnica è un'applicazione
della scienza. Spesso, oggi, la scienza
rincorre la tecnica, nel senso che la
tecnica trova soluzioni che funzionano
e chiede alla scienza le spiegazioni.
Pensiamo ad esempio alla ricerca genetica,
per convincerci di questo punto. Ma, come
osserva Umberto Galimberti, "la tecnica
non promuove un senso, non apre scenari
di salvezza, non redime, non svela la
verità, la tecnica semplicemente
cresce".
La
hybris tecnologica
dell'umanità contemporanea discende,
come Galimberti acutamente sottolinea,
dalla perdita di ogni limite cosmologico
e teologico; ma è anche sostenuta
e amplificata da un residuo di fede nella
verità oggettiva della conoscenza
scientifica (o forse sarebbe meglio dire,
con Carlo Sini, che la tecnica, caduto
il riferimento religioso, "ha la
verità scientifica come proprio
idolo"). La tecnica, certo, non svela
la verità, ma ritiene di fondarsi
sulla verità della scienza: è
questo frammento distorto dell'eredità
galileiana che permette alla tecnica di
pensarsi onnipotente.
Sarebbe
dunque fuori luogo chiedere a questa tecnoscienza
di proporci visioni del mondo, emozioni,
passioni conoscitive. E' la fantascienza,
fin qui considerata genere marginale,
che tocca ormai le grandi questioni che
la scienza ha contribuito a mettere da
parte perché, appunto, non scientifiche:
chi è l'uomo? che cosa sta cercando
o aspettando? qual è il suo posto
nel mondo? E lo fa spesso con strumenti
nuovi, non necessariamente col romanzo.
Penso
ad esempio, prima che al romanzo di Philip
Dick, al film Blade
Runner di Scott e all'androide
Roy che interroga il suo creatore dottor
Tyrrell, o a 2001
di Kubrick e all'enigmatico viaggio verso
Giove che si conclude con una possibile
rinascita: una rinascita che la scienza
e la tecnica hanno reso possibile ma anche,
attraverso il computer HAL, hanno aspramente
contrastato. E proprio attraverso la figura
del computer HAL, che comunica col mondo
attraverso un onnipresente occhio rosso
e una voce priva di emozioni, incontriamo
la fondamentale ambiguità della
tecnoscienza contemporanea. Essa è,
almeno in una certa misura, al servizio
dell'uomo: ma (come ricorda Galimberti)
è soprattutto al servizio di se
stessa.
Si
tratta di una ambiguità che è
spesso nascosta da una dimensione utopica,
come segnala
Hans Magnus Enzensberger: "Antichissime
fantasie di onnipotenza hanno così
trovato un nuovo rifugio nel sistema delle
scienze. [
] Sempre più nitidamente
si è profilata la posizione egemonica
di poche discipline, che dispongono delle
risorse determinanti. Nel Ventesimo secolo
questo ruolo è stato attribuito
alla fisica teorica. Ormai, assieme alle
scienze informatiche e quelle cognitive,
la biologia ha preso il suo posto".
Come
concludere questo breve e superficiale
excursus sui rapporti tra scienza e letteratura,
tra scienza e teatro? Forse con un accenno
alla possibile fine di una relazione,
o quanto meno ad una sua trasformazione
profonda. Con la tecnologia l'uomo ricrea
il mondo a sua immagine, e in certa misura,
con le biotecnologie, gli impianti, l'intelligenza
artificiale, ricrea anche se stesso. E'
forse questa rinascita del pensiero utopico
il legame più importante, in un
prossimo futuro già iniziato, tra
la scienza e la letteratura, le scienza
e il teatro: del pensiero utopico, ma
anche dei suoi risvolti problematici e
drammatici, come si incontrano ad esempio
nella recente opera teatrale di Giuseppe
O. Longo Il
cervello nudo.
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