Teatro e Scienza
Le interviste e le opinioni

Claudia Castellucci/3


Il concetto di realtà in teatro - che avete o che cercate - è paragonabile a quello scientifico? Ricreare una realtà in teatro può essere visto come un esperimento scientifico (in cui si ricreano sempre delle determinate condizioni in laboratorio, che sono riproducibili e in cui si ottiene un certo effetto. Ovviamente il fine della scienza è di tipo conoscitivo)?
Senz'altro il parallelo va fatto e senz'altro si tratta di una situazione quasi gemellare, ma probabilmente sarebbe più corretto dire che la ricreazione della realtà di tipo scientifico è sorellastra dell'arte del teatro, la cui costituzione è la riproduzione della realtà. Su questo non c'è dubbio: il teatro è un'arte mimetica, che riproduce; per il semplice fatto di esserci, sul palcoscenico, noi non possiamo prescindere dai fenomeni della realtà; necessariamente ci rifacciamo ai fenomeni della realtà, ma a differenza della scienza, quello che succede in teatro è comunque una sospensione della realtà. Nel momento stesso in cui necessariamente la si riproduce, la si sospende. Il tempo non c'è più; pur fisicamente passando, è un altro tempo, quello del teatro, è un altro luogo, quello del teatro. È quindi una sospensione della realtà. Probabilmente questo lo è anche per la scienza, tuttavia… forse è più interessante chiedersi qual è lo scopo, il fine della scienza. Probabilmente la scienza ha qualcosa di costruttivo davanti, sebbene i suoi risultati puntualmente hanno portato e - secondo me - necessariamente al lato collegato alla costruzione, che è la distruzione. Nel nostro caso è il contrario. Lo scopo è la fine, non l'inizio e anche nel nostro caso simmetricamente la fine si riaggancia a un inizio… questo purtroppo è quasi brutto come l'ho detto, perché è troppo perfetto, troppo simmetrico, diventa quasi una poesia, un lagna, diventa quasi una nenia, ma forse è anche giusto che abbia questo aspetto così posticcio, ma a livello intuitivo sento che è così. Ecco perché le attività del teatro e della scienza sono sorellastre, proprio perché c'è questa forte simmetria nell'avere a che fare con il mondo: la scienza ne riproduce le condizioni, il teatro invece è nella condizione della riproduzione. È uno scarto sottile, ma molto profondo, midollare. La scienza ha come thelos, come obiettivo finale, un inizio, una costruzione; cioè io vedo nella scienza un positivo, un segno "più"; in teatro è il contrario: il fine del teatro coincide con la fine; probabilmente perché la fine è la condizione per incominciare, un'altra cosa, un'altra vita. Ma lo scopo del teatro è la fine e tra l'altro lo è anche praticamente: perché praticamente quando comincio a recitare, io mi oriento verso la fine dell'atto. In questo il teatro si differenzia da qualsiasi altra arte. Il cinema rimane. La pittura rimane. La musica, che era vicina al teatro, adesso rimane, perché ho il disco… ma non si può dire la stessa cosa del teatro, perché il video, quello degli spettacoli di teatro (non mi riferisco ai video in generale, che riescono ad essere autonomi), è completamente privo di forza. Il teatro, come arte è veramente inconsistente, proprio perché ha una relazione fortissima con la fine. La fine è costitutiva del teatro, perché deve rimanere nella memoria. C'è qualcosa, sì, ma è impalpabile, è intangibile, è dentro la memoria, ed è questa la sua forza; secondo me è anche la forza del suo futuro. Poi è strano vedere come alla scienza, che ha in mente l'inizio, le "scappi" la distruzione, e al teatro, che ha in mente la distruzione, gli "scappi" un inizio! Questo è paradossale e naturalmente, essendo così formulata, la cosa va immediatamente disordinata da tanti attraversamenti che confondono continuamente queste tensioni fra di loro. Però il punto di partenza fa dire la loro vicinanza. Questa falsa simmetria fra scienza e teatro. Oltretutto bisognerebbe anche approfondire l'aspetto della gnosi, della conoscenza. Che cos'è, come è vissuta dal profondo la conoscenza? Che cos'è la conoscenza per la scienza e che cos'è per il teatro? Sono veramente due cose molto molto differenti, anche da questo tipo di approccio. E poi c'è la scienza pura, esiste adesso? Non lo so. C'è la scienza applicata… oppure: ha senso parlare di "scienza pura"? Non lo so. C'è un pensiero teoretico della scienza? Io credo di sì, secondo me c'è. Il problema è molto complesso. Si può anche cercare di sviscerare.
Per noi il problema va circoscritto immediatamente in diverse sezioni. C'è una conoscenza che è di tipo tecnico, ed è una conoscenza limitata nel tempo, configurata, precisa e dedicata a certi elementi che sono caratteristici e specifici del teatro ed è anche in parte quella che ho detto prima, relativa a scienze, che sono le scienze acustiche, le scienze meccaniche, termiche, dinamiche in genere, ma sono anche le scienze dell'organo della fonazione, per esempio, sono tutte le tecniche motorie… Quando si parla di questa conoscenza, è facilmente arginabile, perché è delimitata ed è anche limitata ed è tutta funzionale ad un determinato spettacolo. Quando invece si parla di conoscenza come sophia oppure come spinta verso il sapere, allora senz'altro il discorso si fa più complesso e il paragone con la scienza ancor di più. Perché la conoscenza nell'ambito teatrale è una attività che si consuma nel momento stesso in cui la si compie, cioè non rimanda ad altro. Se in ambito religioso, ad esempio, la conoscenza è legata alla salvezza, o se nell'ambito scientifico è legata, secondo me, ad una penetrazione del diaframma che la conoscenza stessa immette fra le cose conosciute e le cose non conosciute e quindi è questo "andare nel limite" o meglio "oltre il limite", io credo che nel caso del teatro non sia così, perché non è un desiderio di conoscere, di "andare nella parte dell'ignoto", ma è, casomai, se vogliamo usare questa metafora del diaframma che separa il noto dall'ignoto, è casomai tra queste due cose, è casomai nel diaframma, quindi è nella esperienza di essere a metà, sempre a metà, tra il noto e l'ignoto e quindi è proprio in questa stessa banale (sottolineo) attività di prova, di raccolta iniziale, di fantasmi, perché all'inizio è così nel teatro: è una raccolta indiscriminata di fantasmi, di figure, che poi conosceranno il vaglio in base appunto al sistema che la messa in scena configura. Ma all'inizio è questo arrendersi, essere duttili, passivi rispetto a questa quantità di cose che vengono in mente, praticamente. Quindi è un'attività di raccolta che non punta, che non ha l'obiettivo di entrare nella regione dell'ignoto, come se l'ignoto non fosse una regione nella quale già siamo continuamente! Ecco allora, che anche rispetto alla Storia, è molto diverso, il teatro dalla scienza. Perché per la scienza e per la conoscenza nell'ambito scientifico, la Storia è fondamentale, è le fondamenta. C'è sempre un processo per cui ci si rifà necessariamente a quello che si ha, proprio perché si deve superare la soglia: io la soglia la devo possedere, la devo conoscere e necessariamente mi rifaccio a quello. La conoscenza è anche la conoscenza del passato e l'atto della conoscenza scientifica, se è tale, deve potere aggiungere a questo ideale elenco delle conoscenze, a questa ideale teoria lungo i secoli, aggiungere un motivo in più. Questo non è un problema teatrale, anzi oso dire neanche artistico in generale. La Storia non è un problema artistico: il collegamento con quello che c'è prima non mi può riguardare, perché allora veramente diventa un processo di conoscenza precostituito, in un certo senso, di tipo scientifico. Mentre il rimanere nel diaframma fra noto e ignoto, il non avere come obiettivo l'andare in una regione ignota, come se fosse un'altra rispetto a quella nella quale mi trovo già, significa non rifarsi a quello che c'è prima, indi concependo il teatro e l'arte come una progressione: è sbagliato, perché l'arte diventa quasi una ricetta, diventa una fatale catena, in un certo senso, diventa una catena logica; la scienza è una catena logica, anche se io non escludo nella scienza che vi siano delle illuminazioni che veramente giungono come meteore e non escludo che nell'arte ci siano artisti, che si rifanno alla tradizione o che rompono con la tradizione per fare delle cose nuove ma non per questo non le sono legati (anzi lo sono ancor di più perché appunto hanno come metro di paragone la tradizione per potere rompere!). Nel teatro non vi può essere, secondo me, un legame di conoscenza del passato e quindi un atteggiamento di paragone, non ci può essere un atteggiamento parametrico nel teatro, mentre penso che nella scienza sia importante. Ci sono i paragoni nel teatro, ma a posteriori, e sono i paragoni per gli storici del teatro, cioè per altri scienziati, perché la storia è la scienza, e il teatro non lo è, come lo è la storia, non lo è del tutto, in quanto il teatro condivide con la scienza certe movenze, certi moti della conoscenza, ma non certi modi della conoscenza. In particolare, ripeto, il rapporto con il tempo e con la storia non è paragonabile, perché il teatro deve potere essere una meteora, un mondo a se stante. Ma questo qualsiasi arte: come fa un pittore o un artista in genere a escogitare un suo lavoro in base a quello che c'è stato, prefigurando quasi un progresso? Non è così. In questo senso io condivido molto il pensiero storico di Aby Wargburg che vede l'arte non come una cronologia di artisti, di problemi artistici, che prefigurano quasi un'evoluzione del cervello umano.. è di una pochezza incredibile questa posizione. Invece vede la storia dell'arte come una collana, il cui collegamento non è cronologico, ma di figure che si ritrovano lungo la storia dell'umanità in modi e in tempi disparati, in punti illogici che emergono. Il tempo del teatro non è diacronico; ci sono parecchie sincronie, ma non è da intendersi come progresso cronologico. In questo senso il teatro potrebbe fare emergere una figura che storicamente si è presentata, che ne so, nel 500 a. C. e ciò nonostante avere una forza anche di conoscenza assolutamente attuale e contemporanea, bruciante addirittura.

Avete mai considerato la scienza come un linguaggio per interpretare il mondo? Voi avete molta attenzione al linguaggio, e io vedo la scienza come un linguaggio diverso da quello comune che ha determinate regole per l'interpretazione del mondo e se questo poteva avere qualcosa in comune con il linguaggio del teatro.

In parte sì e in parte no, nel senso che se si considera il linguaggio scientifico nella sua declinazione specifica da disciplina a disciplina, bisogna considerarlo dal punto di vista teatrale, come un materiale. Se prima abbiamo fatto tutta questa distinzione fra conoscenza concepita dalla scienza e conoscenza concepita dal teatro, mantenendoci in un livello teoretico del discorso e quindi mantenendoci in una distanza, la considerazione dell'applicazione specifica di linguaggi specifici, quindi il loro declinarsi in base alla disciplina, diventa immediatamente un materiale, e, come tale, interessante per noi. Diventa un fenomeno, ecco, una manifestazione concreta che potrebbe essere utilizzata, come un qualsiasi altro oggetto.

Opinioni sul Teatro in Internet.

Si tratta di un'esperienza legata a una preoccupazione di diffusione, che non riveste un interesse particolarmente rilevante. Si tratta di una pratica di diffusione. Per quanto riguarda quel mondo lì, è un mondo della quantità, un mondo che è una specie di doppio di quello che c'è, per cui per quel che ci riguarda, mettiamo il meno possibile, il più seccamente possibile, proprio perché la percezione non è molto disposta ad essere ritenuta. Quindi, per il momento, per ora per noi si tratta di dare le notizie il più essenziali possibili, non mettiamo dei pezzi teorici da leggere. Non li mettiamo perché la percezione, il tipo di approccio che si ha nei confronti del video elettronico non consente un approccio di tipo intimo, intimista sì, ma non intimo. Si tratta ne più ne meno di un elenco telefonico… Diventa soperchiante questa rete… Non è per niente misteriosa, diventa molto piatta, estremamente piatta. Quindi nell'estremamente piatto ci va l'elenco telefonico, non di più.