Il
concetto di realtà in teatro - che
avete o che cercate - è paragonabile a quello
scientifico? Ricreare una realtà in teatro
può essere visto come un esperimento
scientifico (in cui si ricreano sempre delle
determinate condizioni in laboratorio, che sono
riproducibili e in cui si ottiene un certo effetto.
Ovviamente il fine della scienza è di tipo
conoscitivo)?
Senz'altro
il parallelo va fatto e senz'altro si tratta
di una situazione quasi gemellare, ma probabilmente
sarebbe più corretto dire che la
ricreazione della realtà di tipo
scientifico è sorellastra
dell'arte del teatro, la cui costituzione
è la riproduzione della realtà.
Su questo non c'è dubbio: il teatro
è un'arte mimetica, che riproduce;
per il semplice fatto di esserci, sul palcoscenico,
noi non possiamo prescindere dai fenomeni
della realtà; necessariamente ci
rifacciamo ai fenomeni della realtà,
ma a differenza della scienza, quello che
succede in teatro è comunque una
sospensione
della realtà. Nel momento stesso
in cui necessariamente la si riproduce,
la si sospende. Il tempo non c'è
più; pur fisicamente passando, è
un altro tempo,
quello del teatro, è un altro
luogo, quello del teatro. È
quindi una sospensione della realtà.
Probabilmente questo lo è anche per
la scienza, tuttavia
forse è
più interessante chiedersi qual è
lo scopo, il fine della scienza. Probabilmente
la scienza ha qualcosa di costruttivo davanti,
sebbene i suoi risultati puntualmente hanno
portato e - secondo me - necessariamente
al lato collegato alla costruzione, che
è la distruzione. Nel nostro caso
è il contrario. Lo scopo è
la fine, non l'inizio e anche nel nostro
caso simmetricamente la fine si riaggancia
a un inizio
questo purtroppo è
quasi brutto come l'ho detto, perché
è troppo perfetto, troppo simmetrico,
diventa quasi una poesia, un lagna, diventa
quasi una nenia, ma forse è anche
giusto che abbia questo aspetto così
posticcio, ma a livello intuitivo sento
che è così. Ecco perché
le attività del teatro e della scienza
sono sorellastre,
proprio perché c'è questa
forte simmetria nell'avere a che fare con
il mondo: la scienza ne riproduce le condizioni,
il teatro invece è nella condizione
della riproduzione. È uno scarto
sottile, ma molto profondo, midollare. La
scienza ha come thelos,
come obiettivo finale, un inizio, una costruzione;
cioè io vedo nella scienza un positivo,
un segno "più"; in teatro
è il contrario: il fine del teatro
coincide con la fine; probabilmente perché
la fine è la condizione per incominciare,
un'altra cosa, un'altra vita. Ma lo scopo
del teatro è la fine e tra l'altro
lo è anche praticamente:
perché praticamente quando comincio
a recitare, io mi oriento verso la fine
dell'atto. In questo il teatro si differenzia
da qualsiasi altra arte. Il cinema rimane.
La pittura rimane. La musica, che era vicina
al teatro, adesso rimane, perché
ho il disco
ma non si può dire
la stessa cosa del teatro, perché
il video, quello degli spettacoli di teatro
(non mi riferisco ai video in generale,
che riescono ad essere autonomi), è
completamente privo di forza. Il teatro,
come arte è veramente inconsistente,
proprio perché ha una relazione fortissima
con la fine. La fine è costitutiva
del teatro, perché deve rimanere
nella memoria. C'è qualcosa, sì,
ma è impalpabile, è intangibile,
è dentro la memoria, ed è
questa la sua forza; secondo me è
anche la forza del suo futuro. Poi è
strano vedere come alla scienza, che ha
in mente l'inizio, le "scappi"
la distruzione, e al teatro, che ha in mente
la distruzione, gli "scappi" un
inizio! Questo è paradossale e naturalmente,
essendo così formulata, la cosa va
immediatamente disordinata da tanti attraversamenti
che confondono continuamente queste tensioni
fra di loro. Però il punto di partenza
fa dire la loro vicinanza. Questa falsa
simmetria fra scienza e teatro. Oltretutto
bisognerebbe anche approfondire l'aspetto
della gnosi,
della conoscenza. Che cos'è, come
è vissuta dal profondo la conoscenza?
Che cos'è la conoscenza per la scienza
e che cos'è per il teatro? Sono veramente
due cose molto molto differenti, anche da
questo tipo di approccio. E poi c'è
la scienza pura, esiste adesso? Non lo so.
C'è la scienza applicata
oppure:
ha senso parlare di "scienza pura"?
Non lo so. C'è un pensiero teoretico
della scienza? Io credo di sì, secondo
me c'è. Il problema è molto
complesso. Si può anche cercare di
sviscerare.
Per noi il problema va circoscritto immediatamente
in diverse sezioni. C'è una conoscenza
che è di tipo tecnico, ed è
una conoscenza limitata nel tempo, configurata,
precisa e dedicata a certi elementi che
sono caratteristici e specifici del teatro
ed è anche in parte quella che ho
detto prima, relativa a scienze, che sono
le scienze acustiche, le scienze meccaniche,
termiche, dinamiche in genere, ma sono anche
le scienze dell'organo della fonazione,
per esempio, sono tutte le tecniche motorie
Quando si parla di questa conoscenza, è
facilmente arginabile, perché è
delimitata ed è anche limitata ed
è tutta funzionale ad un determinato
spettacolo. Quando invece si parla di conoscenza
come sophia
oppure come spinta verso il sapere, allora
senz'altro il discorso si fa più
complesso e il paragone con la scienza ancor
di più. Perché la conoscenza
nell'ambito teatrale è una attività
che si consuma nel momento stesso in cui
la si compie, cioè non rimanda ad
altro. Se in ambito religioso, ad esempio,
la conoscenza è legata alla salvezza,
o se nell'ambito scientifico è legata,
secondo me, ad una penetrazione del diaframma
che la conoscenza stessa immette fra le
cose conosciute e le cose non conosciute
e quindi è questo "andare nel
limite" o meglio "oltre il limite",
io credo che nel caso del teatro non sia
così, perché non è
un desiderio di conoscere, di "andare
nella parte dell'ignoto", ma è,
casomai, se vogliamo usare questa metafora
del diaframma che separa il noto dall'ignoto,
è casomai tra
queste due cose, è casomai nel
diaframma, quindi è nella
esperienza di essere a metà, sempre
a metà, tra il noto e l'ignoto e
quindi è proprio in questa stessa
banale (sottolineo) attività di prova,
di raccolta iniziale, di fantasmi, perché
all'inizio è così nel teatro:
è una raccolta indiscriminata di
fantasmi, di figure, che poi conosceranno
il vaglio in base appunto al sistema che
la messa in scena configura. Ma all'inizio
è questo arrendersi, essere duttili,
passivi rispetto
a questa quantità di cose che vengono
in mente, praticamente. Quindi è
un'attività di raccolta che non punta,
che non ha l'obiettivo di entrare nella
regione dell'ignoto, come se l'ignoto non
fosse una regione nella quale già
siamo continuamente! Ecco allora,
che anche rispetto alla Storia, è
molto diverso, il teatro dalla scienza.
Perché per la scienza e per la conoscenza
nell'ambito scientifico, la Storia è
fondamentale, è le fondamenta. C'è
sempre un processo per cui ci si rifà
necessariamente a quello che si ha, proprio
perché si deve superare la soglia:
io la soglia la devo possedere, la devo
conoscere e necessariamente mi rifaccio
a quello. La conoscenza è anche la
conoscenza del passato e l'atto della conoscenza
scientifica, se è tale, deve potere
aggiungere a questo ideale elenco delle
conoscenze, a questa ideale teoria lungo
i secoli, aggiungere un motivo in più.
Questo non è un problema teatrale,
anzi oso dire neanche artistico in generale.
La Storia non è un problema artistico:
il collegamento con quello che c'è
prima non mi può riguardare, perché
allora veramente diventa un processo di
conoscenza precostituito, in un certo senso,
di tipo scientifico. Mentre il rimanere
nel diaframma fra noto e ignoto, il non
avere come obiettivo l'andare in una regione
ignota, come se fosse un'altra rispetto
a quella nella quale mi trovo già,
significa non rifarsi a quello che c'è
prima, indi concependo il teatro e l'arte
come una progressione: è sbagliato,
perché l'arte diventa quasi una ricetta,
diventa una fatale catena, in un certo senso,
diventa una catena logica; la scienza è
una catena logica, anche se io non escludo
nella scienza che vi siano delle illuminazioni
che veramente giungono come meteore e non
escludo che nell'arte ci siano artisti,
che si rifanno alla tradizione o che rompono
con la tradizione per fare delle cose nuove
ma non per questo non le sono legati (anzi
lo sono ancor di più perché
appunto hanno come metro di paragone la
tradizione per potere rompere!). Nel teatro
non vi può essere, secondo me, un
legame di conoscenza del passato e quindi
un atteggiamento di paragone, non ci può
essere un atteggiamento parametrico nel
teatro, mentre penso che nella scienza sia
importante. Ci sono i paragoni nel teatro,
ma a posteriori,
e sono i paragoni per gli storici del teatro,
cioè per altri scienziati, perché
la storia è la scienza, e il teatro
non lo è, come lo è la storia,
non lo è del tutto, in quanto il
teatro condivide con la scienza certe movenze,
certi moti
della conoscenza, ma non certi modi
della conoscenza. In particolare, ripeto,
il rapporto con il tempo e con la storia
non è paragonabile, perché
il teatro deve potere essere una meteora,
un mondo a se stante. Ma questo qualsiasi
arte: come fa un pittore o un artista in
genere a escogitare un suo lavoro in base
a quello che c'è stato, prefigurando
quasi un progresso? Non è così.
In questo senso io condivido molto il pensiero
storico di Aby Wargburg che vede l'arte
non come una cronologia di artisti, di problemi
artistici, che prefigurano quasi un'evoluzione
del cervello umano.. è di una pochezza
incredibile questa posizione. Invece vede
la storia dell'arte come una collana, il
cui collegamento non è cronologico,
ma di figure che si ritrovano lungo la storia
dell'umanità in modi e in tempi disparati,
in punti illogici che emergono.
Il tempo del teatro non è diacronico;
ci sono parecchie sincronie, ma non è
da intendersi come progresso cronologico.
In questo senso il teatro potrebbe fare
emergere una figura che storicamente si
è presentata, che ne so, nel 500
a. C. e ciò nonostante avere una
forza anche di conoscenza assolutamente
attuale e contemporanea, bruciante addirittura.
|
Avete
mai considerato la scienza come un linguaggio
per interpretare il mondo? Voi avete molta attenzione
al linguaggio, e io vedo la scienza come un linguaggio
diverso da quello comune che ha determinate regole
per l'interpretazione del mondo e se questo poteva
avere qualcosa in comune con il linguaggio del
teatro.
| In
parte sì e in parte no, nel senso
che se si considera il linguaggio scientifico
nella sua declinazione specifica da disciplina
a disciplina, bisogna considerarlo dal punto
di vista teatrale, come un materiale. Se
prima abbiamo fatto tutta questa distinzione
fra conoscenza concepita dalla scienza e
conoscenza concepita dal teatro, mantenendoci
in un livello teoretico del discorso e quindi
mantenendoci in una distanza, la considerazione
dell'applicazione specifica di linguaggi
specifici, quindi il loro declinarsi in
base alla disciplina, diventa immediatamente
un materiale, e, come tale, interessante
per noi. Diventa un fenomeno, ecco, una
manifestazione concreta che potrebbe essere
utilizzata, come un qualsiasi altro oggetto.
|
Opinioni
sul Teatro in Internet.
| Si
tratta di un'esperienza legata a una preoccupazione
di diffusione, che non riveste un interesse
particolarmente rilevante. Si tratta di
una pratica di diffusione. Per quanto riguarda
quel mondo lì, è un mondo
della quantità, un mondo che è
una specie di doppio di quello che c'è,
per cui per quel che ci riguarda, mettiamo
il meno possibile, il più seccamente
possibile, proprio perché la percezione
non è molto disposta ad essere ritenuta.
Quindi, per il momento, per ora per noi
si tratta di dare le notizie il più
essenziali possibili, non mettiamo dei pezzi
teorici da leggere. Non li mettiamo perché
la percezione, il tipo di approccio che
si ha nei confronti del video elettronico
non consente un approccio di tipo intimo,
intimista sì, ma non intimo. Si tratta
ne più ne meno di un elenco telefonico
Diventa soperchiante questa rete
Non
è per niente misteriosa, diventa
molto piatta, estremamente piatta. Quindi
nell'estremamente piatto ci va l'elenco
telefonico, non di più. |
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