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In
passato avete intitolato due spettacoli con il
nome di due scienziati, rispettivamente di Keplero
e di Eulero. Da un punto di vista superficiale,
quindi si potrebbe pensare che hanno a che fare
con la scienza...
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Noi
abbiamo molta simpatia per la scienza
pura e anche applicata. In quel caso -
vorrei specificarlo - si trattava di due
spettacoli della Scuola
Teatrica della Discesa che
abbiamo fatto fino all'anno scorso. Quest'anno
è stata sospesa in vista della
preparazione di un manuale di esercizi
che io sto scrivendo.
Per quanto riguarda questi spettacoli,
c'è da dire che io all'epoca ero
attirata da tutti gli studi, soprattutto
dell'antichità, relativi all'ars
combinatoria; naturalmente ho solo
approfondito in parte questo mio essere
attirata, ma mi è sempre piaciuto
Pitagora e il rapporto vitale che Pitagora
aveva con i numeri, rapporto che rispetto
a Platone, mi sembrava di tipo pratico.
Mi piaceva quindi l'invenzione di prassi
legata ai numeri; questo praticamente
si vedeva negli spettacoli come combinazione
e in particolare come combinazione
di tragitti, la cui determinazione andava
a formare altre figure. Quindi del numero
mi piaceva la capacità di vedere
o disegnare un ordine nel caso, perché
è come se i numeri fossero delle
forze in grado di dominare ciò
che massimamente non si può dominare,
che è la quantità. La quantità
come categoria massiva è una figura
di sopraffazione, perché se si
pensa al numero delle cose che esistono
nel cosmo, è un numero umanamente
non racchiudibile e se si pensa alle loro
combinazioni è un numero umanamente
impensabile. I numeri però sono
delle forze che non si lasciano sopraffare
da questo tipo di spavento (perché
ciò che non è dominabile
è spavento, come esperienza umana:
è dubbio, è paura). Il numero
viene per portare il peso, per misurare
ciò che in un primo momento sembrerebbe
incommensurabile, ma il numero umilmente
comincia a misurare. Quindi mi è
sempre piaciuto del numero questo suo
lavorio, questo suo lavorare. Tuttavia
l'attività del numero l'ho trovata
non solo, non semplicemente e senza dubbio
non esclusivamente utilitaristica, funzionale,
ma veramente l'ho trovata, al pari della
poesia, e in questo mi unisco a Platone,
l'ho trovata come una forma, una figura,
una forza razionale, pari e del tutto
sorella alla forza dell'arte, la quale
dal punto di vista romantico, si distacca
dai numeri, perché li ritiene troppo
delimitati e delimitanti (i numeri infatti
sono figure di delimitazione, sono termini,
sono dei "paletti"). La poesia
si è sempre sentita distante, per
lo meno, la concezione romantica della
poesia, si è sempre sentita distante
dai numeri per questo motivo. La poesia
ritiene che i propri termini siano infiniti,
sfuggano, abbiano degli orizzonti ogni
volta apribili, proprio l'esatto opposto
dei numeri. In realtà, la poesia
è legata ai numeri, non la contemporanea
purtroppo, la contemporanea faccio fatica
ad apprezzarla
ma la poesia antica
è legata a filo doppio con i numeri
e non solo per il discorso utilitaristico
della rima, ma perché secondo me
i numeri e la poesia sono insieme legati
dalla forza comune della musica. Ritornando
ai nostri spettacoli (quelli della scuola),
c'era un insieme di tragitti che era quasi
una danza, perché nei tragitti
che compivano gli attori, nei loro incontri,
nel loro incrociarsi, si determinavano
diverse figure, per cui si poteva vedere
come una specie di caos da piazza, da
mercato, incontrollato e del tutto casuale,
che invece era attraversato da queste
strane correnti che allineavano, come
nelle costellazioni del cielo, queste
presenze disposte in una maniera apparentemente
disordinata e caotica.
Gli spettacoli Keplero
e Eulero
si assomigliano molto come concezione.
Il richiamo specifico ai nomi dei due
matematici si riferisce in generale a
una simpatia verso la matematica: mi piaceva
che questi spettacoli portassero il nome
di un matematico, possibilmente un matematico
che avesse a che fare con un problema
di armonia. Nel caso di Keplero è
evidente, perché ha fatto uno studio
stupendo, l'Armonices
Mundi, (che purtroppo ho potuto
sfogliare solamente in latino, perché
ho potuto accedere solamente alla copia
anastatica. Ci sono dei disegni stupendi
di solidi incuneati uno dentro l'altro
una cosa meravigliosa, legata alla musica
).
Purtroppo non esiste la traduzione italiana
di questo testo, c'è solo quella
in inglese
In quel caso era veramente
presente una certa aderenza del tutto
intuitiva, perché io prima non
avevo assolutamente letto l'Armonices
Mundi: avevo una superficialissima
conoscenza del suo interesse per i pianeti,
le ellissi ecc
e lo spettacolo,
come mi è stato detto da chi aveva
studiato il testo di Keplero, è
risultato essere l'illustrazione pari
pari delle ellissi! Quindi dopo lessi
il testo e ho visto che c'era effettivamente
una grande e forte simpatia rispetto al
lavoro del Keplero.
Quindi il titolo fu proprio un'ispirazione,
perché non era assolutamente legato
in questo modo a Keplero. Nei due anni
successivi facemmo un altro lavoro e mi
piaceva sempre suggellarlo a un nome di
un matematico e in questo caso "Eulero",
te lo dico francamente, mi piaceva molto
per la eufonia con Keplero, quindi posto
il nome Eulero
prima di sapere chi fosse Eulero!! Dopo
sono andata a vedere chi era Eulero e
ho visto che si era interessato del calcolo
infinitesimale, se non sbaglio
ma
in quel caso però non è
successo come con Keplero, cioè
non ho scoperto dopo che c'era una profonda
simpatia
no! Mentre il primo si
rifaceva al continuo movimento dell'ellisse
e della rivoluzione (c'erano tutti movimenti
di rivoluzione, cioè di tragitto
circolare su sé, attorno a un corpo,
a un insieme di persone che compivano
rivoluzioni, anche se non direttamente
descrittive di quelle planetarie. Era
una assonanza; erano in realtà
dei movimenti umani.), in quest'ultimo
lavoro mi sono concentrata su spostamenti
o meglio su movimenti "secondari"
dell'articolazione umana; mentre i movimenti
"primari" muovono leve, che
possono essere quelle dell'anca, quelle
della spalla, mi sono concentrata sui
movimenti secondari, come polso, falangette,
caviglie
quindi movimenti che non
sono direttamente responsabili degli spostamenti,
ma che sono più legati a un concetto
di "spostamento all'interno del corpo".
Poi anche qui vi erano spostamenti legati
a strane e incomprensibili, se viste da
fuori, logiche che erano molto precise
per gli attori, perché erano legate
a dei dati precostituiti derivati, tra
l'altro, a loro dati esistenziali, cioè
la data di nascita, il numero del parallelo
e del meridiano all'interno del quale
erano nati.. insomma tutta una serie di
dati che venivano trasposti dal loro mero
dato geografico e temporale, in movimento
e in combinazioni di movimento, quindi
in determinazioni di incontri tra di loro,
quindi era tutto basato sulla combinazione.
note
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Nei
vostri spettacoli utilizzate inoltre molta tecnologia,
endoscopie, congegni elettrici
Sì,
utilizziamo anche reazioni chimiche
La chimica ci interessa molto e ultimamente
sempre di più, soprattutto nella
sua accezione alchemica, quindi più
antica, perché anche la chimica è
un'ars combinatoria,
cioè la cosa bella è che a
partire da due sostanze, si ottiene una
terza sostanza che ha tutt'altre caratteristiche
e questo è enormemente teatrale in
sé. Ci interessa, perché il
teatro è un sistema di combinazione
di forze controllata, il cui effetto è
quello della commozione, quindi ci occorrono
questi strumenti. Ci occorre tutto, perché
il teatro è la ripetizione del mondo;
è la riproduzione del mondo; è
l'arte più mimetica del mondo, quindi
tutto ciò che c'è nel mondo
è un materiale che noi possiamo usare.
Nel secondo atto della Genesi,
ad esempio, vi è una croce in plexiglass
che funge da contenitore, è una croce
trasparente: all'interno, all'inizio, vi
è un liquido trasparente, si direbbe
acqua, ma è mescolata con un semplice
componente chimico; vi sono due tubi collegati
a due sacchetti, tipo flebo, anch'essi trasparenti,
che contengono anch'essi sostanze chimiche
mescolate con acqua. Quindi all'inizio è
tutto trasparente. A un certo punto viene
azionata la valvola di scarico di questo
liquido e come reazione chimica, questa
croce da trasparente, quindi da invisibile,
diventa rossa! Proprio di un rosso accesissimo.
Dal punto di vista teatrale è una
magia. Poi viene aperta un'altra valvola
e questo colore rosso accesissimo, ritorna
trasparente
Poi sfruttiamo molto il rapporto con la
pneumatica, azioniamo molti meccanismi con
la forza pneumatica; sfruttiamo anche la
forza termica: per esempio nel Primo Atto
della Genesi,
ad un certo punto c'è la spada, che
nella nostra mente richiama immediatamente
tutta la lunga iconografia della cacciata
dall'Eden, ecco lì c'è una
spada che a un certo punto prende a riscaldarsi
e diventa incandescente e quindi in quel
caso è una forza termica che fa sì
che all'inizio si veda questo ferro fumare,
incendiarsi (perché mettiamo anche
lana di ferro, in modo tale che si incendi
e si veda il fuoco per un po') e infine
diventare incandescente. Per molti minuti
rimane sulla scena questa spada incandescente.
Oppure in altri spettacoli, ad esempio,
non abbiamo
usato appositamente l'energia elettrica,
perché in quel caso era importante
creare un'idea di isolamento, di mancanza
di collegamento, per cui lo spettacolo era
alimentato da una energia il più
possibile endogena, quindi con batterie,
con generatori autonomi: non doveva attaccarsi
ad alcuna rete, e questo è l'Amleto.
Era importante per quello spettacolo, mantenersi
in un solipsismo, in un autismo totale e
assoluto, che coinvolgesse anche l'illuminazione
stessa dello spettacolo. In quel caso, vedi
come la tecnologia, o meglio la conoscenza
delle energie, diventa profondamente tematica,
comunicativa. La scienza applicata non è
mai, nel nostro caso, un mero scenario o
una mera decorazione, ma diventa sempre
una figura di potenza comunicativa. Nei
nostri spettacoli la scenografia, i costumi,
non sono mai dei piccoli problemi, ma devono
tutti funzionare in questo sistema, che
è un sistema che deve riuscire a
raggiungere e poi a toccare gli spettatori.
Questi sono solo alcuni esempi che mi vengono
in mente adesso, fra tanti altri. Ad esempio,
ecco, in Gilgamesh
l'energia, l'alimentazione della luce, doveva
poter essere sonora
(e non solo). In quel caso la luce aveva
il problema di raggiungere non solo il senso
della vista, ma il più possibile
tutti i sensi. Gilgamesh
era un lavoro sul mito e quindi era un lavoro
sul profondo, era un lavoro slegato da tutta
la tradizione del teatro occidentale legata
ad un autore e quindi in qualche modo era
un entrare nella notte della conoscenza,
perché il mito è la notte
della conoscenza, è la confusione
della conoscenza; è conoscenza, ma
è la non ancora sistematizzazione
della conoscenza. Mentre parlo di questi
spettacoli, li sto rovinando, perché
parlare di uno spettacolo è certamente
limitarlo, è certamente rovinarlo,
comunque è un gioco che io accetto
Questa luce in Gilgamesh
doveva toccare anche il tatto, cioè
la temperatura, l'odore, le orecchie, ed
era in quel caso uno spettacolo illuminato
da erogatori di gas butano incendiato
c'erano
fiamme che creavano turbolenza acustica;
ci siamo inventati anche un sistema di mixer
incredibile con i gas, così come
esiste il mixer delle luci, dove ogni luce
ha un numero e tu alzi o abbassi questi
riferimenti numerici che corrispondono ai
proiettori, ecco, in quel caso avevamo delle
manopole, dei rubinetti che noi aprivamo
o chiudevamo con una intenzione di progressione
o di regressione dell'intensità.
Gli "erogatori" erano quelli che
usano i carpentieri per riscaldare il catrame:
sono lance che terminano con cilindri i
quali erogano lingue di fuoco e a seconda
della quantità di gas che tu dai,
c'è un minimo che è quasi
invisibile, di colore blu, estremamente
freddo come colore, con un minimo di suono,
un sibilo, e anche con un minimo di colore;
e vanno a un massimo (chiaramente noi abbiamo
calcolato quale massimo potesse andare bene)
che corrisponde a un aumento della turbolenza
e a una gravità di tono molto importante,
perché ricorda quasi le canne dell'organo
più gravi che raggiungono i 15 Hertz
- e tra parentesi, l'acustica è un
nostro grande e amatissimo campo - fino
ai limiti dell'udibilità. È
bello vedere come comunque anche nell'antichità
l'acustica fosse per i musicisti una cosa
molto presente. Noi abbiamo notizie di organisti
tedeschi del Seicento che usavano certe
canne d'organo solamente in certe feste,
in particolare nella Pentecoste, la festa
della discesa dello Spirito Santo, perché
erano canne che emanavano un suono non udibile
dall'orecchio
Era un suono che si
sentiva all'interno, che faceva vibrare
il corpo
Usare certe frequenze delle
onde sonore può essere perfino un'arma
letale, tanto è vero che abbiamo
saputo che l'acustica fa parte anche di
una branca della ricerca militare.
Sono tutte forze che vanno usate, che noi
usiamo molto, però le usiamo in un
modo mitico,
non di esibizione della tipologia, che diventa
completamente inerte come problema. Quando
invece la tecnica riesce a portare i fantasmi
delle figure che noi vogliamo evocare, allora
va benissimo. |
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