Teatro e Scienza
Le interviste e le opinioni

Masque Teatro/1


Gruppo di Lavoro Masque Teatro. Fondato a Bertinoro (Forlì) nel 1988 da Catia Gatelli (sociologa) e Lorenzo Bazzocchi (ingegnere), autori e registi di un gruppo nel quale sono confluite in seguito collaborazioni di musicisti e di videomaker. Vincitori del Premio di produzione Riccione Ttv 1997 con il video dello spettacolo Nur Mut, la passeggiata dello Schizo, organizzano dal 1994 il festival annuale Crisalide.
Per ulteriori notizie, si veda Stefania Chinzani, Paolo Ruffini Nuova scena italiana, (Castelvecchi ed., marzo 2000).
Sito web:
http://www.masque.it/

Si veda anche la scheda nella sezione Teatro.

 

Quale è il vostro rapporto con la scienza?

Lorenzo Bazzocchi. Si potrebbe far risalire l'inizio di questo connubio al secondo anno del Festival Crisalide, quando il tema che avevamo scelto era "atto di creazione". Naturalmente io mi sono sempre interessato alla scienza e soprattutto alla biografia dei matematici, perché la loro vita, che dall'esterno potrebbe sembrare fulgida di gloria, andando a scavare, a vedere, invece mostra quasi sempre delle grandi sofferenze. Penso a figure come Dedekind, che erano costrette a lunghi e faticosi viaggi per poter lavorare e mantenere la famiglia e a tutta una serie di matematici che hanno avuto vite tremende…

Perché il tema "atto di creazione" è legato alla scienza? Perché negli scritti di Cantor a proposito del concetto di creazione di nuove idee, lui parla di "pargoletti" - nel libro di Zellini è accennato molto bene un passaggio relativo alle idee che vengono partorite e che sembra invece che sfuggano e che si producano quasi da sole: bisogna "andarle a raccoglierle" quando già si sono sviluppate - e di sentimenti legati al concepimento, che non sembrerebbero avvicinabili assolutamente al mondo matematico; quest'ultimo infatti è comunemente visto come un mondo estremamente razionale, in cui sembra che esista un progetto molto preciso di assiomi, dai quali si dimostrano dei teoremi per arrivare a delle conclusioni che sembrano appartenere a una linea data da un'entità quasi superiore… cioè per le persone comuni, la sensazione è proprio quella che il matematico viva in un mondo non dico freddo, però che viaggia su binari molto precisi. Leggendo tutte queste biografie, e vedendo il modo di procedere nel lavoro, come ad esempio quello di Poincaré e di una serie di figure che naturalmente si avvicinavano al mondo filosofico, c'era un intreccio già chiaro; infatti chiedersi perché la matematica o la scienza vadano a influire sul lavoro teatrale, per me, è quasi banale. Ci sono uomini che si vantano di essere ignoranti in matematica e ogni volta che mi capita io affermo "se tu sei ignorante in matematica sei una persona ignorante e ti dovresti vergognare, come ti dovresti vergognare di non sapere che cosa vuol dire ermeneutica". Questa è una sensibilità che assolutamente non esiste nel mondo teatrale (non umanistico, perché il mondo matematico è un mondo totalmente umanistico); non è una battaglia la nostra, però portiamo avanti anche questo sentimento, perché un conto è se "sono ignorante in matematica" lo dice Odifreddi, che è un matematico e un conto è se lo dice qualcun altro... Questo sentimento in noi è molto potente. Naturalmente il mondo teatrale ha tutta un'altra serie di assiomi da cui partire, ma molto spesso è quasi assurdo non pensare che non si possa intersecare con il mondo scientifico; ma il critico teatrale, lo scrittore che è abituato ad andare a teatro, è così poco avvezzo a un certo linguaggio, che trova delle difficoltà estreme a cogliere la bellezza di certe costruzioni, che sono poetiche. In effetti il fascino esercitato su di noi da Duchamp è evidentissimo perché Duchamp parla di cerniere, di proiezioni, di mondi quadridimensionali, che poi si riflettono sul mondo tridimensionale per avere una proiezione sul piano bidimensionale, che invita a poter guardare con occhi diversi la realtà, a interrogarsi se l'oggetto che si vede non corrisponda forse a quello che la retina percepisce, ma se dietro molto probabilmente c'è qualcos'altro. In effetti Duchamp è stato, non dico il nostro maestro, perché parlar di maestri fa sorridere, non perché non ne vogliamo avere, però non è una parola giusta: è sminuente per le figure a cui facciamo riferimento. Ci sono uomini eccezionali che hanno partorito, concepito, che hanno aperto delle strade. Se pensiamo a Wittgenstein che diceva "non ci sono uomini ignoranti, ci sono uomini aperti o non aperti".

Ritorniamo all'atto di creazione e al modo in cui ha influito così pesantemente su di noi: effettivamente a partire dall'atto di creazione matematico, man mano che leggevamo tutta una serie di biografie e di trattati di matematica (perché quello che noi abbiamo avvicinato è una letteratura che non è l'<<equazione>>…), da queste cose emergeva chiaro che il procedimento è il medesimo e in effetti in Nur Mut noi a un certo punto scriviamo "è come tuffarsi in Amleto", però non ci sono dei drappi rossi, non ci sono delle sedie di legno, non c'è il castello, ci sono forse degli ascensori, ci sono degli altri materiali, ma che per noi coincidono con una stoffa: sono oggetti che io vedo come molto comuni.


spettacolo: "Nur Mut"

Il problema forse è che non ci si è semplicemente abituati. Dietro questo c'è anche un altro sentimento: il fatto del rapporto con la tecnologia, che molto spesso ci viene chiesto [nelle interviste ndr.]. In che modo ci rapportiamo? Non c'è nessun rapporto. Il problema è che non bisognerebbe far finta di usare un telefono o usare un frullatore, ignorando l'energia che questi mezzi adoperano, il luogo da dove proviene; l'uomo comune, noi stessi, usiamo la televisione, usiamo un'automobile ignorando completamente queste cose… sì, si può utilizzare il mezzo lo stesso, però veramente in questo modo la tecnologia potrebbe sopraffarci, perché vogliamo "fare finta", come se questi fossero dei doni piovuti dal cielo, da altre figure che non appartengono neanche al nostro status di vita quotidiana. Non è che voglio pensare ai tecnici di una centrale elettrica e al loro lavoro… io penso all'utilizzo con sufficienza delle strutture tecnologiche che usiamo. Non c'è interrogazione sul perché ci sono due fili che portano la corrente. A me stupisce che l'uomo che è a contatto diretto con queste cose, non si interroga assolutamente su tutto un tale mondo. Ma queste sono banalità. Purtroppo non si interroga neanche su quello che è … non volevo usare la parola "profondo" però forse bisognerebbe usarla. A Verona abbiamo portato a termine all'interno di Prototipo il progetto che riguardava un nostro studio sul tempo che era Improbabili previsioni del tempo e effettivamente, leggendo delle cose di Prigogine abbiamo trovato che quello che è incredibile è come uno scienziato a partire dal secondo principio della termodinamica riesca poi a procedere su delle linee che sono prettamente filosofiche e a interrogarsi sulla nascita non solo dell'universo ma anche sulla nascita del tempo. Ci sono degli intrecci che non si potrebbero tralasciare; forse è quello che conosciamo che è così limitato che ci impedisce di trovare dei collegamenti precisi. In Improbabili previsioni del tempo quello che abbiamo cercato forse potrebbe essere anche banale, e per me lo è, e cioè pensare di fare un'analisi partendo da Heidegger o da Bergson e trovarmi su Einstein quando distrugge le concezioni temporali di tutta una filosofia che le ha portate avanti per un secolo e poi ritrovare Prigogine che in qualche modo si riallaccia a Bergson nel tentativo di rendere valida la propria concezione di un tempo interiore, quando per Einstein invece non poteva più sussistere. In quel lavoro sicuramente è intervenuto massicciamente il riferimento - se vogliamo chiamarlo così - a un mondo scientifico. Perché man mano che si andava avanti e diventava tutto sempre più "allucinante": leggendo per esempio delle cose di Penrose, quando parla del Big Bang, lì cominciano a scaturire domande come "ma il tempo? Sì OK, parliamo dello spazio, facciamo finta che in un milionesimo di secondo effettivamente si sia sviluppata tutta questa materia da un nucleo concentrato, ma il tempo?" Il tempo nasce in quel momento o c'era già prima? Si incominciano a fare delle ipotesi… quello che mi aveva affascinato leggendo i testi di Penrose era l'analisi matematica di coordinate spazio temporali che io pensavo non potessero essere aggredite da studi matematici. Quello infatti mi ha molto colpito.
Quindi la scienza interviene [in teatro, ndr.] quando va a toccare quegli aspetti che sono normalmente legati al pensiero filosofico. Per quello questa domanda che mi poni… per noi è un percorso molto naturale… come forse è naturale, parlando di Eva futura, pensare che tutto il lavoro è nato da Gödel e sicuramente non lo si vede, però se effettivamente Gödel - beninteso io starei estremamente attento, il Teorema di Gödel è stato preso per tutta una serie di cose, addirittura anche dalla teologia, non voglio distruggere o offendere Gödel - cioè a me colpisce che nel 1931 un matematico possa creare una nuova era della logica (e ne parla così anche Odifreddi); mi colpisce il fatto che nel 1931, quando sembra che la matematica sia già consolidata, a un certo punto succede una rivoluzione sconvolgente che distrugge il lavoro di decine di anni di logici, sto pensando ai Principia Mathematica di Russel e Whitehead. Se pensiamo a queste cose, quello che mi dico è questo: se effettivamente è più forte il concetto di verità su quello di dimostrabilità, allora può essere questa la trasposizione nel teatro, cioè per noi essere sulla scena è essere nella nostra vita reale. Per me l'attore è un essere che vive lì. Difficilmente riusciamo a tornare in quella che è la nostra vita e sento che quella che è la nostra vita quotidiana è quello che il pubblico percepisce "al contrario", cioè è la nostra finzione… spesso ci siamo chiesti: effettivamente sulla scena noi rappresentiamo, quindi operiamo una fiction, nonostante tutto, chiamiamola teatrale, una rappresentazione. Ma noi ci siamo sempre detti "no quella è la nostra vita". Allora Gödel mi dà una sorta di coraggio: forse esiste una verità nel sistema teatrale che non è dimostrabile! Io non riesco a dimostrarlo e se lo tentassi sarei pretenzioso. È difficile poter affermare anche e io comunque lo voglio affermare, che il teatro può esistere anche senza spettatori. Grotowsky era arrivato ad affermare "per uno spettatore" e si è ritirato nella sua ricerca e io invece vorrei affermare che per me il teatro può esistere anche senza spettatore, è una costruzione che avviene e io non lo sento assolutamente necessario, se l'attore è un essere che vive e non rappresenta e non produce uno spettacolo per il godimento o il divertimento di una persona che è uscita dal lavoro alle 6 e che è giusto che decida come andare a passare la sua serata. In questi termini quello diventa uno spettacolo, ma per noi non lo è assolutamente, infatti abbiamo estreme difficoltà nel rapportarci anche al pubblico. Gli applausi… per me è difficile uscire per gli applausi, perché per me non è una rappresentazione, quindi, cosa vado a raccogliere? Io quello che posso tentare di raccogliere è quello che proviene da me, dopo quello che ho fatto.