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Lorenzo
Bazzocchi. Si potrebbe far risalire
l'inizio di questo connubio al secondo
anno del Festival Crisalide,
quando il tema che avevamo scelto era
"atto
di creazione". Naturalmente io
mi sono sempre interessato alla scienza
e soprattutto alla biografia dei matematici,
perché la loro vita, che dall'esterno
potrebbe sembrare fulgida di gloria, andando
a scavare, a vedere, invece mostra quasi
sempre delle grandi sofferenze. Penso
a figure come Dedekind, che erano costrette
a lunghi e faticosi viaggi per poter lavorare
e mantenere la famiglia e a tutta una
serie di matematici che hanno avuto vite
tremende
Perché il tema "atto di creazione"
è legato alla scienza? Perché
negli scritti di Cantor a proposito del
concetto di creazione di nuove idee, lui
parla di "pargoletti" - nel
libro di Zellini è accennato molto
bene un passaggio relativo alle idee che
vengono partorite e che sembra invece
che sfuggano e che si producano quasi
da sole: bisogna "andarle a raccoglierle"
quando già si sono sviluppate -
e di sentimenti legati al concepimento,
che non sembrerebbero avvicinabili assolutamente
al mondo matematico; quest'ultimo infatti
è comunemente visto come un mondo
estremamente razionale, in cui sembra
che esista un progetto molto preciso di
assiomi, dai quali si dimostrano dei teoremi
per arrivare a delle conclusioni che sembrano
appartenere a una linea data da un'entità
quasi superiore
cioè per
le persone comuni, la sensazione è
proprio quella che il matematico viva
in un mondo non dico freddo, però
che viaggia su binari molto precisi. Leggendo
tutte queste biografie, e vedendo il modo
di procedere nel lavoro, come ad esempio
quello di Poincaré e di una serie
di figure che naturalmente si avvicinavano
al mondo filosofico, c'era un intreccio
già chiaro; infatti chiedersi perché
la matematica o la scienza vadano a influire
sul lavoro teatrale, per me, è
quasi banale. Ci sono uomini che si vantano
di essere ignoranti in matematica e ogni
volta che mi capita io affermo "se
tu sei ignorante in matematica sei una
persona ignorante e ti dovresti vergognare,
come ti dovresti vergognare di non sapere
che cosa vuol dire ermeneutica".
Questa è una sensibilità
che assolutamente non esiste nel mondo
teatrale (non umanistico, perché
il mondo matematico è un mondo
totalmente umanistico); non è una
battaglia la nostra, però portiamo
avanti anche questo sentimento, perché
un conto è se "sono ignorante
in matematica" lo dice Odifreddi,
che è un matematico e un conto
è se lo dice qualcun altro... Questo
sentimento in noi è molto potente.
Naturalmente il mondo teatrale ha tutta
un'altra serie di assiomi da cui partire,
ma molto spesso è quasi assurdo
non pensare che non si possa intersecare
con il mondo scientifico; ma il critico
teatrale, lo scrittore che è abituato
ad andare a teatro, è così
poco avvezzo a un certo linguaggio, che
trova delle difficoltà estreme
a cogliere la bellezza di certe costruzioni,
che sono poetiche. In effetti il fascino
esercitato su di noi da Duchamp
è evidentissimo perché
Duchamp parla di cerniere, di proiezioni,
di mondi quadridimensionali, che poi si
riflettono sul mondo tridimensionale per
avere una proiezione sul piano bidimensionale,
che invita a poter guardare con occhi
diversi la realtà, a interrogarsi
se l'oggetto che si vede non corrisponda
forse a quello che la retina percepisce,
ma se dietro molto probabilmente c'è
qualcos'altro. In effetti Duchamp è
stato, non dico il nostro maestro, perché
parlar di maestri fa sorridere, non perché
non ne vogliamo avere, però non
è una parola giusta: è sminuente
per le figure a cui facciamo riferimento.
Ci sono uomini eccezionali che hanno partorito,
concepito, che hanno aperto delle strade.
Se pensiamo a Wittgenstein che diceva
"non ci sono uomini ignoranti, ci
sono uomini aperti o non aperti".
Ritorniamo all'atto di creazione e al
modo in cui ha influito così pesantemente
su di noi: effettivamente a partire dall'atto
di creazione matematico, man mano che
leggevamo tutta una serie di biografie
e di trattati di matematica (perché
quello che noi abbiamo avvicinato è
una letteratura che non è l'<<equazione>>
),
da queste cose emergeva chiaro che il
procedimento è il medesimo e in
effetti in Nur
Mut noi a un certo punto scriviamo
"è come tuffarsi in Amleto",
però non ci sono dei drappi rossi,
non ci sono delle sedie di legno, non
c'è il castello, ci sono forse
degli ascensori, ci sono degli altri materiali,
ma che per noi coincidono con una stoffa:
sono oggetti che io vedo come molto comuni.

spettacolo: "Nur
Mut"
Il
problema forse è che non ci si
è semplicemente abituati. Dietro
questo c'è anche un altro sentimento:
il fatto del rapporto con la tecnologia,
che molto spesso ci viene chiesto [nelle
interviste ndr.]. In che modo ci rapportiamo?
Non c'è nessun rapporto. Il problema
è che non bisognerebbe far finta
di usare un telefono o usare un frullatore,
ignorando l'energia che questi mezzi adoperano,
il luogo da dove proviene; l'uomo comune,
noi stessi, usiamo la televisione, usiamo
un'automobile ignorando completamente
queste cose
sì, si può
utilizzare il mezzo lo stesso, però
veramente in questo modo la tecnologia
potrebbe sopraffarci, perché vogliamo
"fare finta", come se questi
fossero dei doni piovuti dal cielo, da
altre figure che non appartengono neanche
al nostro status
di vita quotidiana. Non è che voglio
pensare ai tecnici di una centrale elettrica
e al loro lavoro
io penso all'utilizzo
con sufficienza delle strutture tecnologiche
che usiamo. Non c'è interrogazione
sul perché ci sono due fili che
portano la corrente. A me stupisce che
l'uomo che è a contatto diretto
con queste cose, non si interroga assolutamente
su tutto un tale mondo. Ma queste sono
banalità. Purtroppo non si interroga
neanche su quello che è
non volevo usare la parola "profondo"
però forse bisognerebbe usarla.
A Verona abbiamo portato a termine all'interno
di Prototipo
il progetto che riguardava un nostro studio
sul tempo che era Improbabili
previsioni del tempo e effettivamente,
leggendo delle cose di Prigogine abbiamo
trovato che quello che è incredibile
è come uno scienziato a partire
dal secondo principio della termodinamica
riesca poi a procedere su delle linee
che sono prettamente filosofiche e a interrogarsi
sulla nascita non solo dell'universo ma
anche sulla nascita del tempo. Ci sono
degli intrecci che non si potrebbero tralasciare;
forse è quello che conosciamo che
è così limitato che ci impedisce
di trovare dei collegamenti precisi. In
Improbabili previsioni del tempo quello
che abbiamo cercato forse potrebbe essere
anche banale, e per me lo è, e
cioè pensare di fare un'analisi
partendo da Heidegger o da Bergson e trovarmi
su Einstein quando distrugge le concezioni
temporali di tutta una filosofia che le
ha portate avanti per un secolo e poi
ritrovare Prigogine che in qualche modo
si riallaccia a Bergson nel tentativo
di rendere valida la propria concezione
di un tempo interiore, quando per Einstein
invece non poteva più sussistere.
In quel lavoro sicuramente è intervenuto
massicciamente il riferimento - se vogliamo
chiamarlo così - a un mondo scientifico.
Perché man mano che si andava avanti
e diventava tutto sempre più "allucinante":
leggendo per esempio delle cose di Penrose,
quando parla del Big Bang, lì cominciano
a scaturire domande come "ma il tempo?
Sì OK, parliamo dello spazio, facciamo
finta che in un milionesimo di secondo
effettivamente si sia sviluppata tutta
questa materia da un nucleo concentrato,
ma il tempo?" Il tempo nasce in quel
momento o c'era già prima? Si incominciano
a fare delle ipotesi
quello che
mi aveva affascinato leggendo i testi
di Penrose era l'analisi matematica di
coordinate spazio temporali che io pensavo
non potessero essere aggredite da studi
matematici. Quello infatti mi ha molto
colpito.
Quindi la scienza interviene [in teatro,
ndr.] quando va a toccare quegli aspetti
che sono normalmente legati al pensiero
filosofico. Per quello questa domanda
che mi poni
per noi è un
percorso molto naturale
come forse
è naturale, parlando di Eva
futura, pensare che tutto il
lavoro è nato da Gödel e sicuramente
non lo si vede, però se effettivamente
Gödel - beninteso io starei estremamente
attento, il Teorema di Gödel è
stato preso per tutta una serie di cose,
addirittura anche dalla teologia, non
voglio distruggere o offendere Gödel
- cioè a me colpisce che nel 1931
un matematico possa creare una nuova era
della logica (e ne parla così anche
Odifreddi); mi colpisce il fatto che nel
1931, quando sembra che la matematica
sia già consolidata, a un certo
punto succede una rivoluzione sconvolgente
che distrugge il lavoro di decine di anni
di logici, sto pensando ai Principia
Mathematica di Russel e Whitehead.
Se pensiamo a queste cose, quello che
mi dico è questo: se effettivamente
è più forte il concetto
di verità su quello di dimostrabilità,
allora può essere questa la trasposizione
nel teatro, cioè per noi essere
sulla scena è essere nella nostra
vita reale. Per me l'attore è un
essere che vive lì. Difficilmente
riusciamo a tornare in quella che è
la nostra vita e sento che quella che
è la nostra vita quotidiana è
quello che il pubblico percepisce "al
contrario", cioè è
la nostra finzione
spesso ci siamo
chiesti: effettivamente sulla scena noi
rappresentiamo, quindi operiamo una fiction,
nonostante tutto, chiamiamola teatrale,
una rappresentazione. Ma noi ci siamo
sempre detti "no quella è
la nostra vita". Allora Gödel
mi dà una sorta di coraggio: forse
esiste una verità nel sistema teatrale
che non è dimostrabile! Io non
riesco a dimostrarlo e se lo tentassi
sarei pretenzioso. È difficile
poter affermare anche e io comunque lo
voglio affermare, che il teatro può
esistere anche senza spettatori. Grotowsky
era arrivato ad affermare "per uno
spettatore" e si è ritirato
nella sua ricerca e io invece vorrei affermare
che per me il teatro può esistere
anche senza spettatore, è una costruzione
che avviene e io non lo sento assolutamente
necessario, se l'attore è un essere
che vive e non rappresenta e non produce
uno spettacolo per il godimento o il divertimento
di una persona che è uscita dal
lavoro alle 6 e che è giusto che
decida come andare a passare la sua serata.
In questi termini quello diventa uno spettacolo,
ma per noi non lo è assolutamente,
infatti abbiamo estreme difficoltà
nel rapportarci anche al pubblico. Gli
applausi
per me è difficile
uscire per gli applausi, perché
per me non è una rappresentazione,
quindi, cosa vado a raccogliere? Io quello
che posso tentare di raccogliere è
quello che proviene da me, dopo quello
che ho fatto.
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