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La
sua stessa esperienza biografica è una
prova che scienza e arte sono conciliabili. Volevo
chiederle prima di tutto, perché ha scelto
di "parlare di scienza" in alcune sue
opere letterarie.
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Lo
sono certo in quanto possono essere praticate
dalla stessa persona, anche se dire "stessa"
persona è molto improprio: la psicologia
e la neurofisiologia ci insegnano che
ciascuno di noi è una pluralità:
si è visto con chiarezza impressionante
che dietro le quinte del teatro interno
della coscienza si agita una molteplicità
di personaggi muti ma attivi, che emettono
segnali, inviano ordini, irradiano emozioni
che il nostro sé più cosciente
registra con inquietudine o curiosità
e in parte si sforza di interpretare e
di mettere in scena e con cui si impegna
a dialogare per riportare il tutto entro
un quadro di riferimento verbale, l'unico
di cui sembra fidarsi. La coscienza insomma
(la persona) non è un processo
unitario indivisibile: è costituita
da un gran numero di unità più
elementari, che in genere non si esprimono
mediante la comunicazione verbale ma solo
attraverso l'azione concreta. Questa molteplicità,
spesso contrastante e incoerente, mal
si concilia con l'immagine monolitica
tradizionale della persona. Quindi: la
persona che "fa" arte è
la "stessa" persona che "fa"
scienza? E' difficile rispondere, anche
se dall'esterno si tratta ovviamente della
stessa persona.
Io sono stato spinto a parlare di scienza
in alcune delle mie opere narrative e
teatrali perché ritengo che la
scienza ponga all'uomo dei gravi problemi,
problemi etici ed esistenziali, non problemi
scientifici. I problemi scientifici non
sono mai gravi: possono essere interessanti,
banali, curiosi, stimolanti, ma non hanno
anche fare con l'uomo nella sua globalità,
sono quasi sempre problemi periferici,
e diventano centrali quando s'intersecano
con altri problemi più intimi:
il problema della costituzione della materia
diventa un problema grave quando si costruisce
un'arma che provoca dolore, morte e distruzione...
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Ne
Il cervello nudo si
ritrovano alcune tematiche e suggestioni espresse
ne L'Acrobata, come
il rapporto di dipendenza fra due calcolatori,
uno piccolo e uno più grande, oppure come
l'attenzione al mondo dei suoni lontani, così
come - per fare un altro esempio - un punto di
vista estremamente critico sulla scienza, espresso
da uno dei personaggi delle sue storie (presente
anche in Di alcune orme
sopra la neve). Perché ha scelto
ultimamente di affrontarli con un testo scritto
per il teatro e non con un altro romanzo? E' la
sua unica esperienza per il teatro e quali altri
temi ha affrontato (legati alla scienza o no)?
Che differenze trova fra la parola scritta per
essere letta e quella scritta per essere recitata?
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Come
dicevo, la scienza pone all'uomo dei problemi
quando si interseca con la vita: ecco
allora che l'opera narrativa, che è
il luogo in cui la vita viene narrata,
può diventare la sede di una discussione
sulla scienza. Quindi critica della scienza,
in positivo o in negativo, esplicitazione
dei suoi meriti e dei suoi limiti. Ma
non esposizione della scienza, o meglio:
i modi in cui la scienza viene esposta
sono stati codificati nel corso dei secoli,
e hanno portato a una sorta di resoconto
stereotipato, secco ed essenziale, che
si allontana molto dalle forme più
ricche e floride della narrazione tradizionale.
Ma anche la scienza è narrazione,
ancorché implicita e quasi disincarnata,
solo che si svolge in altre forme e fa
finta di non aver nulla a che fare con
la vita e con chi l'ha costruita.
Luogo di riflessione sulla scienza può
essere dunque il racconto, e anche il
teatro: sulla differenza fra il teatro
e il racconto ho detto già in precedenza.
Riassumendo: nel teatro il corpo ha un'importanza
assoluta, e sovrasta anche la parola.
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La
sua opera Il cervello nudo può essere considerata
una meditazione sull'intelligenza artificiale,
sulle sue conseguenze, sul rapporto problematico
fra macchine ed esseri umani. È la prova
che il teatro può essere un luogo ideale
per una riflessione critica sulla scienza e per
esprimere una particolare immagine della scienza
(oltre che il luogo per esprimere le profonde
passioni che agitano gli animi umani, scienziati
compresi). Per quanto riguarda invece l'informazione
scientifica, il teatro può essere un veicolo
fecondo? Si possono comunicare le idee scientifiche
"con poesia" tramite il teatro? Può
esistere un teatro scientifico? Che accezione
darebbe a quest'ultimo termine? Può esistere
un "giusto equilibrio" fra teatro e
informazione scientifica, fra la forma e il contenuto?
L'elemento scientifico e l'azione drammaturgica
sono conciliabili?
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Non
credo che il teatro possa essere un luogo
per comunicare le idee scientifiche: la
comunicazione scientifica avviene oggi
in forme stereotipate, molto lontane dall'afflato
poetico; la scienza esige precisione e
univocità, la poesia, il teatro,
il racconto vivono di ambiguità,
di trasgressioni continue del tempo e
dello spazio; nel teatro il tempo e lo
spazio non sono omogenei e lineari e isotropi.
Ciò non significa che ci sia un'impossibilità
di principio di fare scienza in forma
poetica: si potrebbe anche pensare a un
nuovo poema lucreziano dove esporre i
principi della meccanica quantistica,
ma sarebbe quanto mai arduo dargli il
rigore che oggi consente la formalizzazione
matematica...
Più ci penso, più mi accorgo
che la comunicazione scientifica e l'espressione
letteraria sono tra loro distanti. Eppure
in un passato anche recente ho sostenuto
che tutto è narrazione, anche la
scienza: forse è vero, ma ci sono
anche delle differenze che non possono
essere trascurate.
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