Teatro e Scienza
Le interviste e le opinioni

Giuseppe O. Longo/2


La sua stessa esperienza biografica è una prova che scienza e arte sono conciliabili. Volevo chiederle prima di tutto, perché ha scelto di "parlare di scienza" in alcune sue opere letterarie.

Lo sono certo in quanto possono essere praticate dalla stessa persona, anche se dire "stessa" persona è molto improprio: la psicologia e la neurofisiologia ci insegnano che ciascuno di noi è una pluralità: si è visto con chiarezza impressionante che dietro le quinte del teatro interno della coscienza si agita una molteplicità di personaggi muti ma attivi, che emettono segnali, inviano ordini, irradiano emozioni che il nostro sé più cosciente registra con inquietudine o curiosità e in parte si sforza di interpretare e di mettere in scena e con cui si impegna a dialogare per riportare il tutto entro un quadro di riferimento verbale, l'unico di cui sembra fidarsi. La coscienza insomma (la persona) non è un processo unitario indivisibile: è costituita da un gran numero di unità più elementari, che in genere non si esprimono mediante la comunicazione verbale ma solo attraverso l'azione concreta. Questa molteplicità, spesso contrastante e incoerente, mal si concilia con l'immagine monolitica tradizionale della persona. Quindi: la persona che "fa" arte è la "stessa" persona che "fa" scienza? E' difficile rispondere, anche se dall'esterno si tratta ovviamente della stessa persona.
Io sono stato spinto a parlare di scienza in alcune delle mie opere narrative e teatrali perché ritengo che la scienza ponga all'uomo dei gravi problemi, problemi etici ed esistenziali, non problemi scientifici. I problemi scientifici non sono mai gravi: possono essere interessanti, banali, curiosi, stimolanti, ma non hanno anche fare con l'uomo nella sua globalità, sono quasi sempre problemi periferici, e diventano centrali quando s'intersecano con altri problemi più intimi: il problema della costituzione della materia diventa un problema grave quando si costruisce un'arma che provoca dolore, morte e distruzione...

Ne Il cervello nudo si ritrovano alcune tematiche e suggestioni espresse ne L'Acrobata, come il rapporto di dipendenza fra due calcolatori, uno piccolo e uno più grande, oppure come l'attenzione al mondo dei suoni lontani, così come - per fare un altro esempio - un punto di vista estremamente critico sulla scienza, espresso da uno dei personaggi delle sue storie (presente anche in Di alcune orme sopra la neve). Perché ha scelto ultimamente di affrontarli con un testo scritto per il teatro e non con un altro romanzo? E' la sua unica esperienza per il teatro e quali altri temi ha affrontato (legati alla scienza o no)? Che differenze trova fra la parola scritta per essere letta e quella scritta per essere recitata?

Come dicevo, la scienza pone all'uomo dei problemi quando si interseca con la vita: ecco allora che l'opera narrativa, che è il luogo in cui la vita viene narrata, può diventare la sede di una discussione sulla scienza. Quindi critica della scienza, in positivo o in negativo, esplicitazione dei suoi meriti e dei suoi limiti. Ma non esposizione della scienza, o meglio: i modi in cui la scienza viene esposta sono stati codificati nel corso dei secoli, e hanno portato a una sorta di resoconto stereotipato, secco ed essenziale, che si allontana molto dalle forme più ricche e floride della narrazione tradizionale. Ma anche la scienza è narrazione, ancorché implicita e quasi disincarnata, solo che si svolge in altre forme e fa finta di non aver nulla a che fare con la vita e con chi l'ha costruita.
Luogo di riflessione sulla scienza può essere dunque il racconto, e anche il teatro: sulla differenza fra il teatro e il racconto ho detto già in precedenza. Riassumendo: nel teatro il corpo ha un'importanza assoluta, e sovrasta anche la parola.

La sua opera Il cervello nudo può essere considerata una meditazione sull'intelligenza artificiale, sulle sue conseguenze, sul rapporto problematico fra macchine ed esseri umani. È la prova che il teatro può essere un luogo ideale per una riflessione critica sulla scienza e per esprimere una particolare immagine della scienza (oltre che il luogo per esprimere le profonde passioni che agitano gli animi umani, scienziati compresi). Per quanto riguarda invece l'informazione scientifica, il teatro può essere un veicolo fecondo? Si possono comunicare le idee scientifiche "con poesia" tramite il teatro? Può esistere un teatro scientifico? Che accezione darebbe a quest'ultimo termine? Può esistere un "giusto equilibrio" fra teatro e informazione scientifica, fra la forma e il contenuto? L'elemento scientifico e l'azione drammaturgica sono conciliabili?

Non credo che il teatro possa essere un luogo per comunicare le idee scientifiche: la comunicazione scientifica avviene oggi in forme stereotipate, molto lontane dall'afflato poetico; la scienza esige precisione e univocità, la poesia, il teatro, il racconto vivono di ambiguità, di trasgressioni continue del tempo e dello spazio; nel teatro il tempo e lo spazio non sono omogenei e lineari e isotropi. Ciò non significa che ci sia un'impossibilità di principio di fare scienza in forma poetica: si potrebbe anche pensare a un nuovo poema lucreziano dove esporre i principi della meccanica quantistica, ma sarebbe quanto mai arduo dargli il rigore che oggi consente la formalizzazione matematica...
Più ci penso, più mi accorgo che la comunicazione scientifica e l'espressione letteraria sono tra loro distanti. Eppure in un passato anche recente ho sostenuto che tutto è narrazione, anche la scienza: forse è vero, ma ci sono anche delle differenze che non possono essere trascurate.