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Il
rapporto fra teatro e scienza è
problematico. Semplificando molto, si
può dire che l'uomo conosce in
due forme o modi diversi: c'è il
modo implicito, inconsapevole, frutto
di abitudini sia di specie sia di individui
consolidate dalla nostra storia evolutiva
o personale; il modo che sta alla base
della nostra vita nel mondo; poi c'è
il modo riflesso, consapevole, che nelle
sue forme estreme diviene razionale e
perfino computante; è il modo tipico
della filosofia e poi della scienza ed
è alla base della nostra vita intellettuale.
La seconda modalità è posteriore,
sia nella specie sia nell'individuo.
Si può fare una distinzione parallela
anche nell'azione-comunicazione: c'è
un'azione-comunicazione spontanea, che
si dà mostrandosi e muovendosi;
poi c'è un'azione-comunicazione
riflessa, argomentata, consequenziale.
La prima è tipica della vita quotidiana,
dei rapporti umani a livello immediato
e fondamentale, è tipica dell'espressione
dei sentimenti; la seconda è tipica
del rapporto mediato dall'intelletto e
si riscontra nelle forme più tarde
e raffinate della vita sociale; è
tipica della comunicazione dei concetti.
Ebbene, secondo me, il teatro appartiene
alla prima modalità conoscitiva,
attiva e comunicativa; tipico della seconda
modalità è invece il discorso
scientifico. I discorsi poetico, letterario
e saggistico si collocano in posizioni
intermedie, per cui, sempre molto rozzamente,
si può tracciare una progressione:
teatro, poesia, letteratura, saggio, scienza.
Dunque, quella che si chiama arte viene,
in questa prospettiva, a differenziarsi
in modo abbastanza netto dalla scienza.
La vera distinzione, in fondo, riguarda
il corpo. Solo nel teatro il corpo è
presente in prima persona, come attore,
e non come oggetto di discorso o di studio.
Nel teatro non si può prescindere
dal corpo dell'attore-personaggio, mentre
al limite si potrebbe prescindere dalle
parole e in particolare dall'argomentazione
di tipo logico.
Per esempio nel "Cervello nudo",
quando Marion entra in scena all'inizio
del dramma, resta un attimo in piedi sulla
scena e poi, lentamente, si toglie il
cappello. Questa sospensione e poi il
gesto esprimono qualcosa di profondo ed
essenziale, che si potrebbe tentar di
esprimere a parole in questo modo: Marion
si mostra, mostra il suo corpo vestito
(il vestito è importante), occupa
lo spazio della scena, anzi, crea lo spazio
della scena e allo stesso tempo vi si
colloca, mostra il viso, in cui è
scritta la sua storia, togliendosi il
cappello prende possesso dello spazio
e lo usa, impegnandolo per le sue azioni
future. Tutta questa azione teatrale avviene
senza parole, non ha bisogno di parole,
anzi dalle parole sarebbe disturbata.
Che
nel teatro non si possa prescindere dal
corpo e che il corpo sia parte integrante
del linguaggio (della conoscenza-azione-comunicazione)
si riflette sulla differenza tra la scrittura
teatrale e la scrittura letteraria: ho
sperimentato in prima persona questa differenza
in due modi diversi. In primo luogo, quando
ricavo un'opera teatrale da un mio racconto
quasi sempre il risultato contiene un
residuo (di cui forse lo spettatore non
si accorge, ma io sì) di pesantezza
verbale, di ridondanza appunto "letteraria"
che il corpo degli attori mette in luce
come una cartina di tornasole. In secondo
luogo, e a conferma, quando scrivo subito
per il teatro sento di dover adottare
un linguaggio diverso da quello del dialogo
contenuto in un racconto, proprio perché
la presenza del corpo (che vuol dire creazione-occupazione
di spazio, postura, staticità,
movimento, sguardi, gesti e via dicendo)
rende superflue certe parole e modifica
l'interazione tra gli attori e tra gli
attori e lo spazio.
Se già - secondo questa prospettiva
- teatro e letteratura presentano queste
differenze, ancora maggiori sono le differenze
fra teatro e scienza, che si collocano
ai due estremi della scala di cui ho parlato
sopra: da qui nasce la difficoltà
del loro incontro. La scienza argomenta,
ragiona e deduce, il teatro "mette
in scena". La scienza ha sempre cercato
di escludere l'uomo dal proprio quadro:
sia come oggetto di studio (perché
è troppo complesso) sia come soggetto
di conoscenza. L'uomo va estromesso, se
si vuole costruire quel quadro nitido
e imperturbato cui la scienza per tradizione
aspira. Ma entrambe le forme di esclusione
sono temporanee, perché la scienza
mira alla globalità: e di fatto
l'uomo sta pian piano, e a fatica, rientrando
nel quadro, come oggetto e come soggetto
di conoscenza.
Così la fisica, ad esempio, esclude
l'uomo dal suo ambito di studio (pur aspirando
ad inserirvelo in un futuro più
o meno lontano, quando il suo metodo avrà
assoggettato tutti i campi dello scibile),
ma esclude anche il fisico che costruisce
la fisica. Il fisico fa parte di quel
contorno metascientifico, spesso considerato
quasi folcloristico e aneddotico, che
pur essendo importante per lo sviluppo
storico della fisica non deve, per pudore,
lasciare tracce nel trattato che riporta
il quadro attuale della disciplina.
Al contrario nel teatro c'è in
primo piano l'uomo: è la sua vicenda
che dà origine e senso alla vicenda
teatrale, anzi al teatro come luogo ideale
di ogni messa in scena o rappresentazione
possibile. (La parola "rappresentazione"
mi sembra importante: mi chiedo se la
scienza "rappresenti" mai qualcosa;
forse la scienza presenta e non rappresenta...).
Dunque teatro e scienza sono agli antipodi,
il teatro non ha bisogno della scienza
e la scienza non ha bisogno del teatro.
Diverso mi sembra il rapporto tra scienza
e narrazione, che sono molto più
vicine, anzi credo che la scienza abbia
profonde caratteristiche narrative, sia
pure con peculiarità di linguaggio
e con convenzioni stilistiche sue proprie.
Il teatro, ne segue, è molto lontano
anche dalla narrazione.
A questo punto sorge la domanda: ha senso
fare del teatro-scienza?
Come ho detto, il teatro non ha bisogno
della scienza, ma ha bisogno dell'anima-corpo
dell'uomo. Se l'uomo è per caso
uno scienziato va bene lo stesso, perché
anche lo scienziato può essere
protagonista di un dramma (metascientifico).
Insomma il legame fra teatro e scienza
passa per l'uomo-scienziato e non per
le idee o i concetti della scienza. Un
teatro che volesse mettere in scena i
concetti della scienza sarebbe noiosissimo
e inefficace (diverso è il caso
del cinema, che ha ben altre risorse tecniche
di animazione e via dicendo).
Ecco perché nel "Cervello
nudo" ho tentato di portare in scena
il dramma dei personaggi, la loro esistenza
tormentata, i loro sogni: che questi drammi
e sogni avessero a che fare con l'avventura
scientifica.
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