Teatro e Scienza
Le interviste e le opinioni

Giuseppe O. Longo/1


Giuseppe O. Longo. Docente di Teoria dell'Informazione alla Facoltà d'ingegneria di Trieste, nei suoi studi più recenti si è occupato soprattutto di epistemologia e di intelligenza artificiale. Sul versante letterario, ha pubblicato racconti e romanzi (tra i quali: Di alcune orme sopra la neve, Campanotto,1990, e L'acrobata, Einaudi, 1994) e vinto numerosi premi.

 

Oltre a rispondere (via e-mail) alle domande, Longo ha scritto la seguente riflessione sull'argomento:

Il rapporto fra teatro e scienza è problematico. Semplificando molto, si può dire che l'uomo conosce in due forme o modi diversi: c'è il modo implicito, inconsapevole, frutto di abitudini sia di specie sia di individui consolidate dalla nostra storia evolutiva o personale; il modo che sta alla base della nostra vita nel mondo; poi c'è il modo riflesso, consapevole, che nelle sue forme estreme diviene razionale e perfino computante; è il modo tipico della filosofia e poi della scienza ed è alla base della nostra vita intellettuale. La seconda modalità è posteriore, sia nella specie sia nell'individuo.
Si può fare una distinzione parallela anche nell'azione-comunicazione: c'è un'azione-comunicazione spontanea, che si dà mostrandosi e muovendosi; poi c'è un'azione-comunicazione riflessa, argomentata, consequenziale. La prima è tipica della vita quotidiana, dei rapporti umani a livello immediato e fondamentale, è tipica dell'espressione dei sentimenti; la seconda è tipica del rapporto mediato dall'intelletto e si riscontra nelle forme più tarde e raffinate della vita sociale; è tipica della comunicazione dei concetti.
Ebbene, secondo me, il teatro appartiene alla prima modalità conoscitiva, attiva e comunicativa; tipico della seconda modalità è invece il discorso scientifico. I discorsi poetico, letterario e saggistico si collocano in posizioni intermedie, per cui, sempre molto rozzamente, si può tracciare una progressione: teatro, poesia, letteratura, saggio, scienza. Dunque, quella che si chiama arte viene, in questa prospettiva, a differenziarsi in modo abbastanza netto dalla scienza. La vera distinzione, in fondo, riguarda il corpo. Solo nel teatro il corpo è presente in prima persona, come attore, e non come oggetto di discorso o di studio. Nel teatro non si può prescindere dal corpo dell'attore-personaggio, mentre al limite si potrebbe prescindere dalle parole e in particolare dall'argomentazione di tipo logico.
Per esempio nel "Cervello nudo", quando Marion entra in scena all'inizio del dramma, resta un attimo in piedi sulla scena e poi, lentamente, si toglie il cappello. Questa sospensione e poi il gesto esprimono qualcosa di profondo ed essenziale, che si potrebbe tentar di esprimere a parole in questo modo: Marion si mostra, mostra il suo corpo vestito (il vestito è importante), occupa lo spazio della scena, anzi, crea lo spazio della scena e allo stesso tempo vi si colloca, mostra il viso, in cui è scritta la sua storia, togliendosi il cappello prende possesso dello spazio e lo usa, impegnandolo per le sue azioni future. Tutta questa azione teatrale avviene senza parole, non ha bisogno di parole, anzi dalle parole sarebbe disturbata.

Che nel teatro non si possa prescindere dal corpo e che il corpo sia parte integrante del linguaggio (della conoscenza-azione-comunicazione) si riflette sulla differenza tra la scrittura teatrale e la scrittura letteraria: ho sperimentato in prima persona questa differenza in due modi diversi. In primo luogo, quando ricavo un'opera teatrale da un mio racconto quasi sempre il risultato contiene un residuo (di cui forse lo spettatore non si accorge, ma io sì) di pesantezza verbale, di ridondanza appunto "letteraria" che il corpo degli attori mette in luce come una cartina di tornasole. In secondo luogo, e a conferma, quando scrivo subito per il teatro sento di dover adottare un linguaggio diverso da quello del dialogo contenuto in un racconto, proprio perché la presenza del corpo (che vuol dire creazione-occupazione di spazio, postura, staticità, movimento, sguardi, gesti e via dicendo) rende superflue certe parole e modifica l'interazione tra gli attori e tra gli attori e lo spazio.
Se già - secondo questa prospettiva - teatro e letteratura presentano queste differenze, ancora maggiori sono le differenze fra teatro e scienza, che si collocano ai due estremi della scala di cui ho parlato sopra: da qui nasce la difficoltà del loro incontro. La scienza argomenta, ragiona e deduce, il teatro "mette in scena". La scienza ha sempre cercato di escludere l'uomo dal proprio quadro: sia come oggetto di studio (perché è troppo complesso) sia come soggetto di conoscenza. L'uomo va estromesso, se si vuole costruire quel quadro nitido e imperturbato cui la scienza per tradizione aspira. Ma entrambe le forme di esclusione sono temporanee, perché la scienza mira alla globalità: e di fatto l'uomo sta pian piano, e a fatica, rientrando nel quadro, come oggetto e come soggetto di conoscenza.
Così la fisica, ad esempio, esclude l'uomo dal suo ambito di studio (pur aspirando ad inserirvelo in un futuro più o meno lontano, quando il suo metodo avrà assoggettato tutti i campi dello scibile), ma esclude anche il fisico che costruisce la fisica. Il fisico fa parte di quel contorno metascientifico, spesso considerato quasi folcloristico e aneddotico, che pur essendo importante per lo sviluppo storico della fisica non deve, per pudore, lasciare tracce nel trattato che riporta il quadro attuale della disciplina.
Al contrario nel teatro c'è in primo piano l'uomo: è la sua vicenda che dà origine e senso alla vicenda teatrale, anzi al teatro come luogo ideale di ogni messa in scena o rappresentazione possibile. (La parola "rappresentazione" mi sembra importante: mi chiedo se la scienza "rappresenti" mai qualcosa; forse la scienza presenta e non rappresenta...). Dunque teatro e scienza sono agli antipodi, il teatro non ha bisogno della scienza e la scienza non ha bisogno del teatro.
Diverso mi sembra il rapporto tra scienza e narrazione, che sono molto più vicine, anzi credo che la scienza abbia profonde caratteristiche narrative, sia pure con peculiarità di linguaggio e con convenzioni stilistiche sue proprie. Il teatro, ne segue, è molto lontano anche dalla narrazione.
A questo punto sorge la domanda: ha senso fare del teatro-scienza?
Come ho detto, il teatro non ha bisogno della scienza, ma ha bisogno dell'anima-corpo dell'uomo. Se l'uomo è per caso uno scienziato va bene lo stesso, perché anche lo scienziato può essere protagonista di un dramma (metascientifico). Insomma il legame fra teatro e scienza passa per l'uomo-scienziato e non per le idee o i concetti della scienza. Un teatro che volesse mettere in scena i concetti della scienza sarebbe noiosissimo e inefficace (diverso è il caso del cinema, che ha ben altre risorse tecniche di animazione e via dicendo).
Ecco perché nel "Cervello nudo" ho tentato di portare in scena il dramma dei personaggi, la loro esistenza tormentata, i loro sogni: che questi drammi e sogni avessero a che fare con l'avventura scientifica.