| Giulio
Giorello insegna Filosofia della
scienza all'Università degli Studi di Milano. È
autore di vari saggi, come: Lo spettro e il libertino (Milano,
1985), Le ragioni della scienza (coautore insieme a Ludovico
Geymonat, 1986) Filosofia della scienza (Milano, 1992),
La filosofia della scienza nel XX secolo (coautore insieme
a D. Gilles, Laterza 1995). Dirige la collana Scienza e
idee di Raffaello Cortina Editore. |
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Dal
punto di vista della filosofia della scienza,
quale rapporto può esistere fra teatro
e scienza?
| Vorrei
ricordare che la radice etimologica di teatro
è la stessa di teoria
e che la conoscenza scientifica nella
tradizione occidentale è fortemente
legata al "vedere", non sempre
solo al vedere, ma senza dubbio al vedere
come senso predominante. Quando Galileo
Galilei nel 1623, nel suo Saggiatore,
magnifica i grandi risultati con la visione
col cannocchiale - risultati di cui lui
stesso aveva dato notizia nel Sidereus
Nuncius del 1610 - dice per esempio
che le montagne sulla Luna o i satelliti
di Giove "il cannocchiale quasi te
li fa toccar con mano". Questo è
bellissimo, perché la vista attraverso
il cannocchiale diventa il sostituto del
tatto. Questo è un punto fondamentale.
Quindi senza dubbio l'elemento della visione
è fondamentale nella ricerca scientifica;
anche il termine greco idea
ha una radice etimologica come il latino
video, quindi
la intuizione delle essenze di tipo platonico
è il corrispettivo della visione
dell'occhio umano, solo che è l'occhio
della mente che vede e non soltanto l'occhio
del corpo. Questa è una grande metafora
potente dell'impresa scientifica, che si
ritrova sulla base di grandi episodi, come
appunto la rivoluzione scientifica di cui
Galileo è stato un grande protagonista;
d'altra parte, appunto, esistono dei teatri
della scienza nella storia, come ad esempio
il "teatro anatomico" oppure c'è
l'idea della dimostrazione di come funziona
uno strumento o di un grande esperimento
scientifico come un grande gesto
teatrale. Quando Volta tiene le sue
lezioni a Pavia sulla pila, fa del grande
teatro e questo è un elemento che
non va dimenticato. Quindi sicuramente c'è
una connessione tra teatro e teoria scientifica,
molto più profonda di quanto la stessa
comune radice linguistica ci faccia sospettare.
Questo fatto quindi coinvolge, come mi chiede
lei, aspetti psicologici e pedagogici legati
cioè alla psicologia della ricerca
e alla trasmissione della conoscenza e alla
formazione delle nuove generazioni di ricercatori.
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Si
può parlare di "teatro scientifico"?
Esistono storicamente episodi di teatro scientifico?
Quale immagine delle scienza è emersa da
tali episodi?
| Sì,
si può parlare di teatro
scientifico. Il teatro scientifico
è una realtà nella storia
dell'Occidente, abbiamo già nominato
qualche esempio, come il "teatro anatomico"
o le dimostrazioni (nel senso proprio del
mostrare) fatte
ad esempio da Roberth Boyle, che sconvolge
i filosofi inglesi, mostrando come funziona
la pompa, o Volta che mostra
come opera il suo congegno per far la scintilla
Sono grandi momenti che poi si ritrovano
ancora oggi in molte conferenze scientifiche
e in molte "dimostrazioni" scientifiche.
L'immagine della scienza che emerge da tali
episodi è quella di un'impresa che
sa coniugare in maniera elegante ed efficace
la potenza dell'immagine e la capacità
del calcolo (e lo troviamo ancora nella
Computer Graphics, oggi). Da questo punto
di vista quindi, l'affinità tra scienza
e teatro c'è. Esiste un magistrale
saggio del 1977 di Feyerabend, dal titolo
Teatro come critica
ideologica che affronta a fondo
l'argomento. |
Perché
scegliere la scienza come argomento di teatro?
| Si
può fare del teatro sceneggiando
degli episodi scientifici? Questo è
un altro problema di cui però abbiamo
già un magnifico esempio, di cui
io vorrei tracciare l'elogio, che è
Bertold Brecht! In particolare, naturalmente,
la Vita di Galileo,
che è un'opera bellissima, fondamentale.
Non è un caso che alla messa in scena
della versione tedesca abbia collaborato
il grande filosofo della scienza Paul Karl
Feyerabend
Io credo che l'esempio
di Brecht potrebbe essere seguito in molti
casi, non solo Galileo, penso appunto a
Newton, penso a Volta, a Darwin; tutte figure
che si potrebbero utilizzare in un'azione
teatrale o cinematografica, non soltanto
per la drammaticità della vita di
questi grandi personaggi - si pensi a tutti
i drammi familiari, umani, d'avventura che
hanno intersecato la vita di Darwin, per
esempio - ma proprio perché la scoperta
scientifica, la grande rivoluzione scientifica
è la scoperta di qualcosa, ma anche
una contrapposizione contro qualcos'altro.
Quindi la logica della
controversia è
di necessità teatrale. D'altra parte,
di nuovo, lo aveva magnificamente capito
Galileo Galilei, in quel capolavoro letterario
oltre che scientifico, che è il Dialogo
sopra i due massimi sistemi del mondo,
che è una vera e propria controversia
messa in scena da un uomo che, tra l'altro,
sapeva benissimo che cos'era il teatro.
In questo senso, Brecht non ha fatto che
riprendere la grande lezione di Galileo
Galilei. Io credo che questa linea, che
chiamerei "Galileo-Brecht" si
possa benissimo utilizzare per mettere in
scena le grandi controversie scientifiche.
Le segnalo un bellissimo libro di un giornalista
scientifico, che si chiama Hal Hellman,
pubblicato recentemente da Cortina,
che si intitola Le
grandi dispute della scienza,
che contiene dieci grandi "canovacci"
di controversie scientifiche, che vanno
dalla controversia galileiana sul moto della
Terra, alla deriva dei continenti di Wegener,
dal dibattito sulla origine del calcolo
tra Newton e Leibniz, alla natura dell'antropologia
culturale. Controversie che si possono considerare
dei veri e propri canovacci teatrali o addirittura
potrebbero essere lo spunto di una sceneggiatura
di un film. Certo, c'è il rischio
della spettacolarizzazione, ma la scienza
è sempre stata spettacolarizzazione.
Noi oggi ci scandalizziamo del fatto che
i media si scatenino sulla fusione fredda,
ma quando Galileo Galilei cominciò
a difendere a Firenze e a Roma le novità
del copernicanesimo, c'erano i carri allegorici
nel Carnevale romano in cui si vedeva "Galileo
l'ammazza Bibbia"! In questo, di nuovo,
Brecht - uno dei più grandi drammaturghi
del Novecento - non ha inventato nulla,
che si basa con grandissima genialità
su fatti reali, che tra l'altro sono magnificamente
raccontati da Pietro Redondi nel suo libro
Galileo eretico,
pubblicato da Einaudi qualche anno fa. Direi
che la spettacolarizzazione è un
rischio intrinseco nell'impresa scientifica,
ogniqualvolta la scienza rompe pregiudizi
consolidati. Altro esempio: i disegnatori
del Punch
e di altre riviste britanniche, vivente
Darwin, già facevano le battute su
chi ha come zio un gorilla
Quindi
non dobbiamo spaventarci di questo "rischio".
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