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Il
9 ottobre 1997 l'Accademia Svedese fece un annuncio
che causò sensazione: il premio Nobel per
la letteratura era stato assegnato a Dario Fo,
"che nella tradizione dei giullari medievali
fustiga il potere e riabilita la dignità
degli umiliati ''. L'annuncio continuava sottolineando
da un lato l'estrema serietà della satira
di Fo, Mistero Buffo
in testa, e dall'altro lato i prezzi che egli
aveva dovuto pagare per esercitarla: dai tre lustri
di ostracismo televisivo nell'era democristiana,
alle violenze verbali e fisiche di cui egli e
Franca Rame sono stati spesso vittime.
Fo
intitolò la sua lezione magistrale, tenuta
in occasione del conferimento del premio, Contra
Jogulatores Obloquentes, "Contro
i giullari diffamatori'': una citazione dell'editto
del 1221 di Federico II, che permetteva di infliggere
violenza ai giullari, senza incorrere in alcuna
pena o sanzione. In quella stessa lezione Fo rivelò
un profondo interesse per la scienza e le sue
implicazioni sociali, prendendo apertamente posizione
contro la manipolazione genetica. Ed è
proprio su temi legati alla scienza, e più
specificamente alla matematica, che l'abbiamo
intervistato in occasione della dodicesima Settimana
della Cultura Scientifica.
Cominciamo
dal suo ultimo libro-cassetta, che è uno
studio sul Cenacolo
di Leonardo. Che cosa ha scoperto?
Leonardo
ha immaginato che chi guarda si trovi non sul
pavimento, ma su una piattaforma a due metri di
altezza dal suolo. Le linee di fuga sono corrette
se si cammina sulla piattaforma, ma chi sta sul
pavimento in basso subisce effetti di sollevamento,
di levitazione, di leggerezza, dovuti a come il
cervello intepreta le sensazioni che gli trasmette
l'affresco. Una volta scoperta la tecnica, ci
si accorge poi che l'hanno usata anche altri,
ad esempio i ferraresi, anche prima di lui.
Da
dove le arriva questa conoscenza della geometria,
e che rapporto ha con il suo
lavoro?
Facendo
il pittore, e studiando architettura, ho dovuto
studiare le geometrie analitica e proiettiva con
un certo rigore. E naturalmente, quando faccio
teatro mi valgo di queste conoscenze.
In
che modo, precisamente?
Nell'impianto.
Ad esempio, quando scrivo una commedia nella sua
progressione dei fatti e delle situazioni, mi
ritrovo d'istinto delle intuizioni geometriche.
Poi naturalmente "faccio catalogo'', le fermo.
Lei lo sa meglio di me: prima ci sono le intuizioni,
poi la scienza. Da Galileo Galilei in avanti (o
indietro).
Di
che tipo di intuizioni si tratta?''
Mi
accorgo che ci sono delle costanti, delle arcate
di ritmo. Ecco che incomincia un andamento. Poi
questo si ripete, si raddoppia, si svolge al rovescio,
... A volte è formidabile: può succedere
che effetti consecutivi creino una situazione
di inciampo, e ci si accorge che quello che ha
valore è la fine. Questo fornisce un input,
un'indicazione, dalla quale tornare indietro per
ricostruire la "vera'' sequenza al rovescio.
Sono
gli stessi procedimenti geometrici della musica:
inversioni, riflessioni, e cosí via.
Questo
serve, infatti, soprattutto a costruire i ritmi
di una commedia, o anche di un monologo. Ci si
accorge a volte che bisogna sacrificare un andamento,
chiudendo, restringendolo, saltando i valori.
è veramente una questione di progressioni
matematiche.
A
proposito di teatro, che affinità ci sono
con un altro teatro, quello "della memoria''
rinascimentale?
Cosa
intende per "memoria''? Il fatto di recepire
mnemonicamente le situazioni?
Sì.
Pensavo soprattutto a un teatro come il suo, che
deve far convivere struttura e improvvisazione.
Diciamo
che esistono due tecniche. Ci sono quelli che
studiano esattamente le parole, e poi le recitano
meccanicamente, rischiando di dimenticarsi completamente
del loro significato. L'altro modo è suggerito
da una famosa citazione di Shakespeare, che dice:
"dovete sempre recitare come fosse la prima
volta, le parole dovete ritrovarle''. Come se
uno non conoscesse fino in fondo lo svolgimento
di una frase, e dovesse ricostruirla mentre la
dice.
L'improvvisazione
guidata, appunto.
Sa
come si dice, in gergo? Che l'improvvisazione
è l'arte più scientifica che esista.
Perchè in verità l'improvvisazione
è soltanto metà della storia: l'altra
metà è che bisogna avere la macchina
dentro. Devi acquisire moduli infiniti di svolgimento,
devi impararli, come un suonatore di jazz che
sa di dover rientrare alla sedicesima battuta,
e ne ha sedici a disposizione per fare le varianti.
Tutte le consonanti del canto lui le ha dentro,
e va insieme al battere e al levare. E naturalmente
si lega ai ritmi, ai tempi, al contrappunto. La
matematica del contrappunto è la stessa
nella commedia, nel monologo, nella musica.
Kundera
parla, ne L'arte
del romanzo, di
"rapporto di equilibri'' a proposito sia
della letteratura che della matematica.
Ben
detto. Come quando Leonardo prende un triangolo,
ci inserisce un cerchio, e fa due arcate ai lati
come svolgimento di tensione e di dinamica. Cosí
si fa nella commedia: bisogna disegnarla, fisicamente.
E infatti io disegno moltissimo, quando ne penso
una: racconto spazi, andamenti, situazioni, luoghi,
gesti, ...
Che
legami ha il suo teatro "giullaresco'' con
una certa letteratura paradossale? Penso ad autori
quali Rabelais, Cervantes, Sterne, Diderot, ...
Beh,
dice niente! Quelli sono scienziati, gente che
aveva tutto chiaro nella testa. Rabelais, poi,
è la metafisica del paradosso. Il paradosso
ha bisogno di un'analisi del reale, e poi di una
progressione multipla, uno svolgimento a ritmi
esasperati, fuori dallo spazio solito. Se immaginiamo
il reale come disegnato in piano, il paradosso
è "l'alzato'', di cui il normale è
soltanto una proiezione: lo volti, giri la scena,
lo vedi all'incontrario, dài valore a quello
che nella storia è secondario, facendolo
diventare il personaggio o la situazione principale.
Si
tira fuori la terza dimensione.
Certo.
O anche la quarta. Immaginiamo di essere di fronte
a una scena tridimensionale, a un volume: girando
velocemente intorno a questo, come su un "tapis
roulant'', si ha una progressione in cui la logica
cambia continuamente. Vediamo le persone davanti,
di dietro, salendo, scendendo. E questo è
ciò che bisogna riuscire a fare.
I
cubisti lo facevano in pittura.
Soltanto
che loro bloccavano l'immagine sulla tela, in
una forma statica. Diciamo piuttosto i metafisici,
i grandi realizzatori della nostra pittura, quelli
del periodo di De Chirico.
Lei
considera il premio Nobel che ha ricevuto come
un omaggio all'oralità?
Io
sono un letterato che scrive. Il teatro è
fatto di oralità, suono, musica, tempi,
ritmi, azione, ma anche naturalmente di scrittura.
E i professori dell'Accademia di Stoccolma lo
sapevano, nel caso mio, perchè avevano
non solo visto, ma anche "letto'' le mie
rappresentazioni. E hanno considerato il fatto
che, oltre a scrivere, io faccio la scenografia,
i costumi, le pantomime, le coreografie, collaboro
a fare le musiche, ... Hanno premiato la totalità
delle mie attività.
Non
le è venuta la tentazione di rifiutare
il premio per motivi politici, come aveva fatto
Sartre?
Il
rifiuto di Sartre aveva un valore, un significato.
Il mio sarebbe stato una ripetizione astratta,
e soprattutto anacronistica. Perchè si
sono spostati loro, i giudici del Nobel: sono
più avanti del settanta per cento dei letterati.
Non per niente, dopo di me hanno premiato Saramago
e Grass: tutti democratici di sinistra.
E
anche tutti autori Einaudi, come lei, fra l'altro.
Il
grottesco è, però, che ora l'Einaudi
è diventata di Berlusconi. A dire la verità,
io non ce la faccio più a scrivere per
loro: ho rifiutato già un paio di lavori,
mi sono bloccato. Anzi, il libro su Leonardo l'ho
stampato per mio conto. Hai voglia a dire che
Berlusconi non c'è: purtroppo c'è,
fino in fondo e dovunque.
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