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Copenhagen
di
Michael Frayn, regia di Mauro Avogadro

Lo
spettacolo scritto dal drammaturgo inglese Michael Frayn
nel 1998 è ora stato "tradotto" sia in
Francia, sia nel nostro Paese. L'edizione italiana, con
la regia di Mauro Avogadro, ha debuttato al Teatro San
Giorgio di Udine il 9 novembre 1999 e ha avuto come protagonisti
Umberto Orsini (nei panni del fisico danese Bohr), Massimo
Popolizio (che impersona il fisico tedesco Heisenberg)
e Giuliana Lojodice (che è Margrethe, la moglie
di Bohr). Il testo si fonda su un incontro-disputa realmente
avvenuto nel 1941 fra i due ricercatori, che all'epoca
erano molto prossimi alla "formula" della bomba
nucleare.
In
un'intervista a Umberto Orsini su La Repubblica del 10
novembre 1999, si legge:
Sulla
scena c'è tutto il furore della ricerca scientifica
e prendendo spunto dalla visita di Heisenberg ai Bohr
la commedia è comunque leggibile da tante angolazioni.
L'impianto temporale non è mai costante per il
semplice fatto che i tre personaggi sono morti, e non
fanno che rivivere all'indietro i presunti dialoghi
avvenuti nel '41 a Copenaghen. [
]
Il copione di Frayn testimonia che se Bohr, ricevendo
nel '41 in Danimarca il collega ed ex pupillo, avesse
instaurato un rapporto di complicità, ne sarebbe
scaturita un'alleanza che avrebbe avvantaggiato la Germania
sugli Stati Uniti nella corsa agli armamenti nucleari.
Dalla signora Bohr viene considerata un gran regalo,
la non collaborazione del marito con Heisenberg. Tutto
il testo è un po' un processo allo stesso Heisenberg.
[
]
Sono in disputa due generazioni. A me spetta più
propriamente la parte di Bohr, personaggio pieno di
carisma ma anche provvisto dell'aplomb degli studiosi.
L'esaltato e più giovane Heisenberg è
naturale incombenza di un attore che stimo molto, Massimo
Popolizio. Con Giuliana Lojodice, una primadonna che
fa da tramite indispensabile, creiamo una dinamica a
tre cui si addice una pista, un teatro a pianta centrale
con attorno un pubblico non da grandi numeri. [
]
Recentemente
lo spettacolo è stato rappresentato al Teatro India
di Roma e al Teatro Paolo Grassi di Milano.
Lasciamo parlare qui di seguito la critica:
-
Franco Cordelli ("Il Corriere della Sera"
11 ottobre 2001)
E'
raro che un cronista di cose teatrali si arrischi a
tanto; è raro che dica, senza mezzi termini,
andate a vedere questo spettacolo, andatelo a vedere
tutti, in specie voi che non andate mai a teatro, voi
che lo detestate, o credete di detestarlo. Andate a
vedere Copenaghen dell'inglese Michael Frayn,
l'autore di Rumori fuori scena, uno dei grandi
successi degli anni Ottanta. [...]
Che co'è Copenaghen? E', si direbbe, la
storia di un sogno. Due tra i massimi scienziati del
XX secolo. e la moglie di uno di loro, si ritrovano
a discutere di loro e delle proprie opere, in un altro
tempo o fuori dal tempo. Sono in un'aula universitaria,
le nere lavagne si aprono una dietro l'altra come surreali
quinte, una infinita serie di calcoli ne riempie lo
spazio. [...]
Lo straordinario del testo di Frayn è che vi
si parla con la massima precisione, e in modo incessante,
dei problemi della fisica atomica - cioè della
bomba - che dominavano le menti dei due scienziati.
Pure, non si parla d'altro che del problema morale a
essi sottostante: qual è la responsabilità
dello scienziato di fronte alla sua opera e di fronte
alla propria comunità?
Ovvero: quali realmente erano i rapporti tra Bohr e
Heisenberg? Quali erano i rapporti tra il danese (in
parte ebreo) e il tedesco; o tra il maestro e l'allievo?
In testi del genere, il sottotesto si dilata nell'ambiguo
campo dello psichismo: da Ibsen a Pinter.
Nel dramma di Frayn il sottotesto è di natura
concettuale, vi è una vibrazione incessante e
dolorosa che attinge dal conflitto tra l'esperienza
quotidiana e ciò che la trascende: questi uomini
che hanno reinventato il mondo e, forse, hanno contribuito
a distruggerlo, vivono di fatto nell'indeterminazione
da essi stessi creata e, nello stesso tempo, è
come se volessero disperatamente risalire alla causa
prima, all'elemento fisso e immuabile, in una parola
alla verità (così declinando la natura
postmoderna di un testo moderno solo in apparenza).
D'altra parte è inevitabile chiedersi cosa ne
sarebbe di un simile deamma ove fosse affidato ad attori
meno straordinari. Il fatto è che tre quarti
della potenza di Copenaghen è merito dei
suoi interpreti.

- Renato Palazzi ("Il Sole 24 ore" 14
ottobre 2001):
Quale
fosse lo scopo della visita di Heisenberg, e cosa accadde
realmente durante il colloquio, d'altronde assai breve,
tra i due personaggi - storicamente avvenuto - non è
mai stato stabilito con certezza. Gli stessi protagonisti
ne dettero in seguito interpretazioni contrastanti,
legate a sentimenti agitati e a ricordi confusi, finché
decisero di comune accordo di stendere in velo di silenzio
su un passato troppo denso di implicazioni. E' lecito
supporre che il tema della discussione, interrotta rabbiosamente
da Bohr quasi subito, e tale da causare comunque la
rottura di un antico legame, riguardasse la possibilità
- e la liceità - di tradurre le loro scoperte
nella costruzione di un'arma, che ancora il danese riteneva
praticamente irrealizzabile.
Su questo frammento marginale ma emblematico di un evento
cruciale del Novecento l'inglese Michael Frayn, già
autore di commedie fortunate come Miele selvatico
e Rumori fuori scena, ha costruito una brillante
pièce che somiglia a certe esperienze del "teatro-documento"
anni Sessanta, a certe ponderose inchieste sceniche
sulle responsabilità del progresso e i suoi limiti
etici - ricordiamo fra le più celebri il Caso
Oppenheimer di Kippardt - senza averne però
la pretesa moralistica e la scrupolosa fedeltà
alla cronaca. Il suo Copenaghen è piuttosto
un serrato thriller storico-scientifico, un'arguta reinvenzione
di due psicologie particolari, un elegante esercizio
di scrittura su argomenti apparentemente irrappresentabili.
Partendo dal momento in cui tutti i protagonisti sono
ormai morti e sollevati dagli ingombri del passato,
sovrapponendo accortamente i tempi dell'azione, passando
dall'epoca spensierata della loro collaborazione negli
anni Venti alle fasi determinanti della realizzazione
della bomba con la definitiva soluzione dei problemi
ad essa connessi, Frayn inquadra quel veloce ed enigmatico
incontro da diverse prospettive, lo ripercorre più
volte sviluppando varie ipotesi, che Heisenberg tentasse
a suo modo di fermare quel fatale processo distruttivo,
che intendesse informare il vecchio amico dei propri
scrupoli, o che al contrario sperasse di ricavarne utili
indicazioni, che tentasse di scoprire a che punto si
trovava la controparte. [...]
Ma al centro dell'abilissimo copione non è tanto
lo spessore delle argomentazioni teoriche, né
l'attendibilità delle formule tracciate su enormi
lavagne. Mescolando con destrezza ironia e risonanze
drammatiche, rendendo l'asperità della materia
fin troppo lieve e accattivente, egli punta sulla vivacità
dell'aneddoto, le rabbie e le tenerezze private, i poker
e le sfide sciistiche. e soprattutto sui contrasti caratteriali
che segnano questo ideale rapporto padre-figlio.
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