Luca
Scarlini. Nato nel 1966, si
occupa di drammaturgia contemporanea e di letteratura
comparata. Insegna tecniche narrative presso la Scuola
Holden di Torino e traduce dallinglese e dal francese
per varie case editrice tra cui ADN-Kronos e Fazi. Collabora
con numerose istituzioni teatrali italiani come consulente
letterario e traduttore (Teatro Stabile di Parma, Link
di Bologna, Teatro Regio di Torino, Festival Intercity
di Sesto Fiorentino, National Theatre di Londra). Come
storico dello spettacolo, attività che svolge
come professore free-lance in varie Università
europee, ha pubblicato numerosi interventi sulla drammaturgia
contemporanea in riviste e volumi, tra cui Un altro
giorno felice, La fortuna del teatro di S. Beckett
in Italia dal 1953 ad oggi. Scrive regolarmente
sulla rivista Indice come recensore di libri di teatro
e spettacolo. Attualmente sta lavorando a un libro sulle
riscritture shakespeariane degli ultimi quarantanni
e ha tradotto The Golden age di Gore Vidal.
I
cinque di Cambridge
regia
di Luca Scarlini
Il
9 settembre 1999, al Teatro Bibiena di Mantova - all'interno
della manifestazione Festivalletteratura - è stata
rappresentata una "conferenza a sei voci" tratta
dall'opera I cinque di Cambridge di John L. Casti:
seduti intorno a un lungo tavolo rettangolare, sei "personaggi"
non-attori, ma appartenenti al mondo intellettuale italiano,
hanno eseguito la lettura di una versione drammatizzata
del testo omonimo. John Casti, uno dei più apprezzati
scrittori di scienza americani, seguendo la fortunata
tradizione narrativa inaugurata nell'ambito del giallo
da "Soluzione sette per cento" di Nicholas Meyer,
che metteva a confronto Sherlock Holmes e Freud, ha immaginato
un incontro fra cinque eminenti personalità per
una discussione ad alto livello sull'intelligenza artificiale.
Come si legge nel libro di Casti, infatti, G. P. Snow,
il romanziere conosciuto per la definizione delle "due
culture", invita a cena il biologo e genetista J.
B. S. Haldane, il fisico Erwin Schroedinger (che contribuì
anche alla nascita della biologia molecolare, con un suo
saggio "What is life"), Alan Turing, uno dei
padri dell'intelligenza artificiale (noto per il suo "test"
per stabilire se una macchina possa pensare) e il celebre
filosofo del linguaggio Ludwig Wittgenstein. La scena
si svolge in una sera piovosa del 1949 e il tema della
conversazione è la possibilità che una "macchina"
sia in grado di pensare. La cena, mai realizzatasi nella
realtà, ma che comunque sarebbe stata possibile,
si trasforma, sul palcoscenico del Teatro Bibiena, in
un semplice tea fra cinque noti filosofi della scienza:
Michele di Francesco (Turing), Roberta De Monticelli (Wittgenstein),
Giulio Giorello (Schroedinger), Roberto Festa (Haldane)
e Pietro Adamo (Snow). Si legge nella locandina: "Durante
il rito di un perfetto tea inglese si scontrano e affrontano
concezioni diverse di temi fondamentali come identità,
linguaggio e le spinose problematiche etiche e filosofiche
ad essi connesse". La lettura, interrotta da applausi
a scena aperta, è stata seguita da una discussione
sui temi trattati. In un'intervista, Luca Scarlini (Colibrì
n.5, 1999) afferma:
Questo modo di presentare un lavoro,
un adattamento teatrale con non-attori non ha da noi
una tradizione particolarmente ricca è una cosa
tipicamente ed espressamente inglese, però io
trovo che sia un modo abbastanza interessante di affrontare
un tema, da persone che lo conoscono e che possano svilupparlo
in modo inedito, soprattutto accoppiando la rappresentazione
ad una conferenza vera e propria, in cui affrontare
i temi che si sono trattati prima" [
] "Non
sono tanto esperto in campo scientifico o filosofico
ma piuttosto di quanto è passato in letteratura
su questi temi. Io mi sono occupato molto per esempio
del computer come personaggio, visto che è un
tema su cui poco è stato scritto e che è
invece di estrema quotidianità non solo nella
fantascienza. Mi sono occupato ad esempio di Arthur
C. Clarke l'autore di 2001 Odissea nello spazio che
racconta abbastanza bene come un computer possa impadronirsi
della nostra vita ed è anche nella versione cinematografica
di Stanley Kubrick uno dei primi esempi in cui il computer
ci viene presentato come nemico, il computer assassino
che uccide via via tutti gli esseri a bordo sull'astronave
per impadronirsene. Quello che a me interessa è
vedere come questi temi si riflettono nella nostra cultura
e nel nostro immaginario. Diceva Friedrich Dürrenmat,
un drammaturgo che a me piace molto, ne I fisici, un
gran bel testo in cui racconta della responsabilità
degli scienziati, che non interessa nessuna persona
normale quali siano i procedimenti logici degli scienziati,
ma interessa purtroppo tutti quali sono gli effetti
pratici. Questo è un po' il percorso che a me
interessa seguire.
Teatro e scienza erano già stati protagonisti del
Festivalletteratura di Mantova nel 1998, con uno spettacolo
su Lewis Carrol e la matematica, sempre con la
regia di Scarlini. Nel 2000 è "andata in scena"
un'altra lettura teatrale ispirata alla scienza tratta
dal libro a cura di Jean-Francois Bouvet Gli spinaci
sono ricchi di ferro (Raffaello
Cortina ed.).
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