Teatro e Scienza
Le interviste e le opinioni

Annalisa Bianco


Annalisa Bianco. Laureata in lettere all'Università di Torino e diplomata nel 1989 nel corso di regia della Civica Scuola Paolo Grassi di Milano, ha fondato e tuttora dirige, con il marito Virginio Liberti, l'Associazione culturale Egumteatro, insignita nel 1998 del premio Giuseppe Bartolucci. E' inoltre responsabile del Premio di drammaturgia DON CHISCIOTTE.

La seconda edizione del "premio di drammaturgia Don Chisciotte" indetto da Egumteatro è dedicata al rapporto tra Teatro e Scienza. Come mai avete scelto questo tema per quest'anno?

La prima edizione del Premio era stata dedicata a testi teatrali che affrontassero il tema del disagio psichico e questa seconda al tema dei possibili rapporti tra Teatro e Scienza. Questa proposta di un tema a coloro che scrivono per il teatro di materiali coi quali cimentarsi non deve essere vista come un nostro terrore del "vuoto" in teatro. Non pensiamo affatto che il teatro sia una sorta di contenitore da riempire con contenuti di varia natura, o peggio ancora, che ne abbia bisogno per sopravvivere. Personalmente credo che il teatro che si occupa di sé, che si ripiega su se stesso, che ama appassionatamente le sue forme e le indaga anche nel loro invecchiare, morire, disfarsi, sia bellissimo. Ciò non toglie che si possa anche uscire, di tanto in tanto o a un certo punto, per sempre. Allora si possono incontrare altri saperi ed altri linguaggi e tentare l'approccio. Il teatro non può fare a meno di guardare, con invidia e languore, il mondo. Come tutta l'arte anche il teatro non può fare a meno di cercare di riprodurlo in sé. Le proposte di mondo che fa il teatro, i suoi modelli, sono inconfutabili.
La scienza e il teatro si possono sicuramente incontrare sull'erto crinale della filosofia, della riflessione sui modelli di realtà, sullo stare nel mondo, sulle categorie di tempo e spazio (fondamentali e comuni) e su molto altro ancora che non so.
D'altra parte, più semplicemente, l'idea di dedicare il Premio a questo argomento nasce dall'osservazione dell'interesse crescente che c'è intorno ad esso e vuole essere un contributo all'ampliamento della riflessione. E' importante dire che per questa edizione il Premio collabora con l'INFM, Istituto Nazionale di Fisica della Materia.

La drammaturgia dello spettacolo Il tempo al di là del mare-è di
Annalisa Bianco, quindi vorremmo sapere da lei se pensa che la scrittura di un testo che tratta temi scientifici abbia degli aspetti che la caratterizzano e la differenziano dalle altre esperienze di scrittura drammaturgica.
E, in particolare, per quanto riguarda lo spettacolo che ha scritto, se affrontare anche gli aspetti più tecnici e scientifici (come la descrizione delle teorie sulla longitudine) è stata una scelta "sofferta" oppure "convinta". Le chiedo questo perche' uno dei punti principali di discussione sul tema "teatro e scienza" è proprio la necessità o meno di esporre i concetti scientifici sulla scena: c'è chi sostiene che sia un ottimo "strumento" per un diverso modo di comunicare la scienza e chi invece nega la possibilità di una trasmissione del messaggio tecnico attraverso il teatro, visto come luogo invece per rappresentare le passioni che animano il mondo scientifico.
Quali sono infine i commenti e i suggerimenti che ritiene utili per chi
voglia cimentarsi nella scrittura di un testo per il concorso?

Come responsabile del Premio preferirei non entrare troppo nel dibattito ed esprimere giudizi personali sulla maggiore o minore proprietà delle scelte.
Posso dire che non la ritengo una questione fondamentale. Prima di tutto non c'è questo legame così forte tra contenuto e forma. Posso raccontare una storia qualsiasi utilizzando un modello di narrazione che segua una logica matematica. L'esempio che il prof. Odifreddi fa nella sua intervista quando cita il film di Alain Resnais Smoking no smoking è illuminante e si può anche pensare ai romanzi di Georges Perec, in particolare a La vita istruzioni per l'uso. D'altra parte raccontare la storia di uno scienziato o di un'invenzione scientifica usando una forma tradizionale di esposizione può offrire il vantaggio di avvicinare all'argomento chi non ha la possibilità di un diverso tipo di approccio. Non trovo volgare la parola "divulgazione", la trovo semplicemente funzionale perché credo che il pubblico o il lettore, soprattutto se giovane, vada gradualmente educato alle forme complesse e non solo intimorito o umiliato. Quando ho scritto Il tempo al di là del mare ho scelto la forma tradizionale del teatro di intrattenimento e del teatro per ragazzi innanzitutto perché quel testo mi era stato commissionato e mi sembrava giusto adeguarmi alle esigenze del committente e poi perché lo spettacolo nasceva come progetto dell'INFM rivolto alle scuole e ai ragazzi che dopo le scuole superiori tendono a preferire facoltà tecnologiche snobbando quelle scientifiche pure. Ho cercato di raccontare una storia di vicende umane e contemporaneamente una storia d'amore per lo studio e la conoscenza. Volevo che un pubblico, probabilmente non molto "teatrale", non avesse la possibilità di sottrarsi per noia a ciò che gli veniva proposto e ho usato un po' di trucchi del teatro comico. Ridere tiene sempre ben viva l'attenzione.

Egumteatro ha partecipato quest'anno al Festival Crisalide del Masque
Teatro, con uno spettacolo dal titolo "FINITO IL BEL TEMPO!". Leggiamo
una frase nell'introduzione allo spettacolo:
"Ci vuole qualcuno che guardi l'azione. Ci vuole uno sguardo. Più di uno. Un gruppo di osservatori. Occhi esterni."
frase che sembrerebbe ricordare un'impostazione scientifica, quella della necessità di un osservatore per la descrizione di un modello della realtà. L'azione dello spettacolo coinvolge però personaggi in assoluta solitudine, in una stanza separata dagli spettatori da una parete di PVC trasparente. "Una lente ottica?" si legge ancora.
Potreste parlarci dello spettacolo?
La scienza entra nel vostro lavoro teatrale e, se sì, in che misura?
Infine, un opinione sulla scelta di alcuni musei della scienza di
utilizzare il teatro per raccontare eventi scientifici.

Finito il bel tempo! è un progetto molto particolare di Egumteatro. Innanzitutto perché è il primo esito spettacolare di due anni di lavoro con gli ex-lungodegenti dell'ospedale psichiatrico S.Niccolò di Siena.
Quello che hai letto nei materiali per Crisalide, dove ha debuttato una prima versione dello spettacolo, non corrisponde più in parte allo spettacolo. Abbiamo eliminato molto, fino ad arrivare ad una "nudità", ad una promiscuità tra il pubblico e l'attore protagonista che forse è il vero oggetto dello spettacolo. Perché in questa promiscuità si realizza un progressivo processo di seduzione di cui solo è capace un artista puro come Pietro Morelli. Chi assiste a Finito il bel tempo! ha la possibilità di osservare il mondo delle cose e degli eventi attraverso lo sguardo straordinario, proprio nel senso di "del tutto fuori dall'ordinario", di Pietro. In questo senso credo che si possa parlare di esperienza scientifica. E Pietro ha un atteggiamento scientifico nei confronti della realtà: guarda il mondo e stabilisce delle regole non accettando meccanicamente ciò che è comunemente accettato senza verifica. Questo è anche l'atteggiamento dell'artista non seriale, dell'artista creatore d'arte.

Per quel che riguarda il teatro nei musei della scienza, beh, pensa che ho degli amici che a Siena da alcuni anni fanno piccoli spettacoli di animazione teatrale nel Museo d'Arte Contemporanea e nel Museo per Bambini e l'idea sta riscuotendo un grande successo. L'importante è non confondere la divulgazione con la banalizzazione, è lì che bisogna restare vigili ed esercitare la propria intelligenza.