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La
seconda edizione del "premio di drammaturgia
Don Chisciotte" indetto da Egumteatro è
dedicata al rapporto tra Teatro e Scienza. Come
mai avete scelto questo tema per quest'anno?
La
prima edizione del Premio era stata dedicata
a testi teatrali che affrontassero il tema
del disagio psichico e questa seconda al
tema dei possibili rapporti tra Teatro e
Scienza. Questa proposta di un tema a coloro
che scrivono per il teatro di materiali
coi quali cimentarsi non deve essere vista
come un nostro terrore del "vuoto"
in teatro. Non pensiamo affatto che il teatro
sia una sorta di contenitore da riempire
con contenuti di varia natura, o peggio
ancora, che ne abbia bisogno per sopravvivere.
Personalmente credo che il teatro che si
occupa di sé, che si ripiega su se
stesso, che ama appassionatamente le sue
forme e le indaga anche nel loro invecchiare,
morire, disfarsi, sia bellissimo. Ciò
non toglie che si possa anche uscire, di
tanto in tanto o a un certo punto, per sempre.
Allora si possono incontrare altri saperi
ed altri linguaggi e tentare l'approccio.
Il teatro non può fare a meno di
guardare, con invidia e languore, il mondo.
Come tutta l'arte anche il teatro non può
fare a meno di cercare di riprodurlo in
sé. Le proposte di mondo che fa il
teatro, i suoi modelli, sono inconfutabili.
La scienza e il teatro si possono sicuramente
incontrare sull'erto crinale della filosofia,
della riflessione sui modelli di realtà,
sullo stare nel mondo, sulle categorie di
tempo e spazio (fondamentali e comuni) e
su molto altro ancora che non so.
D'altra parte, più semplicemente,
l'idea di dedicare il Premio a questo argomento
nasce dall'osservazione dell'interesse crescente
che c'è intorno ad esso e vuole essere
un contributo all'ampliamento della riflessione.
E' importante dire che per questa edizione
il Premio collabora con l'INFM,
Istituto Nazionale di Fisica della Materia. |
La
drammaturgia dello spettacolo Il
tempo al di là del mare-è
di
Annalisa Bianco, quindi vorremmo sapere da lei
se pensa che la scrittura di un testo che tratta
temi scientifici abbia degli aspetti che la caratterizzano
e la differenziano dalle altre esperienze di scrittura
drammaturgica.
E, in particolare, per quanto riguarda lo spettacolo
che ha scritto, se affrontare anche gli aspetti
più tecnici e scientifici (come la descrizione
delle teorie sulla longitudine) è stata
una scelta "sofferta" oppure "convinta".
Le chiedo questo perche' uno dei punti principali
di discussione sul tema "teatro e scienza"
è proprio la necessità o meno di
esporre i concetti scientifici sulla scena: c'è
chi sostiene che sia un ottimo "strumento"
per un diverso modo di comunicare la scienza e
chi invece nega la possibilità di una trasmissione
del messaggio tecnico attraverso il teatro, visto
come luogo invece per rappresentare le passioni
che animano il mondo scientifico.
Quali sono infine i commenti e i suggerimenti
che ritiene utili per chi
voglia cimentarsi nella scrittura di un testo
per il concorso?
Come
responsabile del Premio preferirei non entrare
troppo nel dibattito ed esprimere giudizi
personali sulla maggiore o minore proprietà
delle scelte.
Posso dire che non la ritengo una questione
fondamentale. Prima di tutto non c'è
questo legame così forte tra contenuto
e forma. Posso raccontare una storia qualsiasi
utilizzando un modello di narrazione che
segua una logica matematica. L'esempio che
il prof. Odifreddi fa nella sua intervista
quando cita il film di Alain Resnais Smoking
no smoking è illuminante e
si può anche pensare ai romanzi di
Georges Perec, in particolare a La
vita istruzioni per l'uso. D'altra
parte raccontare la storia di uno scienziato
o di un'invenzione scientifica usando una
forma tradizionale di esposizione può
offrire il vantaggio di avvicinare all'argomento
chi non ha la possibilità di un diverso
tipo di approccio. Non trovo volgare la
parola "divulgazione", la trovo
semplicemente funzionale perché credo
che il pubblico o il lettore, soprattutto
se giovane, vada gradualmente educato alle
forme complesse e non solo intimorito o
umiliato. Quando ho scritto Il
tempo al di là del mare
ho scelto la forma tradizionale del teatro
di intrattenimento e del teatro per ragazzi
innanzitutto perché quel testo mi
era stato commissionato e mi sembrava giusto
adeguarmi alle esigenze del committente
e poi perché lo spettacolo nasceva
come progetto dell'INFM rivolto alle scuole
e ai ragazzi che dopo le scuole superiori
tendono a preferire facoltà tecnologiche
snobbando quelle scientifiche pure. Ho cercato
di raccontare una storia di vicende umane
e contemporaneamente una storia d'amore
per lo studio e la conoscenza. Volevo che
un pubblico, probabilmente non molto "teatrale",
non avesse la possibilità di sottrarsi
per noia a ciò che gli veniva proposto
e ho usato un po' di trucchi del teatro
comico. Ridere tiene sempre ben viva l'attenzione.
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Egumteatro
ha partecipato quest'anno al Festival Crisalide
del Masque
Teatro, con uno spettacolo dal titolo "FINITO
IL BEL TEMPO!". Leggiamo
una frase nell'introduzione allo spettacolo:
"Ci vuole qualcuno che guardi l'azione. Ci
vuole uno sguardo. Più di uno. Un gruppo
di osservatori. Occhi esterni."
frase che sembrerebbe ricordare un'impostazione
scientifica, quella della necessità di
un osservatore per la descrizione di un modello
della realtà. L'azione dello spettacolo
coinvolge però personaggi in assoluta solitudine,
in una stanza separata dagli spettatori da una
parete di PVC trasparente. "Una lente ottica?"
si legge ancora.
Potreste parlarci dello spettacolo?
La scienza entra nel vostro lavoro teatrale e,
se sì, in che misura?
Infine, un opinione sulla scelta di alcuni musei
della scienza di
utilizzare il teatro per raccontare eventi scientifici.
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Finito
il bel tempo! è un
progetto molto particolare di Egumteatro.
Innanzitutto perché è
il primo esito spettacolare di due anni
di lavoro con gli ex-lungodegenti dell'ospedale
psichiatrico S.Niccolò di Siena.
Quello che hai letto nei materiali per
Crisalide, dove ha debuttato una prima
versione dello spettacolo, non corrisponde
più in parte allo spettacolo.
Abbiamo eliminato molto, fino ad arrivare
ad una "nudità", ad
una promiscuità tra il pubblico
e l'attore protagonista che forse è
il vero oggetto dello spettacolo. Perché
in questa promiscuità si realizza
un progressivo processo di seduzione
di cui solo è capace un artista
puro come Pietro Morelli. Chi assiste
a Finito il
bel tempo! ha la possibilità
di osservare il mondo delle cose e degli
eventi attraverso lo sguardo straordinario,
proprio nel senso di "del tutto
fuori dall'ordinario", di Pietro.
In questo senso credo che si possa parlare
di esperienza scientifica. E Pietro
ha un atteggiamento scientifico nei
confronti della realtà: guarda
il mondo e stabilisce delle regole non
accettando meccanicamente ciò
che è comunemente accettato senza
verifica. Questo è anche l'atteggiamento
dell'artista non seriale, dell'artista
creatore d'arte.
Per
quel che riguarda il teatro nei musei
della scienza, beh, pensa che ho degli
amici che a Siena da alcuni anni fanno
piccoli spettacoli di animazione teatrale
nel Museo d'Arte Contemporanea e nel
Museo per Bambini e l'idea sta riscuotendo
un grande successo. L'importante è
non confondere la divulgazione con la
banalizzazione, è lì che
bisogna restare vigili ed esercitare
la propria intelligenza.
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