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Dopo
aver pubblicato tredici anni fa la sua autobiografia (Elogio
dell'imperfezione, Garzanti, 1987),
Rita Levi-Montalcini nel suo nuovo libro Cantico
di una vita, edito da Raffaello Cortina
L.34.000, ci offre un autoritratto in diretta, una cronaca giorno
per giorno del suo percorso esistenziale e scientifico, attraverso
le lettere scritte ai familiari, soprattutto alla madre e alla
sorella gemella, la pittrice e scultrice Paola Levi-Montalcini
scomparsa alla fine dello scorso settembre, cui il libro è dedicato.
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| Due
opere di Paola Levi-Montalcini: sopra, La città che
cammina, 1953 - sotto, Whitney |
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Donne
e medicina:
l'esperienza americana
di Attilia Cozzaglio
La
lettura di queste note sul libro della Levi Montalcini richiama
il libro di Ellen Singer More Restoring
the balance - Women physicians and the profession of medicine
- Harvard University Press, uscito in America nel 1999 e
recensito pochi mesi fa sulla rivista Tempo Medico.
Il
libro ripercorre la storia della presenza - e dell'assenza
- delle donne nell'esercizio della professione medica: fino
al 1850 le scuole di medicina erano infatti interdette alle
donne, e solo nel 1851 ci fu la prima laureata in medicina.
Ma questa prima apertura alle donne non costituì una vera
rimozione degli ostacoli che si frapponevano alla vita professionale,
alla partecipazione alle associazioni di categoria: l'American
Gynecological Society, fondata nel 1876, ha ammesso la prima
donna nel 1921, ma solo nel 1970 fu eletta tra i soci la
seconda donna. Le tappe della presenza femminile in medicina
sono scandite da queste cifre: 2,5% di praticanti donne
nel 1900, 6,1% nel 1950, 20,7% nel 1995.
Molto
interessante è anche un altro tema affrontato nel libro,
cioè la ricerca delle donne di un equilibrio non solo tra
la vita privata e professionale, ma anche tra l'essere donne
e l'essere professioniste. Questo tema acquista una dimensione
storica nelle biografie delle prime donne che siano riuscite
a laurerarsi in medicina in U.S.A., a cominciare proprio
dalla prima, Sarah Adamson Dolley, scelta dall'autrice come
emblema di una ricerca per arrivare alla consapevolezza
di se stesse nella vita professionale. La sua storia racconta
gli ostacoli e le difficoltà per entrare nel mondo medico,
per fare internati e ricerca. Alle donne erano aperti solo
i campi che in qualche modo erano loro considerati consoni:
redenzione, educazione sanitaria, prevenzione temperanza,
in una sorta di continuità con la funzione delle donne nell'ambito
domestico. Una funzione "materna" che si esplicava soprattutto
nei confronti di poveri e diseredati, e ghettizzava le professioniste.
Questo poi ha consentito alla classe medica di accusare
le donne di autoghettizzazione, perché si riunivano in associazioni
di genere e praticavano una medicina "maternalista".
Da
quel lontano 1851 sono passati ormai 150 anni, ma ancora
stenta ad essere adeguatamente valorizzato il contributo
delle donne alla pratica medica, che si esprime non solo
nel campo della ricerca, ma anche in un diverso rapporto
con i pazienti, con il corpo, con la malattia.
Interessante,
a questo proposito, il lungo saggio intitolato Doctors
and Patients: Gender and Medical Treatment in Nineteenth-Century
America. Curiosamente risulta impossibile risalire
all'autrice di questo intervento, anche se penso si possa
attribuire a Regina Morantz-Sanchez, autrice del libro "
Sympathy and science: women physicians in American medicine."
New York: Oxford University Press, 1985.
Di
rigore la segnalazione del sito della rivista Tempo
Medico, cui dobbiamo la prima segnalazione del libro
in questione. Purtroppo però la recensione non è disponibile
on line.
Dal
The
New England Journal of Medicine, una recensione
del libro a cura di Lorna Anne Lynn, donna che esercita
la professione di medico.
E
la situazione in Italia? Ne troviamo uno spaccato, sia pure
all'insegna delle "pari opportunità" e non dello specifico
delle donne nella professione, in questo contributo di Lorenza
Sassi, della Commissione permanente per lo studio
dei problemi della donna medico e odontoiatra.
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L'autrice,
che sta vivendo insieme al dolore immenso per la privazione della
sua anima gemella la quasi totale perdita della vista, cita nel
prologo all'epistolario una frase di Primo Levi che ha ispirato
la sua vita:
Amare
il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta
alla felicità sulla terra.
La
chiave a stella
Della forte
personalità della scienziata ci colpiscono il bisogno radicale
di autonomia, soprattutto quella scientifica, e il coraggio di
dire sempre quello che pensa.
Nelle lettere
troviamo affermazioni che contraddicono tutti i luoghi comuni
sulla condizione femminile: l'autrice scrive che a differenza
delle donne della sua generazione, il lavoro è stato tutto per
lei e che non ha mai voluto né un marito né un figlio, perché
non si sarebbe mai adattata a quel genere di vita.
Nel lavoro
non ha mai voluto essere il numero due, non ha mai accettato la
direzione di qualcun altro e ha sempre affermato il proprio punto
di vista, perché quel che le è sempre importato "è la verità,
non il potere....".
Le lettere
indirizzate al nipote Emanuele, allora adolescente, sono particolarmente
belle e toccanti. Vi si legge:
"...
Ritornando alla definizione e analisi degli attributi del "grand'uomo"
io penso che né le eccezionali qualità intellettuali, né la forza
e la sicurezza siano le doti che lo differenziano dall'uomo comune...
Le mie simpatie vanno a quelli dotati di una profonda e acuta
sensibilità, a quelli che sanno dimenticarsi completamente nella
contemplazione dell'universo e/ o dedizione agli altri e a quelli
non "senza incrinature", ma che fanno errori e sono vulnerabili...
Non è l'assenza di difetti che conta, ma la passione, la generosità,
la comprensione e simpatia del prossimo e l'accettazione di noi
stessi... ".
Dall'epistolario
emerge un ritratto più completo della scienziata che ha ricevuto
il premio Nobel per la Medicina, ma che è tanto bizzarra e irregolare
da aver dato via tutti i suoi soldi e da vivere ora "senza onorario
e senza pensione", una donna che ha attraversato il secolo, ma
ancora oggi ha il coraggio di dire con autorevolezza il suo parere
laico e anticonformista sui temi scottanti dell'eutanasia, della
clonazione, delle biotecnologie.
Un
ritratto
della Levi Montalcini su Liberation. Al centro
il suo rapporto con la vecchiaia, di donna e di scienziata.
Nel
sito dello Swif - Sito Web Italiano per la Filosofia, un'ampia
rassegna
stampa sulla Montalcini, con alcune delle sue prese di
posizione sui temi scottanti dell'attualità scientifica.
Sempre sul tema "Donne e professione medica ", riceviamo
e volentieri pubblichiamo l'intervento di Maddalena
Gasparini fatto al seminario del 27 gennaio 2001 presso
l'Associazione per una Libera Università delle Donne,
a Milano, per il ciclo: "L'eredità del femminismo
per una lettura del presente"
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