la rivista di 










 

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, questo intervento di Anna Rollier,
docente di genetica all'Università di Milano.

Clonazione: chi dona gli ovociti?
di Anna Rollier















 

Documenti
(a cura della redazione)

Dal sito di Italpromo Esis Publishing, alcuni documenti sulla via italiana alla clonazione terapeutica.

Altri documenti sulla clonazione umana per scopi scientifici, tra cui il rapporto Donaldson citato nell'articolo, tradotto in italiano dalla redazione di "Adesso sto meglio", news letter sulle politiche della salute della Cgil nazionale.


Colonie di cellule germinali di embrioni umani a diversi stadi di sviluppo. Il mantenimento di tali cellule alla loro forma indifferenziata è uno dei maggiori risultati del lavoro compiuto da un team di ricercatori dell'Università del Wisconsin sotto la guida di James Thomson e riportato su Science del 6 novembre 1998. A volte le colonie presentano un nucleo di cellule indifferenziate circondato da un margine di cellule differenziate, come la piccola colonia a destra nella figura B.

Illustrazione e didascalia (tradotta dall'inglese) sono tratte dalla pagina
Stem Cells Press Kit
della University of Wisconsin-Madison, 1998.

Risulta veramente difficile capire dalla sola lettura dei quotidiani quale sia l'aspetto rivoluzionario (oppure semplicemente "nuovo" o specificamente "italiano") della tecnica per ottenere cellule staminali proposta nella relazione finale della commissione Veronesi sull'uso di tali cellule. Ciò che appare, infatti, è che si tratti della tecnica di trasferimento nucleare (già ampiamente descritta dal rapporto Donaldson, pubblicato in Inghilterra nello scorso agosto) che prevede che il nucleo di una cellula somatica del paziente affetto da una malattia degenerativa venga inserito in una cellula uovo umana non fecondata dalla quale sia stato precedentemente rimosso il nucleo. La nuova cellula prodotta con questo "trapianto" nucleare, coltivata in vitro, darà luogo a cellule che potranno in seguito essere indirizzate nella via differenziativa utile per la patologia in questione. Le cellule così ottenute, possedendo lo stesso genotipo del paziente, potrebbero essere utilizzate per il trapianto (allo scopo di "sostituire" il tessuto danneggiato) con una netta riduzione dei rischi di rigetto. La tecnica in questione, dunque, implica l'utilizzo massiccio di ovociti umani e ciò solleva parecchie questioni spinose (sulle quali, apparentemente, nessuno sembra essersi soffermato).

1. Chi saranno le donatrici?
Come è noto la donazione di ovociti implica manipolazioni invasive e fisicamente pesanti per la futura donatrice che deve anche subire un preliminare trattamento ormonale (per la stimolazione ovarica) che, secondo molti dati epidemiologici non ancora smentiti, potrebbe essere responsabile di tumori sia ovarici che della cervice ad insorgenza tardiva. Viene da domandarsi quali e quante donne (precettate? Pagate? Spinte dalla solidarietà? O dallo spirito di sacrificio?), al corrente dei rischi e della gravosità della manipolazione, accetteranno di proporsi quali donatrici di ovociti, e questa domanda porta a chiedersi per l'ennesima volta come mai al concetto di rispetto e di protezione dell'embrione non sia indissolubilmente associata l'idea di rispetto e protezione della donna dalla quale deriva e dipende qualsiasi embrione.

2. La disponibilita di ovociti umani costituirà sempre il fattore limitante per la tecnica della clonazione terapeutica mediante trasferimento nucleare, poiché non ci saranno mai abbastanza ovociti disponibili per tutti i pazienti affetti dalle malattie degenerative che potrebbero essere curate con cellule staminali ottenute mediante questa tecnica (è da tenere presente che, fisiologicamente, nell'arco di tempo che va dal menarca alla menopausa, una donna produce 400-500 ovociti che arrivano a maturazione e che già ora la disponibilità di ovociti costituisce un problema nell'ambito della riproduzione assistita dal momento che, per ogni ciclo di stimolazione ovarica, si ottengono soltanto da 8 a 15 ovociti maturi).
Dati questi presupposti, il rischio che questo trattamento (messo a punto in anni di ricerche costosissime) diventi accessibile soltanto per quei pochi che potranno permettersi il lusso di pagare gli ovociti necessari, diventa molto alto.

3. Esiste poi il problema dell'affidabilità, della chiarezza e dell'onestà dell'informazione che viene data al pubblico (i futuri fruitori dei risultati di queste ricerche).
Basta parlare con chi si occupa di tali ricerche per rendersi conto di quanto sia elevato il livello di incertezza sull'efficacia delle terapie e di quanto numerose siano le questioni insolute riguardanti sia l'aspetto biologico, che quello clinico di queste tecniche (coltura in vitro delle cellule, modalità del loro trasferimento, sopravvivenza delle medesime nell'organismo ricevente, rischi di una loro trasformazione tumorale, loro efficacia nel sostituire funzionalmente le cellule danneggiate del paziente, ecc) . Il procedere della scienza è per definizione senza garanzie possibili a priori, ma perché si permette che l'informazione taccia le difficoltà e gli inevitabili insuccessi di questo cammino, diffondendo notizie che possono confondere e illudere i cittadini? Il documento della commissione Dulbecco (che speriamo di poter leggere presto) sarà tale da modificare questa tendenza?