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"All'inizio
bevi l'acqua, alla fine il veleno": un proverbio uzbeco
riassume il collasso ambientale e la tragedia umana del Lago Aral.
A circa un decennio di distanza dal crollo dell'Unione Sovietica,
artefice del disastro ecologico, l'adagio popolare
fa luce anche su uno scenario a rischio,
complicato dalla difficile gestione delle acque comuni.
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Il
Lago Aral, situato tra l'Uzbekistan e il Kazakhstan, riceve acqua
da due fiumi, il Syr Darya e l'Amu Darya, ma non ha emissari.
L'acqua evapora e viene progressivamente ricostituita dall'apporto
dei due fiumi alimentati dai ghiacciai dell' Hindu Kush e del
Pamir e dalle piogge. O meglio: veniva ricostituita. Dato che
dal 1960 a oggi il volume del lago, un tempo il quarto bacino
d'acqua dolce più ampio del mondo, è diminuito del
75% e la sua superficie del 50%. Il livello è calato di
16 metri, e il lago, di per sé già poco profondo,
sta velocemente prosciugandosi.
Segue
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