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Acque infide
di Cristina Meneguzzo





 








 

"All'inizio bevi l'acqua, alla fine il veleno": un proverbio uzbeco riassume il collasso ambientale e la tragedia umana del Lago Aral. A circa un decennio di distanza dal crollo dell'Unione Sovietica, artefice del disastro ecologico, l'adagio popolare fa luce anche su uno scenario a rischio, complicato dalla difficile gestione delle acque comuni.

 

Il Lago Aral, situato tra l'Uzbekistan e il Kazakhstan, riceve acqua da due fiumi, il Syr Darya e l'Amu Darya, ma non ha emissari. L'acqua evapora e viene progressivamente ricostituita dall'apporto dei due fiumi alimentati dai ghiacciai dell' Hindu Kush e del Pamir e dalle piogge. O meglio: veniva ricostituita. Dato che dal 1960 a oggi il volume del lago, un tempo il quarto bacino d'acqua dolce più ampio del mondo, è diminuito del 75% e la sua superficie del 50%. Il livello è calato di 16 metri, e il lago, di per sé già poco profondo, sta velocemente prosciugandosi.

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