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Dalla
differenza tra possibile e virtuale postulata da Lévy,
sulla scorta di concetti deleuzeiani, si giunge alla definizione
del concetto di virtualizzazione
come di un "incremento di
realtà".
I
processi descritti da Lévy sono i movimenti, nelle
due direzioni, tra reale e possibile, da una parte, e
attuale e virtuale, dall'altra. La realizzazione
(da possibile a reale) è l'accadimento
di un possibile prestabilito; l'attualizzazione
(da virtuale a attuale) è l'individuazione di una
soluzione all'interno di un ambito
problematico.
Il
passaggio opposto a quest'ultimo, la virtualizzazione
(da attuale a virtuale), non può essere, perciò,
una de-realizzazione (come nel passaggio da reale a possibile);
in essa non si sottrae realtà, ma la si problematizza
attribuendole nuovi innumerevoli sensi.
Questo
concetto di virtualizzazione e problematizzazione dell'attuale,
ricondotto al discorso sul Web e le nuove tecnologie,
rischia di cadere in una forma errata di platonismo
digitale. Con questa forzatura si vuole intendere
il pericolo della reificazione
degli stessi processi di lettura,
ridotti a cosa da una virtualizzazione che tenda ad oggettivare
il virtuale come una sorta di idea platonica all'interno
di un altrettanto platonico iperuranio.
Il
moderno iperuranio sarà lo schermo del computer,
che trascendente e separato dalla mente dell'uomo, fa
perdere di vista il vero senso della virtualizzazione.
Per
evitare il rischio della reificazione è necessario
che la filosofia problematizzi
e, quindi, virtualizzi nel senso più vero la virtualizzazione
stessa, riconoscendone il carattere non di mera cosa,
ma di interpretazione problematizzante
del reale.
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