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Casi teatrali
di Cristina Meneguzzo















Le possibilità offerte dall'organizzazione non lineare del testo hanno attratto l'interesse di drammaturghi sperimentali, che si sono cimentati con la creazione di iperdrammi.
Il genere non è ancora presente nella letteratura in lingua italiana (o almeno in rete non l'abbiamo trovato), mentre negli Stati Uniti è già attestato.


Uno dei pionieri del genere è Charles Deemer, inventore di opere teatrali a struttura ipertestuale, per lo più fruibili in rete, ma anche rappresentate sulle scene.

Leggere un iperdramma

Assistere alla messa in scena di un iperdramma

Leggere un iperdramma è come leggere un qualsiasi ipertesto: significa operare scelte e seguire il proprio filo di lettura, selezionando tra le possibilità offerte. Il tutto con l'aggiunta della reversibilità della scelta operata e l'opportunità di ripetere la lettura in modo ogni volta diverso, completando il quadro delle opzioni e quindi delle trame disponibili che compongono l'azione completa del dramma. Eleggendo un plot di volta in volta, il lettore decide di considerarlo come il plot principale, quindi di considerare i protagonisti di quella traccia come i principali dell'opera stessa, che verranno invece "oscurati" dai personaggi e dalle azioni preferite in una seconda lettura. Fino alla costruzione di un quadro complesso, interconnesso, senza veri protagonisti o con protagonisti altamente relativizzati dalla vicinanza di altri protagonisti a pari merito.
Si capisce dunque perché Deemer in uno scritto critico affermi che l'iperdramma rivoluzioni il concetto tradizionale di opera teatrale, riducendo quest'ultima "special case", a caso singolo e specifico dell'iperdramma.
Leggere un iperdramma è molto impegnativo: assomiglia forse più alla soluzione di un caso poliziesco, con un lettore-ispettore che interroghi via via i possibili indiziati per ricostruire i retroscena di un caso, che però non è dato, ma si costruisce pian piano.

Lo spettatore non si reca propriamente a teatro, ma in uno spazio scenico in tutto simile, anzi corrispondente a un luogo reale (per es. una grande villa), dove prende corpo l'azione teatrale. Lo spettatore non è seduto in una platea buia con gli occhi puntati su un palcoscenico illuminato, ma itinerante, al seguito degli attori. E' lo spettatore che elegge la trama che intende seguire, con piena coscienza del fatto che altrove altre storie si stanno svolgendo senza che lui possa assistervi. Lo spaccato di "realtà teatrale" cui assiste non è che un frammento di un tessuto più completo. Altri spettatori, che seguono percorsi diversi, collezionano trame eterogenee, con punti di inevitabile tangenza. Solo l'audience, intesa nella sua globalità, può riuscire ad avere sott'occhio l'opera nella sua complessità nell'arco di tempo di uno spettacolo. Oppure solo uno spettatore che torni più volte, e ogni volta secondo percorsi diversi a rivedere l'opera teatrale.
Il pezzo teatrale assume a pieno le sembianze di un brano di vita reale: gli attori non escono mai di scena, ma proseguono altrove, dove lo spettatore può decidere di seguirli. Lo spettatore insegue la vita di alcuni personaggi di luogo in luogo, oppure elegge una "quinta" (una stanza della villa) e assiste alle "scene" che si susseguono in questo ambiente. Perde comunque la sensazione di possedere la chiave di comprensione dell'intera esistenza dei personaggi (quella distillata apposta e consegnatagli dal drammaturgo).

Recitare un iperdramma e coordinarne la messa in scena

Agli attori spetta la difficoltà maggiore. I tempi tecnici di recitazione di una scena non sono mai identici e il coordinamento delle scene che si svolgono nei diversi spazi non può essere ferreo. Un attore può finire prima e passare in un'altra stanza, dove però la scena (nella quale la sua presenza non era contemplata) non si è ancora conclusa. C'è sempre un margine di possibile sovrapposizione o anticipazione/ritardo, che obbliga l'attore all'improvvisazione. Il canovaccio è fisso, ma frequenti sono gli espedienti introdotti per gli aggiustamenti.
Il regista coordina un'opera che non può mai vedere in tutta la sua interezza…

In un'intervista a Charles Deemer si legge di casi singolari, in cui gli spettatori scambiano altri spettatori per attori. Evidentemente lo spazio non delimitato tra realtà e finzione scenica e il realismo stesso della "messa in scena" coinvolge gli spettatori a tal punto da cancellare la linea di separazione tra attori e agenti più generici. L'intenso realismo di un iperdramma è dovuto alla pressoché totale aderenza tra il tempo reale e il tempo del racconto (il tempo recitato). Gli attori non escono di scena (viceversa gli spettatori vi entrano) e non possono compiere in questo spazio separato dal teatro e immaginario altre azioni: tutto ciò che succede è lì sotto gli occhi degli spettatori e segue il tempo

Navigare iperdrammi:

The Deal di Charles Deemer
The Last Song of Violeta Parra
di Charles Deemer
The Benefactor di Billy Smart and Hannah E. Rudman

reale. In questo senso l'iperdramma diventa persinoiperreale, assolutamente mimetico.
La simultaneità delle azioni riproduce quella della realtà e persino l'impossibilità dello spettatore di conoscere contemporaneamente ciò che succede in
ogni luogo di azione rimanda alla finitezza della comprensione nell'esistenza reale.