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La filosofia morale di Ludwik Lejzer Zamenhof
per il nuovo millennio
di federico gobbo

















Introduzione

Tempi bui dopo l'11 Settembre: intolleranze, fondamentalismi, kamikaze, terrori, stato di guerra permanente. Queste le notizie che ci forniscono i vecchi mass-media (televisione in testa, ma anche i giornali a grande tiratura). E per 'tirarci su' voilà, meteo e gossip, reality show e cronache sportive. Panem et circenses, dicevano i nostri avi, pane e giochi circensi, l'imperativo è tenere a bada le masse; ben poco sembra cambiato.

La strategia è arcinota: 'noi vs. loro', noi (i buoni, i detentori esclusivi del Bene) contro loro (i malvagi, vòlti al Male). Come funziona? Sull'ignoranza dell'Altro, sulla mancanza di un terreno comune di dialogo, necessario per l'incontro degli uni con gli altri, e quindi del rispetto delle differenze (io non sono come te ma rispetto quello che sei finché non limita quello che sono io, e viceversa).

Come uscirne? Con la filosofia morale, intendendo il termine secondo la nostra illustre tradizione italiana, cioè l'universo di valori e norme che guidano il nostro agire, come individui e come membri di collettività, a piú livelli, dunque, specificamente etico, ma anche politico. Nello stile che contraddistingue Erewhon, proponiamo qui un pensatore poco noto in assoluto: Ludwik Lejzer Zamenhof. Questi è per di piú conosciuto, quando lo è, per quella bizzarra creatura linguistica che ha fatto nascere e che a un certo punto ha lasciato andare per la sua strada: l'esperanto. Creatura, che era solo una parte di un progetto filosofico ed ideale molto piú vasto: lo Homaranismo.


L' humus culturale di Zamenhof

Ludwik Lejzer Zamenhof -- come si evince dal doppio nome, ebreo askenazita, cioè mitteleuropeo -- nasce nel 1859 a Białystok, città di provincia dell'impero zarista, contesa dalla Prussia (ora Polonia). L'agiografia narra che, essendo la città divisa in quattro gruppi etnici, vale a dire polacchi, russi, tedeschi, e askenaziti, il giovane Zamenhof cercasse una maniera di far comunicare questi gruppi, divisi dal 'noi vs. loro', e si inventò una lingua comune, che diede luce all'esperanto. Come tutte le agiografie, questa visione celeste dimentica il lato terreno, troppo umano forse, ma indispensabile, perché una mezza verità non diventi una bugia intera.

Białystok era un centro tessile importante a quel tempo, e nel censimento del 1860, l'anno dopo la nascita di Ludwik, gli ebrei erano 11.288, il 68,2% della popolazione: nel 1895 saranno piú di quarantasettemila, il che fa cadere la tesi della città 'divisa in quattro': finché il giovane Zamenhof abitò a Bialystok, circa tre abitanti su quattro erano ebrei. Alla scuola elementare e con la madre, donna pia e credente, Lejzer parla yiddish, lingua materna degli askenaziti, scaturita da una matrice ebreo-germanica ma con forti influssi slavi, specie nella variante nord-est (detta 'litvak'). Con il padre, Markus, ateo, professore di tedesco, e consigliere dell'impero zarista per la censura, parla russo. L'una segregazionista, l'altro assimilazionista: conciliare i due modi opposti di vivere l'ebraicità dei suoi genitori sarà lo scopo recondito di tutta la vita di Ludwik Lejzer. Oltre allo studio tradizionale ebraico del Talmud e della Torà, il giovane Zamenhof viene presto a contatto con la Haskalà (da sekel, 'intelligenza'; tradotto di solito con 'illuminismo ebraico'), che avrà un fortissimo influsso sulla sua vicenda morale e umana.
La Haskalà è un movimento di rinnovamento dell'ebraismo sorto alla fine del Settecento in Germania, i cui esponenti, i maskilim ('pensatori illuministi'), erano ispirati dalla filosofia francese, inglese e tedesca. Figura centrale della Haskalà fu Moses Mendelssohn (Moses ben Menahem-Mendel), amico di Immanuel Kant e di Gotthold Ephraim Lessing, con i quali condivide gli ideali di tolleranza illuministico-massonici (Lessing era entrato nella massoneria nel 1771). Nel mondo ebraico, tolleranza significa scostarsi dal fanatismo, dalla superstizione, dallo chassidismo, desacralizzare lo studio della Bibbia e del Talmud.

Fondamentale era la questione della lingua: quale doveva essere la lingua comune degli ebrei? Per la Haskalà non c'erano dubbi: l'ebraico. E cosí gli ebrei illuministi provarono a far rivivere l'ebraico per gli usi quotidiani e moderni. Ma poiché, per modernizzare l'ebraico, i maskilim si rivolsero come fonte solo alla Bibbia (invece di integrare con il lessico del piú flessibile ebraico mishnico), il tentativo rimase goffo e artificioso, e fallí (ne parla Claude Hagège nel suo recente Morte e rinascita delle lingue, Feltrinelli, pp. 206-7). Questo fallimento storico -- ma la storia dell'ebraico moderno dimostrerà piú avanti che il metodo era sbagliato ma il principio era giusto -- convinse Zamenhof che la via illuministica-massonica per l'ebraismo non passava attraverso la lingua ebraica, ma altrove.
Nel 1878, giorno del suo diciannovesimo compleanno, Ludwik canta insieme ai compagni di classe un inno scritto nel suo primo progetto di lingua internazionale, Lingwe Universala. Suo padre, Markus, preoccupato per le idee del figlio troppo rivoluzionarie per essere divulgate, gli fa promettere di non occuparsi piú della questione finché non si fosse laureato in medicina, una delle poche professioni concesse agli ebrei in quel periodo. Per questo Lejzer va a studiare a Mosca, e il padre in cambio gli promette di conservare i manoscritti del progetto; invece, li bruciò. Ma la furia linguistica del giovane non poteva essere arrestata cosí facilmente: negli anni vissuti a Mosca (1879-1881), a contatto con i circoli culturali (pre)sionistici, lo studente rivolse la sua attenzione allo yiddish, perché divenisse la lingua comune di tutti gli ebrei. Nel 1881 termina la prima grammatica della storia di yiddish (pubblicata solo nel 1909), proponendo una riforma ortografica che permetteva di scrivere la lingua in caratteri latini (v. bibliografia). Questo lavoro influenzerà profondamente la struttura di quello che sarà poi l'esperanto, che può essere visto come una specie di grammatica yiddish con innestato il lessico sefardita, mediterraneo, in particolare francese e latino.

Nel 1881, a seguito dei terribili pogrom in Ucrainia, il giovane Zamenhof si reca a Varsavia e fonda il primo circolo sionista della città, Chibat Zion (Amanti di Sion). In quel tempo il sionismo era un movimento prevalentemente intellettuale e Zamenhof era per l'opzione americana: cosí come avevano fatto i mormoni comprando lo Utah, dovevano fare gli ebrei, ovvero comprare le terre di uno Stato degli Usa e installarvisi, perché la Palestina non sarebbe riuscita a ospitare tutti gli ebrei in diaspora nemmeno se la Palestina fosse stata disabitata (lo stato attuale della martoriata terra di Palestina e la forte presenza ebraica in Usa, oggi, dopo la Shoà, dovrebbero far riflettere sull'opzione americana). Cosí concludeva il suo saggio sionista fondamentale, intitolato Che fare?, apparso sulla rivista russa Razsvet nel 1882:

«Arrivederci, popolo mio, nelle nostre capanne sulle libere rive del Mississippi!»

Ma l'opzione americana non ebbe successo, e Zamenhof cede alle critiche nello stesso anno, con un articolo dal titolo Sotto una bandiera comune!:

« Cediamo, fratelli -- combattenti per l'America, perché possiamo farlo; non disperdiamo le forze, sia unità nelle aspirazioni e azioni del popolo! »

Nel 1885 Zamenhof si trasferí nella tranquilla cittadina di Veisiejai (Lituania, vicino a Grodno), dove iniziò a praticare la professione di medico oculista. Dalla caduta dell'opzione americana, iniziarono a insidiarsi i primi coloni in Israele.

Nel 1897 Theodor Herzl diede inizio alla fondazione dello Stato d'Israele con il notissimo congresso di Basilea, e, grazie alla filantropia di Edmond de Rothshild, in quell'anno c'erano già ventidue colonie. Ma proprio quando il sionismo prendeva corpo, e la questione della lingua ebraica volgeva verso il revival proposto da Elizer Ben-Yehuda, Zamenhof scelse di non partecipare a quello storico congresso, abbandonò il movimento sionista e rivolse la sua attenzione altrove.


Lo Hillelismo, il nucleo della filosofia morale di Zamenhof

Che cos'è l'ebraismo? Perché gli ebrei soffrono da millenni? Erano queste le domande che percorrevano gli intellettuali askenaziti dopo i pogrom in Ucraina del 1881. In particolare, all'interno del circolo Chibat Zion, le risposte furono molto diverse. Akh ad-Haam, scrittore dell'epoca, vedeva l'essenza dell'ebraicità nella 'morale nazionale', che esiste anche fuori dalla religione; David Neumark rispose: 'nel monoteismo'; Shimon Bernfeld disse: 'nella morale nazionale'; Berdichevski e Shaj Ish Hurvich, negarono l'esistenza di una qualsiasi essenza. Zamenhof non rispose che molto dopo, nel 1905, in una lettera all'amico Javal:

« La vera essenza del popolo ebraico è l'idea religiosa di un solo Dio non pensato a fondo per l'intera umanità. Per questa idea Mosè creò il popolo ebraico, per questa gli ebrei hanno sofferto nel corso dei millenni, per questa vivono in eterno, nonostante tutti gli altri popoli contemporanei a loro sono morti. La perfezione di questa idea di conseguenza è la missione del tutto naturale degli ebrei e la loro raison d'être [in francese nell'originale esperanto, NdT]. »

La risposta di Zamenhof è dunque simile a quella di David Neumark: il monoteismo. E nel Talmud Zamenhof individua in Hillel l'essenza piú vera del monoteismo (Shabbat, p. 31a). Hillel era un saggio contemporaneo di Gesú, presidente del sinedrio, e morí circa dieci anni dopo di lui. Per comprendere la figura di Hillel, viene narrata la seguente storiella. Un giorno un idolatra sfidò Hillel dicendo: 'mi convertirò se tu mi insegnerai tutta la religione nel tempo che io riesco a stare in piedi su un piede solo.' Hillel lo colpí col bastone, e gli disse: 'ciò che non ti aggrada, non farlo ad altri. Ecco tutta la religione, il resto è commentario.' L'essenza del monoteismo, per Hillel, è dunque l'amore verso l'essere umano, prima ancora che verso Dio. Zamenhof riconosce dunque un primato dell'ortoprassi, il retto agire, sull'ortodossia, il retto credere. Ed è questo il fondamento della brochure scritta in russo nel 1897 sotto lo pseudonimo 'Homo Sum' in poche copie date di persona dall'autore 'a un piccolo numero di ebrei intelligenti', con le parole dell'autore. Il titolo era: Hillelismo - Progetto per la soluzione della questione ebraica. Avrà il visto della censura e la pubblicazione solo il 29 Gennaio 1901, anno della pubblicazione ufficiale del progetto.
È dunque nel contesto di un profondo rinnovamento dell'ebraicità che si colloca il percorso di Zamenhof, intellettuale e umano: il superamento delle barriere linguistiche era dunque uno strumento, importante, ma parte di qualcosa di piú vasto. E va aggiunto che questo percorso si pone nella scia della Haskalà, cioè di una secolarizzazione, che nel mondo ebraico significa opposizione al fanatismo, alla superstizione, e allo chassidismo. La parabola dei tre anelli in Nathan il Saggio, il capolavoro di Lessing -- a sua volta ispirata alla terza novella della prima giornata del Decamerone di Boccaccio -- dà una buona presentazione del punto di vista dei maskilim sulla religione.

Quando Saladino, musulmano (il nome, Salah ad-Din, significa 'integrità della religione'), chiede quale delle tre religioni del libro (ebraismo, cristianesimo, islam) sia quella veritiera, Nathan risponde narrando la parabola dei tre anelli. Un uomo aveva tre figli. Alla sua morte, lascia in eredità tre anelli, uno per ogni figlio, ma solo uno è autentico, quello che indica il figlio prediletto da Dio, gli altri sono copie. Ognuno dei tre figli pretende di avere quello autentico e questo induce i tre fratelli a odiarsi l'un l'altro. Per appianare i contrasti, i fratelli si rivolgono a un giudice, il quale sentenzia che ciascuno degli anelli è vero, perché, stanco della tirannia dell'unico anello, non voleva umiliarne alcuno, e voleva amare tutti e tre i figli alla pari. Il giudice congeda i figli dicendo di fare lo stesso loro con i figli che a loro volta avranno. I tre figli rappresentano le tre religioni del libro, dando le basi per la tolleranza illuministico-religiosa della Haskalà. Zamenhof, lo vedremo, sposerà appieno la linea tracciata da Lessing, sul quale Hannah Arendt, il 28 settembre 1959, spese queste belle parole:

« Lessing aveva delle opinioni ben poco ortodosse sulla verità. Rifiutava di accettare una verità quale che sia, fosse anche quella fornitagli dalla Provvidenza... [Ma] la grandezza di Lessing non consiste soltanto nell'intuizione teorica che non può esserci una verità unica nel mondo umano, ma nella sua gioia per il fatto che non ne esista nessuna e che quindi il dialogo infinito degli uomini tra loro possa continuare incessantemente finché esisteranno gli uomini. »


Le alterne fortune dell'esperanto

Il 1887 è l'anno di pubblicazione dell'esperanto: a Varsavia esce il primo libro della lingvo internacia, la lingua internazionale, che prenderà il nome 'esperanto' da 'Doktoro Esperanto', uno dei numerosi pseudonimi di Zamenhof, solo nel 1890, per distinguerla dalle lingue internazionali inventate che venivano proposte in quel periodo.

In quel periodo di forti innovazione tecnologica (a fine Ottocento nascono il telegrafo e la radio) la necessità di una lingua internazionale pianificata era ben sentita dall' intellettualità europea. La prima effettivamente usata, nello scritto e nel parlato, fu il volapük, inventata dal pastore tedesco Schleyer, che la riteneva ispirata da Dio stesso. Gloria effimera, quella del volapük, che collò sotto l'autocrazia e la possessività del suo autore. Attento a questa vicenda, Zamenhof si guardò bene dal legare l'esperanto alla propria persona e alle proprie idee filosofiche e religiose. Rinunciò dunque a qualsiasi diritto d'autore sulla lingua -- qualcuno parla di una sorta di copyleft ante litteram -- e tenne sempre un atteggiamento di ascolto attento a eventuali miglioramenti della grammatica. Ma ben presto Zamenhof si accorse che un qualsiasi cambiamento strutturale della lingua poteva essere interpretato come un miglioramento o un peggioramento a seconda dei punti di vista: perciò, contro la sua volontà, nel 1894 ci fu un referendum tra gli abbonati della prima rivista, La Esperantisto, a proposito delle riforme della lingua, che si risolse per un mantenimento della forma originaria (157 voti contro 107). E per fortuna, perché una lingua, per quanto inventata, quando inizia ad essere usata, entra nella sua "vita semiologica" (F. De Saussure), e si sottopone alle leggi evolutive di tutte le lingue: alcuni usi diventano arcaismi e poi decadono, alcuni neologismi prendono piede, altri si perdono, etc. L'esperanto non fa eccezione. Passato questo test fondamentale, Zamenhof riprende a lavorare sulla sua filosofia morale, come detto sopra, prima in una pubblicazione privata agli amici (1897), poi pubblicandone i dogmi fondamentali (1901), sotto la firma 'primo circolo hillelista'.

Fino al 1901, dunque, lo Hillelismo rimane un piano segreto di Zamenhof, che con ogni probabilità non voleva che il suo progetto religioso e filosofico ostacolasse il nascente movimento esperantista. Che l'autore fosse Zamenhof non v'è dubbio alcuno, perché ne parlò esplicitamente in una nota lettera a Kofman. Che il progetto filosofico morale del fondatore fosse piú importante di quello linguistico, anche in questo caso non v'è dubbio alcuno. Con le parole di Zamenhof stesso, nella lettera del 21 febbraio 1905 a Micheaux:

« Dalla piú tenera infanzia mi sono dedicato anima e corpo a una sola idea, a un solo sogno ad occhi aperti -- il sogno dell' unificazione dell'umanità. Questa idea è l'essenza e lo scopo della mia vita intera, la faccenda dell'Esperanto è solo una parte di questa idea -- su tutta l'altra parte non ho cessato di pensare e sognare a occhi aperti; e presto o tardi... Quando l'esperanto non avrà piú bisogno di me, farò il passo decisivo verso un piano solo, per il quale mi sto preparando già da tempo... Questo piano (che ho chiamato Hillelismo) consiste nella creazione di un ponte morale, mediante il quale si possano unire fraternamente tutti i popoli e tutte le religioni... »

Pochi mesi dopo questa lettera ebbe luogo il primo, solenne, congresso internazionale esperantista, a Boulogne-sur-Mer (Francia), dove presero parte tra gli altri anche il Ministro della Pubblica Istruzione francese, il sindaco di Parigi, e diversi scienziati famosi. Nel corso della commossa conferenza, Zamenhof recitò la seguente preghiera, il cui valore morale è del tutto evidente (la traduzione, in corsivo, non è in poesia, perché non sono un poeta):

Preĝo sub la verda standardo

Al Vi, ho potenca senkorpa mistero,
Fortego, la mondon reganta,
Al Vi, granda fonto de l' amo kaj vero
Kaj fonto de vivo konstanta,
Al Vi, kiun ĉiuj malsame prezentas,
Sed ĉiuj egale en koro Vin sentas,
Al Vi, kiu kreas, al Vi, kiu reĝas,
Hodiaŭ ni preĝas.

Al Vi ni ne venas kun kredo nacia,
Kun dogmoj de blinda fervoro:
Silentas nun ĉiu disput' religia
Kaj regas nur kredo de koro.
Kun ĝi, kiu estas ĉe ĉiuj egala,
Kun ĝi, la plej vera, sen trudo batala,
Ni staras nun, filoj de l' tuta homaro
Ĉe via altaro.

Homaron Vi kreis perfekte kaj bele,
Sed ĝi sin dividis batale;
Popolo popolon atakas kruele,
Frat' fraton atakas sakale.
Ho, kiu ajn estas Vi, forto mistera,
Auskultu la voĉon de l' preĝo sincera,
Redonu la pacon al la infanaro
De l' granda homaro!

Ni ĵuris labori, ni ĵuris batali,
Por reunuigi l' homaron.
Subtenu nin, Forto, ne lasu nin fali,
Sed lasu nin venki la baron;
Donacu Vin benon al nia laboro,
Donacu Vin forton al nia fervoro,
Ke ĉiam ni kontraŭ atakoj sovaĝaj
Nin tenu kuraĝaj.

La verdan standardon tre alte ni tenos;
Ĝi signas la bonon kaj belon.
La Forto mistera de l' mondo nin benos,
Kaj nian atingos ni celon.
Ni inter popoloj la murojn detruos,
Kaj ili ekkrakos kaj ili ekbruos,
Kaj falos por ĉiam, kaj amo kaj vero
Ekregos sur tero.

Kuniĝu la fratoj, plektiĝu la manoj,
Antaŭen kun pacaj armiloj!
Kristanoj, hebreoj au mahometanoj
Ni ĉiuj de Di' estas filoj.
Ni ĉiam memoru pri bon' de l' homaro,
Kaj malgraŭ malhelpoj, sen halto kaj staro
Al frata la celo ni iru obstine,
   Antauen, senfine!

Preghiera sotto la bandiera verde

A Te, o potente incorporeo mistero,
Grande Forza, che reggi il mondo,
A Te, grande fonte di amore e di verità,
E fonte di vita sempiterna,
A Te, che tutti presentano diversamente,
Ma tutti uguali nel cuore tu senti,
A Te, che crei, a Te, che regni,
Oggi noi preghiamo.

A Te noi non veniamo con un credo nazionale,
Con dogmi di cieco fervore:
Tacciano ora tutte le dispute religiose
E regga solo il credo del cuore.
Con esso, che è in tutti uguale,
Con esso, il piú vero, senza forzature violente,
Stiamo ritti noi, figli di tutta l'umanità
Davanti al Tuo altare.

L'umanità Tu creasti con perfezione e bellezza,
Ma si è divisa violentemente;
Un popolo attacca l'altro con crudeltà,
Un fratello attacca l'altro come uno sciacallo.
Oh, chiunque Tu sia, forza misteriosa,
Ascolta la voce della preghiera sincera,
Ridai la pace all'infanzia
Della grande umanità!

Giurammo di lavorare, giurammo di dare battaglia,
Per riunire l'umanità.
Sostienici, Forza, non lasciarci cadere,
Ma lasciaci vincere le barriere;
Donaci la Tua benedizione al nostro lavoro,
Donaci la Tua forza al nostro fervore,
Che sempre contro gli attacchi selvaggi
Noi ci sosteniamo con coraggio.

La verda bandiera molto alta teniamo;
Ci segna il bene e il bello.
La Forza misteriosa del mondo ci benedice,
E raggiungeremo il nostro fine.
Tra i popoli i muri abbatteremo,
E questi cominceranno a creparsi rumorosamente
E cadranno per sempre, e l'amore e la verità
Inizieranno a reggere la terra.

Si riuniscano i fratelli, si stringano le mani,
Avanti con le armi di pace!
Cristiani, ebrei e musulmani
Noi tutti di Dio siamo figli.
Noi sempre ci ricordiamo della bontà dell'umanità E malgrado difficoltà, senza fermarci, ritti in piedi
Al nostro fine affratellante noi andiamo con ostinazione
   Avanti, senza fine!

Lo slancio mistico è notevole e l'afflato genuinamente ecumenico è di gran lunga in anticipo sui tempi e ancor oggi attualissimo.

L'ultima strofa, in particolare, che non può non ricordare la parabola dei tre anelli di Lessing, non fu pronunciata da Zamenhof su insistenza dei suoi amici: la Francia del 1905 era nel pieno di un'ondata di antisemitismo, alimentato dall'affaire Dreyfus. Anche nella prima raccolta di letteratura fondamentale in esperanto, la Fundamenta Krestomatio, quella strifa non compare. Non fu riprodotta a stampa per molto tempo, se non in riviste minori. Quindi l'esperantismo nasce con un'ideologia paradossale, a metà, per cosí dire: la lingua è libera, può essere usata per qualsiasi fine, ma veicola una 'idea interna', interna ideo, sfumata e debole. Lo dirà Zamenhof stesso dirà, a Cracovia, nel 1912, nel corso del discorso tenuto all'ottavo congresso internazionale esperantista, l'ultimo discorso, prima di ritirarsi a vita privata:

« Cos'è l'essenza dell'idea esperantistica e a quale tipo di futuro condurrà un giorno l'umanità la comprensione reciproca sulla base di un fondamento a-nazionale, neutralmente umano, -- questo noi tutti lo sentiamo molto bene, anche se non tutti nella stessa forma e grado. Che noi possiamo dare allora pieno sostegno a quel sentore, silenzioso ma solenne e profondo, e non profaniamolo per mezzo di sottigliezze teoriche. »

L'idea interna dell'esperanto doveva essere il primo passo verso lo Hillelismo, per Zamenhof. Che per far sopravvivere la propria creatura e lasciare che andasse per la sua strada, la lasciò libera per qualsiasi uso: cosí l'esperantismo, ancor oggi dopo cento anni esatti dal suo rilascio, è incastrato in un paradosso irrisolvibile: l'esperanto è libero per ogni uso ma è volto a stabilire una fratellanza umana, in cui ciascuno si presenta come Homo sum.


Dallo Hillelismo allo Homaranismo

Quando lo Hillelismo diventò pubblico, non tardò a suscitare reazioni indignate da parte degli esperantisti cattolici: padre Dombrovski e De Beaufront, influente esperantista del tempo, gli scrivono due lettere a questo proposito, alle quali Zamenhof risponde pubblicamente nel 1906. In queste viene chiarito che non era intenzione di Zamenhof mettere Hillel in un piedistallo superiore a quello di Gesú, né fondare una religione in concorrenza, ma al contrario creare un ponte tra le religioni, una meta-religione, che per un accidente storico, per cosí dire, è stata espressa pienamente da Hillel: un senso religioso iscritto nel cuore di ogni uomo, e, portato alla coscienza, dev'essere praticato nella vita quoditiana. In termini filosofici, Zamehof postula un primato dell'ortoprassi sull'ortodossia, con una vena sorprendente di pragmatismo. Cosí risponde a padre Dombrovski:

« Tu dici, che questa idea l'hanno già espressa prima di noi tutti i veri uomini di religione, gli umanisti, i liberi massoni, etc... Sí, ma la differenza tra loro e noi è questa, che loro parlano e sognano ad occhi aperti della fratellanza dell'umanità e noi intendiamo renderla effettiva in pratica; qualsiasi vero uomo di religione, umanista o libero massone, che dal gruppo di coloro che parlano e sognano passa al gruppo di coloro che agiscono, si fa per questo 'homarano' [seguace dello Homaranismo, NdA]. »

Già Immanuel Kant, ne La religione nei limiti della semplice ragione, aveva affermato con chiarezza che la religione non può che portare alla relativizzazione delle singole realtà religiose. E Zamenhof, dopo queste due lettere, se ne rese conto: nel 1906 pubblica una brochure in russo e in esperanto, anonima, intitolata Homaranismo, in cui descrive il salto dallo Hillelismo allo Homaranismo:

« L'idea dello Homaranismo nacque dall'idea già esistente dello 'Hillelismo', dal quale si distingue solo per il fatto che, mentre lo Hillelismo riguarda uno solo gruppo umano [gli ebrei, NdA], lo Homaranismo riguarda tutti i popoli e le religioni. »

Ecco avvenuto il salto dalla riforma monoteisto-illuministica dell'ebraismo, che costituisce il nucleo dello Hillelismo, alla meta-religione dello Homaranismo (in esperanto, letteralmente: 'filosofia, -ismo dei promotori, fautori dell'umanità'). Cosí come l'esperanto era nato come lingua ponte per riunire gli ebrei ed è stato donato all'umanità intera, cosí anche la filosofia morale di Ludwik Lejzer Zamenhof.


Conclusioni

È singolare come Ben-Yehuda e Zamenhof abbiano condiviso lo stesso nome premonitore, Lazzaro (Elizer o Lejzer sono solo due varianti) e abbiano inventato due lingue con destini profondamente diversi: l'ebraico moderno del primo ha vinto la guerra delle lingue nel nascente Stato d'Israele ed è diventata lingua ufficiale, l'esperanto al contrario si è dovuto slegare dalla matrice profonda ebraica per poter sopravvivere due guerre mondiale ed essere usato ancor oggi, anche senza uno spazio linguistico proprio. Zamenhof, come abbiamo visto si sentí profondamente ebreo sempre, anche se svincolato dal destino della sua gente. Ne è la riprova il fatto, invitato nel 1914 al congresso degli ebrei esperantisti, declinò con queste parole:

« Devo io stesso purtroppo mettermi da parte rispetto a questa questione, perché, secondo le mie convinzioni, io sono un 'homarano', e non posso legarmi con i fini e gli ideali di una gens particolare o di una religione. Io sono profondamente convinto, che ogni nazionalismo presenta per l'umanità solo la massima infelicità, e che il fine di ogni uomo dovrebbe essere: creare un'umanità in armonia. È vero, che il nazionalismo delle genti oppresse -- come reazione di autodifesa naturale -- è molto piú perdonabile, rispetto al nazionalismo delle genti che opprimono; ma, se il nazionalismo dei forti è ignobile, il nazionalismo dei deboli è imprudente; entrambi nascono e si sostengono l'un l'altro, e causano un circolo vizioso di infelicità, da cui l'umanità non potrà mai uscire, se ciascuno di noi non offra l'amore che ha per il proprio gruppo e non penerà a farlo stare in piedi su un terreno totalmente neutrale. »

La prima guerra mondiale è alle porte. Zamenhof non le sopravvive, morirà nel 1917, ritiratosi a vita privata, dopo aver pubblicato nel 1913 la versione definitiva dello Homaranismo, questa volta senza pseudonimo, e nemmeno celato dietro l'anonimato.

Lo Homaranismo rimane, insieme all'esperanto, l'eredità di Zamenhof all'umanità, un'eredità ancor oggi validissima. Presentiamo dunque i dogmi dello Homaranismo per la prima volta nell'originale esperanto con testo a fronte in italiano, in un formato adatto alla stampa, per stimolarne la lettura e la riflessione dei lettori piú volenterosi.

Se qualcuno trovasse delle risonanze tra questo testo e le idee della libera massoneria, sarà difficile dargli torto: si noti che tra le mille radici del dizionario originale pubblicato nel primo libro di esperanto, vale a dire nella raccolta delle idee fondamentali per esprimersi in lingua, ce ne sono due molto massoniche: framasono (libero massone) e loĝio (loggia). Questo non pregiudica, a parere di chi scrive, né la bontà dell'esperanto né della filosofia morale di Zamenhof nella sua forma piú compiuta, vale a dire lo Homaranismo.

Diceva Schopenhauer: tutte le nuove grandi idee passano attraverso tre stadi: il primo è il ridicolo; il secondo è l'opposizione violenta; il terzo e ultimo è l'accettazione, come se quelle idee fossero sempre state 'autoevidenti'. Leggendo i principi dello Homaranismo, sta a noi decidere se rifugiarsi nel ridicolo, volgersi alla violenza, o accettare l'evidenza.

Deklaracio pri Homaranismo / Dichiarazione sullo Homaranismo

Nota bibliografia

La maggior parte delle citazioni di L.L. Zamenhof sono tratte da:

L.L. Zamenhof (1929), Originala Verkaro , a cura di J. Dietterle. Ferdinand Hirt & Sohn: Lepzig.

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Casa natale di Zamenhof a Bialystok


 

 

 

 

 

 

 



Moses Mendelssohn
(Moses ben Menahem-Mendel)


 

 

 

 

 



Un giovane Lejzer al ginnasio
(il secondo da sinistra)







Rara foto di Zamenhof giovane,
1875






 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gotthold Ephraim Lessing

 

Copertina dell'opera di Lessing Nathan Der Weise in esperanto, Leipzig 1929

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'autore del volapük, Schleyer

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il congresso esperantista
a Boulogne-sur-Mer, 1905

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il fondamento dell'esperanto,
settima edizione, Parigi 1928

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L. L. Zamenhof con il figlio primogenito
Adam, 1911