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Naturalezza del narratore
di marco maggi

















In questo tempo di non controllate oscillazioni tra culti regressivi della Natura, e opposte esecrazioni dei suoi "misfatti", quando essa è causa di tragedie, leggere Mario Rigoni Stern può aiutare a ristabilire la rotta. È da poco uscita (2004) per Einaudi una nuova raccolta di racconti (alcuni già editi in altre sedi), intitolata, come uno di essi, Aspettando l'alba. Il titolo suggerisce uno stile, di vita, prima di tutto, ma anche di scrittura, che in questi racconti raggiunge vertici di rara purezza.

La narrativa di Rigoni Stern, e questo volumetto in particolare, è attraversata da un'istanza paolina, per la quale non solo l'uomo, ma la natura tutta 'geme' in attesa di un'alba; quando questa si manifesta, anche solo in un tremulo bagliore, gli animali, le piante, la terra stessa, appaiono trasfigurati, propriamente umanizzati, come l'eroica mula Brenta di uno di questi racconti, o il «cane che vidi piangere» di un altro ancora. La natura di Mario Rigoni Stern attende che sia la mano dell'uomo a condurla verso ciò cui essa inconsapevolmente anela; nel contempo, in quel gesto l'uomo ritrova se stesso, il radicamento nella natura che lo riavvicina ai suoi simili. Dal Sergente nella neve (1953) a quest'ultima raccolta, Rigoni Stern è il narratore di tale umana 'naturalezza'.

È nella memoria di tutti il passo del Sergente in cui, sfinito dalla fame, il protagonista bussa a un'isba, che scopre, 'impietrito', già occupata dal nemico. Una donna della casa si alza, riempie un piatto di zuppa e glielo porge. Egli mangia, in piedi, il fucile in spalla. Nessuno, nell'isba, si muove. In quel tempo sospeso e in quel silenzio irreale, a tutti appare, con 'naturalezza', la comune appartenenza all'umanità:

Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev'esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell'isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un'armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l'uno per l'altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini.[1]

Il racconto di quei gesti di 'naturalezza' procede, à rebours, nella Storia di Tönle (1978), anch'egli dubbioso circa l'astratta insignificanza delle frontiere: «Insomma se l'aria era libera e l'acqua era libera doveva essere libera anche la terra» (Storia di Tönle, Torino, Einaudi, 1978; ora in Storie dell'Altipiano, cit., p. 59). Rivive qui la tradizione dell'humanitas, dall'amato Dante («Nos autem, cui mundus est patria velut piscibus equor», De vulg. eloq., I 6, 4) al Tasso («Né geometra i lunghi spazi ed ampi / Divise lor [a' vaghi pesci]», Mondo creato, V, vv. 466-467). È la 'fede' che, intatta, anima ancora i racconti di Aspettando l'alba, una «fede in qualcosa che vale per tutti, che sta di là della luce del giorno» [2].

Come a María Zambrano, la filosofa dell'aurora (si vedano, su ciò, gli splendidi Luoghi della pittura, ora parzialmente tradotti per le edizioni medusa), quella luce che sta di là da quella del giorno appare a Rigoni Stern nella pittura. Si vedano, in Aspettando l'alba, le splendide pagine della Lettera a Jacopo (da Bassano) che chiude il volumetto, appena prima della fulminea meditazione finale della Cronaca del black-out (ma, anche qui, una 'lucedentro' infine s'accende): «In tutti o quasi tutti i tuoi dipinti c'è la luce della creazione, dell'alba sopra le montagne. Non c'è il sole radioso, ma quella luce che fa fremere il creato e lo fa nascere dal buio» [3]. È la luce aurorale, umile e trionfante, che emana, sin dal Sergente nella neve, dalla scrittura di Mario Rigoni Stern. Si è parlato, per essa, di 'castità', ma è forse più opportuno definirla 'naturalezza'; come in Jacopo da Bassano, essa è raggiunta attraverso una costante tensione verso l'essenziale:


A darti lavoro bastano un parroco di montagna, un podestà di provincia, o un mercante, e quello che vuoi dire lo esprimi perché hai capito che sono poche le cose che dànno un senso alla vita.
[4]


Di questa tensione, e della luce purissima che da essa emana, è testimonianza l'intera opera di Mario Rigoni Stern, e questi racconti, che di essa rappresentano una tra le più alte riuscite.





Mario Rigoni Stern
Aspettando l'alba e altri racconti
Torino, Einaudi, 2004