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Intervista a Sean Moore
de
i Manic Street Preachers
di michele primi















 

Quando presentano un nuovo album, i Manic Street Preachers mandano in giro la lista dei libri che hanno letto, dei film che hanno visto e dei cd che hanno ascoltato, tanto per mettere le cose in chiaro. Per l'ultimo Lifeblood, hanno letto Richard Nixon, Carole Ann Duffy e Oscar Neiyemer e hanno ascoltato New Order, The Killers, Interpol, e gli U2 di Unforgettable Fire , ma anche Jamelia, Scissor Sisters e Abba. Ne è venuto fuori un album melodico, con un suono pop un po' vintage, poca chitarra e tanta atmosfera malinconica. Canzoni potenti, anthems come li chiamano in Inghilterra, un primo singolo che parla di Richard Nixon e come sempre tanti significati nascosti dietro ogni parola.
Questo è quello che ci ha raccontato il batterista della band, Sean Moore.

Avete sempre detto: vogliamo fare una musica che possa competere con la nostra collezione di dischi. Ci siete riusciti con Lifeblood?

«Credo di sì. Per Lifeblood abbiamo registrato 27 canzoni in due anni e ne abbiamo scelte 12. Siamo molto contenti di questo suono un po' pop che abbiamo creato con Greg Haver, che conoscevamo per il lavoro con i Goldfrapp. Non è molto rock, ma è il suono che ci rappresenta meglio in questo momento. Per noi è sempre stato così: facciamo musica soprattutto per accontentare noi stessi. E siamo sempre in cerca dell'album perfetto. Ci siamo andati vicino alcune volte. La prima canzone che abbiamo scritto è Fragments , che è anche il tema dell'album: frammenti della vita di tutti i giorni da rimettere insieme per dare un senso alle cose».

Siete partiti con l'idea di cambiare il mondo, adesso tornate alle piccole cose della vita che possono dare la felicità

«Perché alla fine sono le cose più importanti. Quando sei giovane e incazzato vuoi cambiare il mondo, ma comunque vivi delle piccole felicità di ogni giorno.
Intanto il mondo va avanti senza preoccuparsi di come la pensi tu, e tu perdi il contatto con queste piccole cose. Ma alla fine devi tornare a metterle al centro».

Quanto peso ha la scomparsa di Richey in questo?

«È come un'ombra che incombe su di noi da dieci anni, da cui cerchiamo continuamente di liberarci. Ma non è facile. Cerchiamo solo di chiudere delle porte e andare avanti. Tutto il resto è solo un'ossessione della stampa».

Quanto ha influito il fatto di venire dalla classe operaia nel vostro rapporto con la scena rock inglese?

«Ci ha fatto sentire sempre diversi. Guarda Chris Martin o i Blur. Loro vengono da una situazione agiata e non hanno mai avuto niente da perdere. Noi invece ogni giorno ci dovevamo conquistare qualcosa, e vedevamo poca speranza intorno. Questo ci ha fatto vedere tutto da una diversa prospettiva. Per questo non ci siamo mai sentiti parte del brit-pop. In quegli anni cercavamo soprattutto di essere consapevoli, informati, non di fare parte di una scena che alla fine non significava niente. Oggi nel rock c'è un crescente impegno sociale, ma noi non vogliamo fare propaganda. Noi diciamo: questo è quello che pensiamo, speriamo che anche altri la pensino così. Non siamo mai saltati sul treno in corsa, come molti hanno fatto fin dai tempi del Live Aid».

Seguite ancora le regole che vi siete dati quando eravate una sconosciuta band militante: niente donne, niente soldi, niente canzoni d'amore? Ci sono canzoni d'amore sul nuovo album?

«Nella vita ovviamente finisci per contraddirti, ma l'importante è tenere in mente la tua strada e imparare a fare i conti con la tua coscienza. Ci piace pensare che abbiamo seguito quelle regole, quindi mettiamola così: se c'è una canzone d'amore in Lifeblood, sicuramente è una canzone d'amore triste».

Alcuni anni fa avete suonato a Cuba. Cosa vi siete detti con Fidel Castro?

«Eravamo preoccupati che la musica rock potesse dargli fastidio. L'impianto era molto potente. Allora gli abbiamo consigliato di mettersi dei tappi nelle orecchie durante il concerto. Lui ci ha guardato ridendo e ci ha risposto: non vi preoccupate, ragazzi. Potete anche fare molto rumore, ma non sarete mai più rumorosi della guerra».

Credi che quel concerto abbia compromesso il vostro successo in America?

«Può essere. Ma se devo proprio essere sincero, non ce ne frega assolutamente niente».

 

 

 

Lifeblood, 2004