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Luciano Bianciardi: la missione dell'anarchico
di maurizio teroni

















A oltre quarant'anni dalla sua comparsa, La vita agra è ancora nelle in librerie. Luciano Bianciardi è invece una presenza rara e marginale nelle storie, enciclopedie, manuali di letteratura. Questo forse a confermare ancora quale stacco esista in Italia tra il mondo accademico e il mondo dei lettori. Due realtà parallele ma estranee. A ulteriore conferma, non solo della distanza di due culture, ma del settarismo a cui siamo, pare, irrimediabilmente destinati; per cui esistono diversi mondi con diversi linguaggi e prospettive, mondi incapaci di comprendersi. La cultura italiana, in quanto cultura, rappresenta un'elite, ma pare sia proprio una sua specifica tensione quella di farsi criptica, e in quanto criptica, paradossalmente, tanto più elevata, tanto più distante, tanto più isolata. In questo isolamento essa segna il proprio fallimento. È da qui non si smuove, scivolando, per naturale vocazione degli isolati, verso una sempre più evidente dimensione auto-referenziale.

La vita agra fu pubblicato nel 1962, in pieno del cosiddetto boom economico, di quello che fu definito da Giorgio Bocca “miracolo all'italiana”. Fu l'epoca di una ricchezza crescente, di cui ancora oggi godiamo i frutti:


sono i soldi che cominciano a circolare, magari sotto forma di cambiali. È l'aumento vertiginoso dei consumi, concentrato sull'utilitaria, il frigorifero, il televisore. Nelle città del Nord aprono i primi supermercati, identici a quelli che si vedono nei film americani. I rivenditori Fiat, pressati dalle richieste, impiegano sei mesi a consegnare una Seicento. Viene inaugurata l'Autostrada del Sole. L'espressione “week-end” entra nel linguaggio comune, i quotidiani commentano soddisfatti i primi “esodi estivi”. E la Chiesa controlla, con occhi preoccupati, le scompostezze del nuovo nato che i giornali chiamano “italiano medio”. [1]


Il romanzo, che ebbe da subito successo nelle vendite e favore dalle recensioni, è il racconto intimo e quotidiano di un uomo alle prese con la realtà pulsante di Milano, della città che certo meglio rappresentava la scalata economica. La narrazione si muove totalmente dal punto di vista di un io avviluppato su se stesso, il quale guarda un mondo che vorticosamente gli ruota attorno folle di produttività, spietato, rapido, ingoiante, e ogni parola è mossa da una rabbia umana, barricata necessariamente dietro un sano sarcasmo. Bianciardi racconta in maniera secca e ironica, senza cedimenti estetici, senza ammiccamenti al lettore. Ciò che dice ha la forza di una sincerità disarmante, un vera e propria tensione allo smascherarsi smascherando il reale.


Vi darò la narrativa integrale – ma la definizione, attenti, è provvisoria – dove il narratore è coinvolto nel suo narrare proprio in quanto narratore, e il lettore nel suo leggere in quanto lettore, e tutti e due coinvolti insieme in quanto uomini vivi e contribuenti e cittadini e congedati dell'esercito, insomma interi.
[2]


Il suo intento è esplicito: guardiamoci in faccia in quanto uomini, eliminiamo il più possibile le finzioni retoriche.

Ciò che Bianciardi fa è la cosa apparentemente più semplice: si racconta. Ma è “il come” lo fa e quanto riesce a scavare in se stesso che rende il suo libro unico, perché, leggendolo, ci rendiamo conto di trovarci davanti a parole che arrivano direttamente allo stomaco, dato che è da lì che partono. Ciò che lo caratterizza è infatti lo stile diretto e in qualche modo sporco, dominato da un ritmo incalzante. Ci conduce in un monologo ossessivo, raccontando di cose quotidiane, personali, ma suggerendoci qualcosa che è insieme intimo e universale. Tutto questo è raro nella letteratura italiana, essendo la nostra lingua letteraria dominata da un accademismo di marca rinascimentale, che ha reso tante opere sterili esercizi retorici.

Bianciardi aveva qualcosa da dire, qualcosa di tumultuoso e complesso, era la rabbia e il disagio che lo abitavano. La sua prospettiva non è quella dell'osservatore distaccato, ma quella di chi vi è totalmente coinvolto. La poetica del libro è costantemente e tenacemente la realtà nella sua presenza quotidiana, concreta, tanto da essere una dichiarazione documentata di ciò che accade [3], senza mai declinare in verità universali o invenzioni letterarie, non quindi come una fuga nell'immaginario, ma come uno scavare dentro al presente individuale e storico. Per questo l'ambientazione è Milano, il suo appartamento, le vie percorse, i bar, gli uffici; per questo mette così puntualmente in gioco se stesso, perché si tratta di una letteratura che vuole puntare il dito precisamente al “qui e ora”. Una letteratura di denuncia, volendo, che vuole farsi solidale al lettore ponendo un patto tacito di verità.

Avendo in progetto il suo romanzo, scriveva ad un amico:


Ho in animo di buttar giù una grossa pisciata in prima persona sulla avventura milanese, sul miracolo economico, sulla diseducazione sentimentale che è la nostra sorte d'oggi.
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La vita agra
è l'ultimo di una sorta di trilogia analitica sulla situazione culturale di quegli anni. I precedenti erano: Il lavoro culturale e L'integrazione . I tre libri seguono il percorso autobiografico di Bianciardi, nel passaggio da Grosseto a Milano. Certo, l'ultimo è quello che meglio coglie nel segno. Il progetto, maturato nei due libri precedenti, trova la struttura e il linguaggio più accattivanti. È qui che Bianciardi condensa la sua tensione, da un lato storiografica, dall'altro documentaristica, condita con l'urgenza della denuncia. Qui la denuncia parte direttamente dall' io e va a scagliarsi, seguendo un filo irragionevole, e per questo, dicevamo, di stomaco, contro tutto ciò che accade sotto i suoi occhi.

Egli racconta di essere arrivato a Milano per far saltare in aria la sede della Montecatini, per vendicare i quarantatre minatori morti nella miniera di Ribolla.


La missione mia […] era questa: far saltare tutti e quattro i palazzi e, in ipotesi secondaria, occuparli, sbattere fuori le circa duemila persone che ci lavoravano, e poi tenerli a disposizione di altra gente.
[5]

Il suo proposito non si realizza, ma questo non importa, trattandosi chiaramente di un atto simbolico. Atto che trova tuttavia realizzazione appunto in chiave simbolica, dal momento in cui viene dichiarato in letteratura, ovvero dal momento in cui la parola si fa presa di posizione verso il Sistema. In questo si concretizza la missione dell'anarchico: non nel menefreghismo qualunquista o nella resa apatica, ma nel porsi criticamente contro ciò che accade. L'obiettivo è scardinarne il meccanismo, rivelarne i tarli, le incongruenze, l'assurdo, con occhio amaro e sarcastico, ma non sconfitto, dal momento in cui il “No” non è né sterile né muto: è gridato.


Chi faccia tale scelta, giacché egli mina alle basi il neocapitalismo e il socialismo insieme, si prepari a vedersi contro tutta quanta la società.
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Certo, questa posizione, oggi, dopo il crollo dell'U.R.S.S., la svolta centrista di gran parte dei partiti, il dominio incontrollato e assoluto del Capitalismo, può apparire come una stereotipata ribellione. Si consideri tuttavia gli anni in cui questo libro è stato scritto: il Neorealismo, questa formula tanto usata quanto vaga, era ormai finito e, negli ambienti culturali di sinistra, si parlava di un nuovo realismo, intorno al quale gran parte degli scrittori più importanti avevano speso interventi e opinioni. Fino a pochi anni prima, vi erano vere e proprie direttive culturali da parte del P.C.I., e autori come Pasolini e Fellini erano visti come coloro che tradivano il progetto di una cultura socialista. Ma il neorealismo era definitivamente in crisi, e la posizione di molti intellettuali, che per un certo periodo era stata piuttosto concentrata e compatta, tendeva a più di una scissione. Casi esemplari furono le scelte editoriali dell'Einaudi (che si rifiutò di pubblicare Nietzsche, pubblicato poi da Adelphi) o la nascita della Feltrinelli (che pubblicò Pasternak e Tomasi di Lampedusa, entrambi rifiutati dalla Einaudi), la stessa Feltrinelli che si impegnò poi nella pubblicazione di buona parte degli scrittori del Gruppo 63, i quali segneranno una nuova epoca letteraria.

Bianciardi mantiene un'idea di letteratura ancora popolare e realistica. Lo scopo dell'intellettuale è ai suoi occhi quello di creare una coscienza politica, tracciare un ponte di unione tra proletari e uomini di cultura, di solidarietà tra due mondi, quindi di impegno civile.


Io mi chiedevo se ci fosse il modo di conoscerli, questi compagni di Tacconi Otello, di parlarci, superando la difficoltà dei dialetti, di allearsi con loro, perché senza questa alleanza, lo capivo, la missione mia non sarebbe mai andata in porto.
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La sua posizione politica non è tuttavia acritica nei confronti dei partiti di sinistra. Egli ne coglie i limiti e li segnala, mirando soprattutto alla disarmante burocrazia in cui si trovano intrappolati [8].
Parallelamente, egli è consapevole di quanto la sua tensione alla denuncia, in qualche modo di marca neorealista, sia fuori moda. «Il tuo tema, stando almeno a come me lo presenti, è sempre nel vecchio filone neorealista, e perciò superato» [9] gli fa notare il direttore di un giornale, il quale porta come esempio di realismo Senso di Visconti. Anche questo tuttavia non sfugge al sarcasmo di Bianciardi, dato che l'intellettuale, che esalta il passaggio al nuovo realismo, risulta aggrovigliato in una teoria nebulosa e sorda alla vera urgenza del reale, e cioè che i proletari sgobbano, muoiono e non capiscono Visconti. Insomma, ciò che ci viene suggerito è che un'epoca è finita e una nuova sta sorgendo, ma in questo passaggio il legame (che poteva forse essere esile, ma c'era) tra cultura e proletari, va lentamente dissolvendosi, fino a sparire. Mentre il consumismo dilaga, accecando tutti e travolgendo con la sua invasione anche la cultura, che si fa di massa, sì, ma nel senso più omertoso, sostituendo alla coscienza di classe l'abbaglio del “produci, consuma e”, ma come se non fosse vero, “crepa.”

Come qualcuno forse ricorda, in quegli anni si parlava moltissimo di automazione, di produttività, di seconda rivoluzione industriale e di umane relazioni. Pareva che tutti i rapporti, produttivi e umani, dovessero cambiare, mentre poi hanno ricominciato – e forse non avevano mai smesso – a prendere gli operai, senza tante inutili storie, a calci nel culo. [10]

In effetti La vita agra non è altro che il canto di una sconfitta. Molti lo troveranno un libro egotista e deprimente, anche perché, per certi aspetti, l'autore dichiara la fine di un sogno rivoluzionario e l'inevitabile ritrarsi dell'uomo sempre più in se stesso, spinto dall'indifferenza degli altri all'indifferenza agli altri, per cui non rimane altro che combattere una lotta individuale per rimanere a galla. Il panorama che questo libro traccia è nero. Forse la visione di Bianciardi è troppo amara, ma forse ha visto a fondo nel tempo e in ciò che ne sarebbe seguito. Non si è fatto incantare dall'illusione del miracolo. Lo ha guardato con lucidità e ha messo in evidenza l'intrinseco tradimento che covava. La menzogna che oggi ci governa stava tessendo, in quel tempo, le sue reti.

 

 





Luciano Bianciardi
La vita agra
Rizzoli, Milano, 1962