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Lo sguardo e l'immagine
di Alessandro Milani















Una sfruttatissima battuta da bar prevede che, se si vuol dare dell'ignorante a qualcuno che sta leggendo un libro, lo si apostrofa chiedendogli se stia guardando solo le figure, certamente più comprensibili della parola scritta; di immagini e "figure" vivono anche i bambini che iniziano a sfogliare i loro primi volumi, magari di fiabe lette loro da solerti genitori, e uno dei più bei libri dedicati alla letteratura per l'infanzia in Italia si intitola proprio Leggere le figure, che tematizza il carattere "illustrato" di queste opere.

Ma è proprio vero che sia più semplice leggere le immagini rispetto al testo che le circonda?
Se la risposta sembra facile nei confronti di un vocabolario illustrato per ragazzi, dove a fianco della lettera A troviamo il disegno di un'arancia e il nome del frutto scritto per intero, altrettanto non può dirsi di tutti quei materiali definibili come "immagini" che costituiscono la nostra realtà contemporanea.
L'intelligibilità dell'immagine, e in modo particolare della fotografia, è il problema di fondo del saggio di Adolfo Mignemi Lo sguardo e l'immagine. La fotografia come documento storico, edito da Bollati Boringhieri nel 2003.

Di fronte a quello che sembra essere un dato di fatto, cioè la definizione di quella attuale come "società dell'immagine", l'autore precisa che "in realtà se è giustificato parlare di civiltà dell'immagine per definire la nostra epoca, lo è solo in quanto l'esistenza umana è andata assumendo una maggiore "organizzazione visuale" - come sostiene José Luis L. Aranguren - "in cui accanto a una certa decadenza della parola scritta, affiorano sia i linguaggi formalizzati della cibernetica, sia l'immagine cosiddetta figurativa nella stampa, nella pubblicità, nel cinema, nella televisione. Ma l'immagine appare nel mondo odierno non come "sostitutivo" della parola, bensì come integrazione - talvolta insostituibile - di essa".
Per Mignemi ogni forma di linguaggio quindi anche quello delle immagini, non è di per sé intelligibile ma riesce a comunicare soltanto a coloro che vi sono stati educati. L'autore, partendo dalla considerazione secondo cui quella fotografica è la più "realistica" tra le forme di comunicazione, inizia a valutare i pregi e i difetti del materiale fotografico, sottolineandone le difficoltà in vista di un suo possibile utilizzo come fonte all'interno della ricerca storica.
Il problema nasce dal fatto che la fotografia, specialmente in ambito storico, è fotografia di un evento e può, a sua volta, diventare un evento, in quanto capace di trasformarsi in evento simbolico, o per le sue caratteristiche formali oppure per il semplice uso che di essa si fa. A questo proposito l'autore precisa però che da un lato "l'assunzione dei caratteri di simbolo da parte di un'immagine dipende comunque sempre dalla cultura visiva del momento in cui l'immagine viene utilizzata" - e che quindi ancora una volta l'intelligibilità dell'immagine stessa è legata al contesto in cui è sorta oppure in cui è diventata simbolica - mentre dall'altro che "il carattere simbolico non deve mai essere confuso con il valore simbolico attribuito a una determinata immagine, il quale è ovviamente definito da registri ideologici e storici.
Una stessa fotografia può assumere valenze simboliche opposte all'interno di una stessa realtà culturale, esprimere cioè una "memoria visiva" sull'evento simboleggiato."

A questo punto i problemi all'interno del saggio di Mignemi si moltiplicano e l'autore cerca di fornire le indicazioni fondamentali per capire la complessità di un'immagine: i capitoli del libro sono infatti dedicati alla produzione dell'immagine, alla sua fruizione, al rapporto tra l'immagine e l'evento, con particolare riferimento agli eventi bellici, ambito nel quale sono molto più evidenti le caratteristiche e anche le ambiguità del documento fotografico.
Le operazioni di manipolazione e di ricostruzione di documenti fotografici, attività legate ovviamente all'uso propagandistico delle immagini, ma anche, come magistralmente sottolineato, a questioni legate al gusto di un'epoca e ai suoi criteri estetici, emergono più che altrove in ambito bellico, ma non sono viste come un'esclusiva ascrivibile a esso.
In questo modo Mignemi dimostra come quella della fotografia non sia una terra vergine violentata dalla propaganda e dall'uso strumentale che di essa può essere fatto durante i conflitti o a opera dei regimi totalitari, ma sia un territorio sul quale è sempre doveroso muoversi con accortezza.

L'obiettivo finale è infatti quello di poter utilizzare il documento fotografico all'interno della ricerca storica, ma per fare questo la fotografia non può più essere considerata poco più che un accessorio rispetto ad altri tipi di materiale (come purtroppo accade in molti archivi, compresi quelli di Stato, con poche eccezioni); le fonti fotografiche, anzi, devono essere studiate, nelle fasi della loro produzione e fruizione, con una cura ancora maggiore rispetto ad altri documenti, proprio per fronteggiarne le caratteristiche peculiari di ambiguità.
Per arrivare a ciò Mignemi, nella parte conclusiva del suo saggio, esplicita la convinzione che "la maggior difficoltà rimane l'approccio "culturale" alla fonte. È infatti, in primo luogo, dall'accettazione delle forme del linguaggio fotografico e delle sue specificità, e quindi al tempo stesso dalla capacità di indagare i limiti delle sue potenzialità, che dipende la reale assunzione della fotografia nel novero delle principali fonti per il lavoro storiografico sul mondo contemporaneo. Altrimenti appare inutile anche l'enorme sforzo di costruzione di strumenti di descrizione e di conoscenza che si è fin qui illustrato." E - in una sorta di conclusione ironica - invita chi non è disposto ad accettare questo modus operandi, a occuparsi d'altro: "Costi quel che costi bisogna sempre avere il coraggio di definire e dichiarare in modo completo la natura e la provenienza documentale dei materiali a cui si è attinto; altrimenti si abbia la correttezza di collocare il proprio lavoro sul terreno della libera scrittura o della fiction - come oggi si è soliti definire il campo della produzione di immagini in movimento, non documentarie -, talvolta più efficaci e nobili della scrittura di carattere scientifico."

Il saggio, oltre a fornire spunti teorici per una rivalutazione generale del documento fotografico all'interno della ricerca storica, è anche stimolante per chi vuole capire meglio i meccanismi che stanno dietro qualunque prodotto fotografico ed è, perché no, anche pungente e persino divertente, quando svela le manipolazioni, i fotomontaggi e quella che definisce "disinvoltura documentale" in un certo uso delle fonti.
Divertente fino a quando il lettore non capisce che un uso improprio delle immagini viene effettuato continuamente, per i più molteplici scopi, da quelli di propaganda a quelli commerciali, sino al tentativo di negare ciò che è stato: l'esatto contrario del lavoro dello storico.