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I viaggi del capitano Memo, sanculotto del Nautilus
di Martino Negri















Uomini cactus dai capelli fluttuanti come anemoni, visi che si trasformano in lune attraversate da vapori leggeri, disegnatori dal cranio enorme e lucente che inventano le forme del mondo chini nelle tenebre, labirinti di colori che nascondono alberi e mani, facce e umori.

Le opere di Gabriele Memola, pittore libico-lombardo dai trascorsi giacobini, sono prevalentemente disegni di medie e grandi dimensioni (cm 35 X 50; cm 70 X 100), eseguiti con pennarelli acrilici dai colori brillanti oppure tratteggiati finemente in bianco e nero, con penne a sfera. Si tratta di tavole caratterizzate da un preciso e ricercato contrappunto visivo che scaturisce dal movimento multiforme della luce su presenze voluminose nascoste, figure statiche isolate nello spazio o in esso sprofondate; ma mentre nei disegni a colori, fittamente intessuti di linee che si rincorrono e s'incrociano, la luce tende a scavare profondità e costruire vie di fuga per lo sguardo, in quelli in bianco e nero si fa più morbida, pulviscolare, adagiandosi sui volumi, quasi accarezzandoli.

Montagnardo di pelo fino e possente muscolatura, negli anni della Rivoluzione era fautore di una intransigenza antimonarchica che in più d'una occasione fece impallidire lo stesso Robespierre. Più tardi, quando Napoleone tradì gli ideali libertari dei compagni in rivolta, arrogandosi ogni potere, egli fuggì a piedi, scalzo e senza denaro: aveva con sé una cosa soltanto, la penna con la quale aveva tentato di accecare il novello Primo Console ferendogli invece, disgraziatamente, soltanto una mano (quella che da allora il prìncipe còrso si premurò gelosamente di nascondere alla vista degli uomini).

Giunto a Milano allo scoccare del secolo, ancora fervido e scontroso abbandonò - almeno apparentemente - ogni velleità politica per dedicarsi interamente all'arte, disprezzando ogni compagnia e sommamente quella, vana, delle donne. A bottega dai migliori artisti dell'epoca, si compiacque ben presto delle abilità tecniche acquisite e rinnegò, altero, gli antichi maestri. Ma il destino di Icaro incombeva sul suo futuro e nubi oscure s'addensavano all'orizzonte: incapace di dominare le proprie passioni e sublimare così, nell'arte, gli alti ideali politici e morali per i quali aveva lottato fino a pochi anni prima, si sottopose a ritmi di lavoro inumani, dando vita, in pochi mesi, a tele immense che inneggiavano all'anarchia totale degli spiriti e che attirarono rapidamente su di lui l'occhio rapace del potere imperiale, finendo coll'essere, inevitabilmente, distrutte.

Braccato dalla censura francese, in un primo tempo, e successivamente da quella austriaca, fu costretto per lunghi anni a celare la propria identità e nascondere i suoi pensieri sotto labirintiche tessiture di colori che ingannavano gli osservatori meno avveduti, occultando il significato profondo del suo dire, ancora gravido di una inesausta tensione morale e civile.
Attratto poi dall'arte negra, cent'anni prima di Picasso, si diede all'invenzione di opere di squisita fattura tecnica eppure in qualche modo meno vibranti, palesemente decorative, a volte addirittura astratte. Il suo cuore di ferro pareva cedere alle blandizie d'un autocompiacimento espressivo manieristico, quasi femmineo, e il rigore ascetico che aveva dominato la sua operosità fino a quel momento soggiacque alle oscure forze del ventre: in preda a incontrollabili appetiti amorosi scialacquò nel girò di poche settimane di piacere i risparmi di una lunga vita condotta secondo principî monastici.
Si rianimò solo verso la metà degli anni Quaranta, quando la linfa rivoluzionaria pareva correre nuovamente per le vene logore dell'Europa ed egli riconquistò una più spinta e intensa plasticità: era il tempo degli "alberi", lavori d'una sorprendente, nodosa freschezza.
Fu allora che incontrò Rugiardo Frescocrine - sedicente pastore di meduse dai trascorsi quanto mai oscuri - il quale lo aiutò a ritrovare una visione più globale delle cose, cosmica e comica al tempo stesso, per quanto venata da una certa serena e distante nostalgia. Sono gli anni di gestazione del Portentoso uomo luna, opera capitale e punto di non ritorno della sua maturazione artistica, alla quale seguiranno, poco più tardi, tavole altrettanto celebrate - Il sorridente uomo-bruco-boxer, L'uomo cactus e Il comico uomo cosmico - che tracciano una sorta di allucinato, crepuscolare bestiaro dell'anima. Finalmente acclamato con giudizio unanime dalle folle proletarie - così come dai critici d'arte più raffinati ed esigenti - come l'unico erede del David degli Orazi, in un mondo che cambiava tumultuosamente, sull'orlo estremo del secolo che moriva egli decise di fuggire gl'intrighi meschini della fama e s'imbarcò sul Nautilus, insieme al leggendario capitano Nemo (che aveva conosciuto, pochi giorni prima, in un bordello di corso di Porta Vigentina); a bordo l'artista si guadagnò l'appellativo, in verità sottilmente ingiurioso, di "capitano Memo", in forza della memoria straordinariamente fallace e delle stravaganti indicazioni di rotta che comunicava benevolo al timoniere di turno.
Sbarcato, anni dopo, sulle coste della Siberia Orientale, nei pressi della foce del fiume Anadyr, ritornò a piedi in Europa, dove vagò come un fantasma per lunghi anni, mendicando fortuna senza una meta apparente, per le vie delle città splendenti di luce elettrica e ritrovi mondani e nelle contrade di campagna dove la notte è nera e il tempo s'acciambella negli angoli riposti, a dormire sonni secolari.
Morì in duello galante - dicono alcuni - a Parigi, nell'alba gelida d'un mattino di maggio, tra le fragole e il sangue; secondo altri, invece, s'imbarcò nuovamente a brodo del Nautilus, con Ulisse e Stephen Dedalus, salpando gaio verso cieli ignoti.



I viaggi del capitano Memo:
le opere sono esposte presso l'enoteca "Larancione", via Rosolino Pilo 5 - Milano - fino al 12 giugno 2004
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