la rivista di 










Un orecchio acerbo, ma fino
di Martino Negri















A metà del suo terzo anno di vita la casa editrice Orecchio Acerbo non è più semplicemente una bella promessa, ma piuttosto una realtà, e tra le più interessanti, del panorama editoriale italiano rivolto ai più giovani: non solo per la cura meticolosa prestata a tutti quegli elementi paratestuali - dai materiali impiegati alla qualità delle illustrazioni, dai caratteri scelti agli aspetti più propriamente grafici dell'impaginazione - che fanno delle loro piccole pubblicazioni veri e propri libri-oggetto fortemente connotati, ma anche per la voglia di raccontare storie non necessariamente rassicuranti o idilliache, che stimolino anzi la curiosità e la riflessione dei piccoli lettori sul mondo nel quale viviamo. Perché - come si legge nel loro sito web (www.orecchioacerbo.com), sotto la rubrica "punti fermi", che vuol essere una sorta di dichiarazione di poetica - in un mondo percorso da profonde contraddizioni forse non è necessario instillare nei più piccoli grandi certezze, ma semmai "alcune piccole incertezze", dal momento che "non sempre le mamme profumano, non tutte le oche sono stupide, esistono luoghi in cui i bambini non sono né amati, né buoni".

Nata nel dicembre del 2001, grazie agli sforzi congiunti di Fausta Orecchio, Simone Tonucci e Sara Verdone, il cui sodalizio nel campo della grafica sarebbe stato ed è, tuttora, determinante nella delineazione di una filosofia editoriale caratterizzata da un rapporto "pensato", mai superficiale, tra parti testuali e illustrazioni, la piccola casa editrice è forte ormai di una ventina di opere edite, collocate in quattro diverse "collane" (Millemillimetri, Se dici sedici, Fuori collana e Le avventure di Barbaverde): e il celebre passo rodariano che dà il benvenuto ai visitatori del sito - "Non era tanto giovane, anzi, era maturato tutto, tranne l'orecchio, che acerbo era restato" - ci pare una buona metafora dello stato di salute di un progetto cresciuto molto nel corso degli anni, senza però tradire, nell'urto con il mercato librario italiano, i principi di fondo che ne avevano ispirato la nascita.

Basti pensare a libri come La città bucata, di Satomi e Yoshihiro Ono, delicata e surreale favola ecologica dal finale aperto e garbatamente inquietante, o Noialtri, bambini di strada, scritto da Manuela Andreozzi e illustrato da Pedro Scassa, un testo crudo ma non privo di poesia (destinato per altro a lettori dagli 11 anni in su) nel quale è raccontata l’infanzia negata dei “meniños de rua”, i tanti bambini e adolescenti che vivono abbandonati nelle strade delle principali città brasiliane: bambini che hanno il naso sporco e le ginocchia graffiate come tutti gli altri, ma che per sopravvivere rubano, vendono e scambiano tutto ciò che è possibile scambiare, anche il proprio corpo, sniffando colla – appena possono – per dimenticare; bambini la cui vita è una partita in cui “non è mai goal”, una vita intessuta di fughe e zuffe che spesso termina drammaticamente nell’indifferenza dei più:

«Lei mi ha lasciato la mano e non l’ho più rivista. Nessuno ha sentito niente, nessuno vuole sapere.»

Meno crudi, ma altrettanto coraggiosi, anche perché rivolti a lettori dai 4 anni in su, sono i più recenti In bocca al lupo, scritto e illustrato da Fabian Negrin, nel quale l'antica fiaba di Cappuccetto Rosso è narrata da un punto di vista insolito, quello del lupo, e Grand Central Terminal. Rapporto da un pianeta estinto, di Leo Szilard, in cui il nostro pianeta, devastato da una guerra nucleare alla quale nessuno è sopravvissuto, è indagato dall'occhio attento di un'equipe di alieni che tenta - invano - di interpretarne le rovine per intendere i principi e l'evoluzione di una civiltà ormai tragicamente scomparsa.

Sono tutti e quattro esempi significativi dell'atteggiamento di questa casa editrice, attenta più alla coerenza delle storie raccontate - ove si intendano parte integrante del racconto anche gli aspetti figurativi del testo - e delle idee suscitate, che non alle pressioni del mercato: i disegni di GiPi per Grand Central Terminal, ad esempio, materici e notturni, venati da un'inquietudine lieve e nostalgica, non sono affatto rassicuranti, ma fanno tutt'uno con il testo poco accomodante di uno scienziato, Leo Szilard, che abbandonò gli studi nel campo della fisica nucleare - dopo la distruzione di Hiroshima e Nagasaki - per dedicarsi alla biologia nella speranza di poter contribuire alla preservazione della vita sul nostro pianeta (e non al suo annientamento), e propongono un viaggio parallelo rispetto a quello suggerito dalle parole, dando forma, corpo ad alcuni passaggi, dettagli, momenti, aspetti della vicenda sui quali il narratore non si è soffermato a lungo o che magari nemmeno ha direttamente evocato: come nella tavola bellissima in cui si vede la superficie della terra fiorita di esplosioni atomiche le cui schegge di luce finiscono per tracciare scritte - "bum", "muoriamo" - discernibili solo aguzzando un poco lo sguardo. Anche In bocca al lupo, è caratterizzato da un fitto dialogo tra le parti illustrate e quelle raccontate con le parole, ma si tratta di un dialogo che spinge il lettore a passare spesso, giocosamente e gioiosamente, dalle une alle altre in cerca di indizi, conferme e sorprese: non è forse una sorpresa quella di un lupo narratore, "cattivo" per natura, ma non "malvagio", che si scopre timido e brutto al cospetto della bimba capitata sulla sua strada?

"Corsi a nascondermi. Io ero così brutto. Come fare a parlarle senza spaventarla? Mi travestii da bosco e le chiesi: - Che cosa sei? Un angelo forse? - Un angelo? Ah, ah, ah! Ma no, cosa dici! Sono una bambina - mi rispose mentre inciampava un'altra volta."

Nell'ultimo volume pubblicato, invece, uscito nel marzo del 2004 e intitolato Il mondo invisibile, sono raccolti dieci racconti brevi di Fabian Negrin, che ha abbandonato ancora una volta i panni dell'illustratore per cimentarsi nella pura stesura dei testi: illustrati da altrettanti artisti del settore di fama internazionale - tra i quali anche Spider, Josè Muñoz, Pedro Scassa e GiPi - i racconti dell'autore argentino hanno il coraggio di porre i piccoli lettori in contatto con altri aspetti scomodi del mondo in cui viviamo, spingendoli forse a porsi e porre ai propri genitori domande alle quali non sarà semplice rispondere.
Le storie raccontate da Negrin, sebbene trasfigurate poeticamente da una scrittura agile e chiara, eppure attenta a sottolineare gli aspetti sensibili delle cose narrate - suoni, odori, esperienze tattili - sono popolate di immigrati malinconici e barboni devoti alla bottiglia, nonni anziani relegati in ospizio, a sognare promesse inadempiute, e bambini che domandano inquieti e spazientiti notizie sul proprio passato:

"Oggi la mamma ha voglia di scherzare: dice che una volta io non esistevo. Ah, sì? E allora dov'ero?".

Ancora una volta Orecchio Acerbo non smentisce la convinzione di fondo che attraversa tutte le sue scelte editoriali, "l'idea che non esista la letteratura per i bambini e quella per i grandi, e che ai bambini si possa, e si debba parlare di tutto": in primo luogo dando spazio e attenzione anche al punto di vista degli altri - altri in quanto appartenenti ad altre culture e paesi, come gli immigrati, oppure ad altri tempi, come i vecchi, o realtà sociali, i diseredati, i barboni - persone che forse non la pensano come noi, anzi che non possono pensarla come noi (e per fortuna! si ricordi il feroce lupo incantato alla vista di Cappuccetto rosso, diventato improvvisamente timido…), ma che non per questo sono necessariamente più stupidi; in secondo luogo, e soprattutto, considerando i piccoli lettori non come recipienti da colmare di ricette magiche e principi educativi incontestabili, ma come soggetti di un dialogo, persone capaci di cogliere le suggestioni visive e narrative proposte e mettere in moto i meccanismi del pensiero, con tutti i dubbi e le incertezze che una riflessione sana comporta. Non per nulla l'intenzione della casa editrice è quella di costituire una sorta di comitato scientifico permanente, composto unicamente di bambini "particolarmente attenti o sensibili", ai quali sottoporre i libri che che potrebbero essere pubblicati.

Ed è forse proprio in questo senso che trova una spiegazione, un peso non puramente citazionistico, l'elegante ed efficace logo editoriale - una virgola sospesa seguita da una parentesi, a mimare un orecchio, appunto - che dà concretezza visiva all'orecchio "acerbo" della filastrocca rodariana: un orecchio che serve a capire "le voci che i grandi non stanno mai a sentire", come quelle di alberi e ruscelli, nuvole e sassi, ma anche quelle dei bambini "quando dicono cose che a un orecchio maturo sembrano misteriose".

Naturalmente decidere in modo programmatico di non prestare il proprio acerbo orecchio alle indagini di mercato, pubblicando libri che abbiano come priorità quella di essere convincenti per gli editori stessi e i bambini che li hanno letti, non è facile e ha i suoi costi - e infatti la casa editrice è in parte finanziata con i proventi dello studio grafico, dal quale per altro è nata e che continua ad andare avanti per la sua strada - ma è un tentativo al quale non si deve rinunciare, proprio perché, come scrive Antonio Rubino in Perché di sì, gioello narrativo in miniatura del 1936, certe risposte "sono buone tutt'al più a soddisfare un grande, ma un bambino no di certo".