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Non so voi, ma io non l'avevo mai sentito nominare, questo
Carlos Ruiz Zafòn. Un illustre sconosciuto il cui libro, tuttavia,
mi si è parato davanti occupando una fila intera della sezione
best sellers di una nota libreria cittadina. Era là, accattivante
nella sua copertina rigida in bianco e nero, con la striscetta
gialla applicata sopra, che diceva: "1 milione di copie vendute
in Europa" e "Una Barcellona misteriosa e spettrale. Il fenomeno
editoriale degli ultimi due anni."
Una parata di buoni motivi per spendere 18 euro.
Pur sospettando che si trattasse dell'ennesimo specchietto per
le allodole, da brava allodola, l'ho comprato subito. Mi sono
detta: se non conosci Zafòn, questa è un'ottima occasione per
stringergli la mano. Diciotto euro, grazie, arrivederci.
L'ho acquistato di martedì. Giovedì notte l'avevo già finito.
E chiudendo l'ultima pagina, ho dovuto bere un po' d'acqua per
ritrovarmi la saliva in bocca. L'immagine non è delle migliori,
ma il libro sì. Entusiasta come una scolaretta uscita da Gardaland,
guardo il mio bel tomo succoso e stringo vigorosamente la mano
al Signor Zafòn. E' stato un vero piacere!
Che dire di Mister Zafòn?
E' uno che fino a ieri ha scritto libri per ragazzi, e questo
è un dato piuttosto significativo, perché di fantasia ne ha da
vendere. Ha quarant'anni esatti, una carriera da sceneggiatore
e collaboratore di "El Pais" e "La Vanguardia",
e ha scritto questo romanzo d'esordio nella narrativa per adulti
che è potente come una tequila bum bum.
Il suo primo romanzo ubriaca di lettura.
E ora mi rivolgo a voi.
Pensateci: quand'è stata l'ultima volta che vi siete ubriacati
di un romanzo? Forse vi è capitato recentemente che vi piacesse
un libro, che vi appassionasse una storia, ma che vi siate letteralmente
ubriacati? Da essere instabili sulle gambe, incapaci di uscire
dall'ebbrezza? Non è cosa da tutti i giorni. A me non capitava
da un paio d'anni di correre da una parte all'altra della mia
giornata lavorativa per ritagliare qualche minutino da dedicare
alla lettura.
Non mi succedeva da un pezzo di fare la spesa o preparare la cena
in trance, di sentirmi stregata senza speranza, di non riuscire
a staccare la testa dall'ultima parola letta, di tenere necessariamente
spalancata la porta sulla lettura come un processo vitale. L'ombra
del vento, se non l'aveste capito, è un libro più-che-magnetico:
è magico, nel senso etimologico del termine.
Tu ci entri dentro e dentro ci rimani finché non ti sputa fuori
lui. Incantesimo finito, tutti a casa. Forse, se proprio vogliamo
trovare un difetto a questo libro ammaliante, c'è che ti sputa
fuori un tantino troppo in là, ti tiene arrotolato nelle spire
della narrazione un filino troppo a lungo. Come a dire che qualche
pagina in meno non avrebbe guastato. Ma è pura opinione.
Quanto alla storia.
Tutto verte intorno a un libro, che è un oggetto fisico presente
nella storia e il cui titolo è proprio L'ombra del vento.
Considerato che nel romanzo L'ombra del vento è opera di
un misterioso autore che si chiama Juliàn Carax, in qualche modo
il nostro romanzo è un libro senza titolo, un "meta-libro," un
libro dentro a un libro. Ma non pensiate ad una programmatica
riflessione sulla letteratura, seppur riuscitissima come Se
una notte d'inverno un viaggiatore. Niente di tutto ciò. Il
libro attorno al quale verte la storia è semplicemente il perno
che fa muovere tre generazioni di persone. E' l'emblema di una
passione struggente che lega, in modo diretto ma anche magico,
i destini dei protagonisti. Juliàn Carax è a tutti gli effetti
uno dei personaggi principali: un uomo presente dall'inizio della
storia, ma invisibile e sfuggente, un uomo che dialoga con la
voce narrante seminando tracce della propria storia, che si svela
via via in un vortice di colpi di scena.
La voce narrante è Daniel, che conosciamo bambino e seguiamo fino
alla vita adulta: un ragazzino curioso e appassionato che non
può fare a meno di lasciarsi invischiare nella vita e nel destino
di un altro uomo fino a pagarne le estreme conseguenze. Il nodo
centrale della storia è un complesso gioco di coincidenze e misteri
inquietanti, di personalità nascoste e di amori tragici. Alla
fine, uno struggente confronto fra due alter ego.
L'Ombra del Vento è prima di tutto un romanzo ben scritto:
scorrevole, interessante, ben oliato in ogni sua parte, perfettamente
bilanciato fra rapidi avanzamenti e pause di attesa. Zafòn è certamente
un ottimo romanziere. Tecnicamente e per talento.
Poi il libro è potente, è una miscela esplosiva di ingredienti
piacevolissimi: c'è un po' di malinconica introspezione, un pizzico
di horror, un clima da giallo, e poi inquietudine e passione quanto
basta, avventura e magia in quantità, persino un po' di romanzo
d'appendice e un gustoso umorismo che ci regala la magistrale
e indimenticabile figura di Fermìn Romero de Torres. Mica male,
per un libro solo.
Anche qui. Se vogliamo proprio trovare un difettuccio, nel panorama
ben riuscito dei personaggi, lamentiamo la presenza di un individuo
un po' troppo malvagio, uno di quei cattivoni spietati e mostruosi
che ricordano tanto il fumetto. Ma se il male rischia di diventare
un tantino ridicolo e caricaturale, è solo perché la mano di Zafòn
tradisce l'esperienza di scrittore per ragazzi e per questo tutto
sommato lo assolve, sebbene disturbi un po' la maturità del romanzo.
Dunque dunque. Tirando le somme, regaliamo volentieri a questo
scrittore spagnolo un bel dieci. Poco ci importa che la letteratura
"nobile" sia quella che passa attraverso fatiche maggiori e passaggi
sottili. Questo è un ottimo libro, che fa onore all'arte dello
scrivere e riconcilia con il desiderio di leggere per evadere,
leggere per lasciarsi "possedere" da altre vite, da altri modi,
da altri mondi.
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L'ombra
del vento di Carlos Ruiz Zafòn
Mondadori, 438 pagine,
euro 18
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