la rivista di 










Back to future
di Giuseppe Pipitone















"Prego, la sala per il teletrasporto dell'immagine è pronta."

Solo una frase, poche parole per rimandarmi indietro nel tempo ai giorni i cui seguivo le avventure del capitano Kirk e del Dott. Spock e dell'astronave Enterprise.

All'improvviso, il ricordo dell'ansia provata ogni qual volta un membro dell'equipaggio si posizionava nel cerchio colorato del teletrasporto per esser smaterializzato e venir spedito in qualche pianeta sperduto della galassia interstellare. Quella frase mi aveva riportato senza mediazioni alcuna dalla sala di aspetto di una società leader nel campo dell'Information Technology al ponte di comando dell'astronave e al responsabile del funzionamento di tutti quei marchingegni, il Dott. Scott.

Ovviamente, il prodotto che mi sarebbe stato illustrato da lì a qualche minuto, chiamato teletrasporto dell'immagine, altro non è che un sistema avanzato di videoconferenza ma al momento quel termine aveva scatenato in me non solo ricordi di gioventù ma anche una serie di riflessioni sul viaggio nel tempo e la sua presenza pervasiva nella produzione artistica e culturale statunitense.

Questo volgersi indietro nella storia nel tentativo di manipolarla, infatti, sembra esser uno degli atteggiamenti prediletti dall'immaginario americano, letterario, cinematografico, televisivo e dei comics. Star Trek, stesso, rappresenta una delle serie più fortunate degli ultimi trent'anni inondando l'America con centinaia e centinaia di puntate televisive, con nove pellicole cinematografiche, con milioni di videocassette, con decine di milioni di libri.

Il grandissimo successo della serie ha attinto la sua forza dall'interesse fortissimo per il viaggio nel tempo che, come ha scritto il Time in una cover story sul trekkismo, "è stato uno dei meccanismi prediletti da Star Trek; i personaggi dell'astronave Enterprise andavano avanti e indietro nel passato, cercando di rettificare gli errori della storia e di evitare i disastri del futuro". "Ciò che rende Star Trek così interessante - spiega Richard Slotkin - è che esso prende il vecchio mito della frontiera e lo incrocia con i Platoon movie. Invece dei bianchi contro gli indiani, c'è un equipaggio multietnico contro Romulani e Klingon".

Come sostiene Francesco Dragosei: "Star Trek riscrive astutamente la storia della Frontiera, ne trasforma a distanza l'ideologia, ne muta per traslato lo spirito di conquista in una sorta di tolleranza politically correct ante litteram".

Riflettendo sul viaggio nel tempo e sul mio particolare interesse per la storia e la cultura afro-americana, mi è sembrato opportuno citare un episodio – Il Colore della verità della serie televisiva di fantascienza Quantum Leap – citato da Dragosei nel suo testo Lo Squalo e il grattacielo. In questo telefilm, lo scienziato Sam Beckett, navigatore nel tempo che si reincarna di volta in volta in un diverso personaggio del passato, si trova a sbarcare nell'Alabama del 1955. Nonostante il luogo e l'anno richiamino immediatamente uno degli episodi più famosi della lotta per i diritti civili dei neri americani, nel film non si parla mai di Rosa Parks.

L'episodio narra di un certo Jessie, un uomo di colore di cui Sam ha assunto le fattezze, che fa l'autista al servizio di Ms Melny, anziana vedova dell'ex governatore dello stato.
Avendo Jessie/Sam, sotto la pelle di nero degli anni Cinquanta, una mentalità da bianco degli anni Novanta, egli fatalmente commette delle gaffes (ad esempio entra in locali per soli bianchi) che suscitano l'ira e le vendette della popolazione bianca locale che si sfogheranno sulla propria nipote. Nel tentativo disperato di salvarla, Jessie/Sam decide di trasportarla al vicino ospedale dei bianchi dove la ragazza è prima rifiutata, poi accettata grazie all'autorevole intervento della vedova del governatore, la quale, convertitasi alla causa dei neri farà sedere Jessie accanto a sé nella sala per soli bianchi. Soddisfatto per aver rettificato una ingiustizia della storia, Sam Beckett torna negli anni Novanta, pronto a una nuova avventura che gli consenta di emendare il passato. Sembra opportuno qui analizzare le ragioni all'origine di tale smania d'intervento sul passato.

La prima motivazione potrebbe essere individuata nel desiderio, di cui abbiamo detto, di rettificare gli errori della storia ("to rectify mistakes of history" come diceva la cover story del Time). "Errori della storia" significa gli errori di popolo; correggere questi errori significa tentare di eliminare le pagine nere di una nazione che si vergogna, che prova ha rimorso. Per gli Stati Uniti, questi errori sono il genocidio degli indiani, la deportazione e la schiavitù dei neri e “la morbida-ferrea omologazione culturale imposta dall'ideologia del crogiolo delle razze”. La rettifica immaginaria può avvenire in modo letterale, come in quel Colore della verità di cui abbiamo appena parlato, ove, incarnandosi nel nero Jessie, Sam Beckett correggeva direttamente una ingiustizia del passato. La correzione può avvenire in maniera indiretta, come in Star Trek, attraverso la sotterranea falsificazione della storia e del mito della Frontiera.

Ma non sono solo il cinema o la tv ad avere questa febbre del viaggio nel tempo. C'è anche la letteratura. Tanto per cominciare, non è forse la leggenda americana di Rip Van Winkle, scritta da Washington Irving nel 1819, un paradosso temporale? Ancora a un lungo sonno ricorrerà Edward Bellamy nel suo Looking Backward, 2000-1887, celebre romanzo utopico americano pubblicato nel 1888 ma ambientato nel fatidico 2000. Immaginando un mondo futuro di equità e benessere per i lavoratori americani, anche Bellamy correggerà la storia passata, rettificherà la dura realtà del momento in cui si scriveva il libro (i tragici tumulti operai di Haymarket Square, avvenuti a Chicago nel 1886). Il romanzo di Bellamy aprirà le porte della letteratura americana di fine secolo a una vera inondazione di romanzi del genere, anche se non tutti ottimistici.

E venendo a tempi più recenti, altri manipolatori del tempo saranno Philip K. Dick con The Man in the High Castle (1962) e Kurt Vonnegut, con i suoi paradossi temporali: vedi il memorabile Slaughter House 5 (Mattatoio n. 5, 1969).

Lo sforzo vano di interpretare una catena di eventi che sono già stati manipolati in modo vario confluiscono ne The Man in the High Castle, in cui Dick, ormai convinto di dover trasferire nella fantascienza la sua carica di scrittore sovversivo, trasforma in una favola terribile, dal linguaggio lucido e tagliente, i processi e le mitologie attraverso cui si è istituita l'identità americana contemporanea. Mentre Vonnegut in Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini, racconta la storia semiseria di Billy Pilgrim, americano medio affetto da un disturbo singolare ("ogni tanto, senza alcuna ragione apparente, si metteva a piangere") e in possesso di un segreto inconfessabile: la conoscenza della vera natura del tempo. Tutto è, è sempre stato e sempre sarà, passato e futuro sono sempre esistiti e sempre esisteranno, nulla dipende dalla volontà dell'uomo.

Ma perché - dicevamo - l'immaginario americano ama tanto piegarsi indietro a rimuginare il passato, a rimescolarlo, a riscriverlo in modo diverso da com'è stato?

Oltre al desiderio di rettificare gli errori del passato, vi sono altre dinamiche che risultano interessanti da evidenziare. Se è vero che esistono pagine nere nella storia di ogni nazione, dobbiamo comprendere quanto la psiche americana sia impregnata di self-righteousness, quanto la psiche americana non tolleri d'aver commesso qualcosa che possa intaccare in senso di sé, dubitare della propria innocenza e incrinare la propria superiorità morale. Qualcosa che ferisca l'orgoglio puritano di essere "la città sulla collina", posta lì da Dio a insegnare con l'esempio al mondo. In questa prospettiva, ritengo di sostenere la tesi di Dragosei per cui la smania di intervento sul passato potrebbe essere interpretata come un tentativo americano di infliggere un colpo all'insostenibile irreversibilità della storia. E, se volessimo esser particolarmente polemici, potremmo avanzare l'ipotesi che alla base dell'ossessivo ritorno al passato vi sia l'ingenuo desiderio di infittire la trama di una storia nazionale tanto breve da costituire spesso motivo d'imbarazzo nei confronti della storia europea.

 

Riferimenti Bibliografici:

Francesco Dragosei, Lo squalo e il grattacielo. Miti e fantasmi dell'immaginario americano (Bologna, il Mulino, 2002)


Una locandina di Star Trek

 








 

 

 

 

 

 

 

 

 


I protagonisti della serie televisiva Quantum Leap

 

 

























L'edizione Penguin di The man in the high castle
di Philip K. Dick






































Siti su Star Trek:
http://www.startrek.com/startrek/
view/index.html


http://trekweb.com/


Su Philip K. Dick:
http://www.philipkdick.com/

Su Space Future:
http://www.spacefuture.com/
home.shtml

Su Kurt Vonnegut:
http://www.duke.edu/~crh4/
vonnegut/

Su Quantum Leap:
http://www.scifi.com/quantum/