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Andy Warhol, Keith Haring, la Pop e il commercio
di francesca di nardo
















La vita e il lavoro di Andy hanno reso possibile il mio lavoro. Andy aveva stabilito il precedente che rende possibile l’esistenza della mia arte. È stato il primo vero artista pubblico in senso globale e la sua arte e la sua vita hanno cambiato il concetto di arte e vita nel XX secolo. […] Andy probabilmente era l’unico artista pop. [1]


Il legame profondo che unisce l’esperienza artistica di Andy Warhol e Keith Haring trova giustificazione in questa lucida e breve analisi riportata da Haring nei suoi diari nel febbraio del 1987, in occasione della morte di Warhol. Dei tanti artisti che hanno marcato il percorso stilistico ed estetico di Haring, Warhol è l’unico a ricoprire un ruolo davvero speciale: guida, precursore e amico. Se grandi maestri del modernismo novecentesco, come Frank Stella, Fernand Léger e Pierre Alechinsky, hanno esercitato la loro influenza sulla creatività di Keith Haring, solo Andy Warhol può però essere considerato il suo vero punto di riferimento. Haring stesso riflettendo sull’arte di Warhol si considera il suo solo e unico erede, sintomo di una simpatia estetica forte e di una profonda comunione di intenti.

Non mi piace fare la figura del pretenzioso o dell’egotista; se non che, davvero, non ho mai pensato che qualcuno capisse come sviluppare le conquiste fatte da Andy, se non Andy stesso e forse io. Non in maniera formale, ma concettualmente e con lo stesso approccio e atteggiamento olistico. [2]


Warhol e Haring condividono lo stesso atteggiamento e la stessa filosofia di unione e compenetrazione tra arte e vita. Se Warhol ha utilizzato ogni medium espressivo, reiventandolo artisticamente e ha fatto della sua stessa esistenza un’operazione artistica, Haring desidera fortemente portare l’arte in ogni aspetto della vita. Ecco quindi i subway drawings, i posters, i murales, le magliette… Haring disegna sempre e ovunque, il suo universo rutilante e archetipo si appropria di ogni supporto: tela e pvc, terracotta e metallo, legno e carta straccia, tovaglioli e indumenti. Il suo non è solo un atteggiamento multimediale, non frappone alcun limite tra la sua arte, la sua creatività e la vita, l’accadere giornaliero: si esprime liberamente con il disegno e la grafica, come con la fotografia, il video e la performance. Tutto concorre all’opera d’arte.

Si tratta di capire non solo le opere ma il mondo e il tempo in cui viviamo, e di esserne uno specchio. Penso che accada davvero in modo naturale e inevitabile, se si è onesti con se stessi e con i tempi. Questa è la ragione per cui ho il Pop Shop e posso fare un video con Grace Jones e posso, senza contraddirmi, usare computer, progettare sculture per parchi, pubblicità per la vodka e fare quadri. [3]


Il culmine di questa estetica è l’apertura nel 1986 del Pop Shop, il negozio di Haring, aperto al 292 di Lafayette Street a New York, che mette in vendita al grande pubblico gadgets con riproduzioni, ma anche opere originali, e permette a chiunque di poter vedere e ammirare gratuitamente l'artista al lavoro. Come ricorda Haring è proprio Warhol a spronarlo e convincerlo ad aprire il Pop Shop.

Andy mi ha praticamente convinto ad aprire il Pop Shop quando cominciavo ad avere fifa. Dava sempre il suo sostegno ad una nuova idea o impresa. Aveva ulteriormente mostrato il suo favore al Pop Shop creando una maglietta che promuoveva a ogni occasione. [4]


Due anni più tardi, nel 1988, aprirà il secondo punto vendita: il Pop Shop Tokyo. La premura che Warhol mette nel sostenere l’iniziativa del più giovane artista e amico riporta alle considerazioni sul rapporto tra affari, commercio e arte teorizzate e radicalmente messe in pratica quasi vent’anni prima proprio da Andy Warhol.
Nel 1968 viene ferito con un colpo di pistola all’addome da una ragazza sua conoscente, Valerie Solanis, sporadica frequentatrice della Silver Factory e isterica fondatrice dello SCUM (Society for Cutting Men). In seguito all’aggressione Warhol è costretto a passare molto tempo lontano del suo studio, lasciando ai suoi assistenti il compito di portare a termine diversi lavori lasciati in sospeso. Questa forzata lontananza gli permette di constatare e osservare da un nuovo e inedito punto di vista la realtà della Factory:

Per tutto il tempo che sono rimasto in ospedale il mio staff ha continuato a fare delle cose e mi sono reso conto di avere un’azienda veramente dinamica, perché andava avanti senza di me. L’ho scoperto con piacere, perché a quel tempo avevo già deciso che il business era l’arte migliore. [5]


Nasce così la Andy Warhol Enterprises, espressione concreta delle idee di Warhol sul rapporto esistente tra il business e l’arte:

La Business Art è il gradino subito dopo l’arte. Io ho cominciato come artista commerciale, e voglio finire come artista del business. Dopo aver fatto la cosa chiamata Arte o come la si voglia chiamare, mi sono dedicato alla Business Art. Voglio essere un Business-Man dell’Arte o un Artista del Business. Essere bravi negli affari è la forma d’arte più affascinante. […] La Business Art. Il Business dell’Arte. Business della Business Art. [6]


Uno degli aspetti più interessanti del legame tra Warhol ed Haring è ravvisabile proprio nella vicinanza e similarità delle loro idee riguardanti il senso dell’Arte, della Pop Art e del business. Un significato differente da quello più noto e divulgato, legato invece alla loro profonda convinzione della necessità di far penetrare il più possibile l’arte in ogni aspetto dell’esistenza, utilizzando tutti i media e sfruttando ogni canale della comunicazione. Certo è questo l’insegnamento maggiore che Andy Warhol ha trasmesso a Keith Haring, e che il più giovane artista ha fatto proprio, trasformandolo in una vera e propria filosofia.

Non c’è molta differenza tra il modo con cui tratto nel mercato dell’arte e nel mondo commerciale. Una volta che il lavoro artistico diventa prodotto o merce la posizione compromettente è in pratica la stessa in entrambi i mondi. Alcuni artisti pensano di essere al di sopra di questa situazione perché sono puri e fuori dalla commercializzazione della cultura pop, perché non fanno pubblicità o non creano prodotti specifici per il mercato di massa. Ma vendono pezzi alle gallerie e ci sono commercianti che manipolano loro e il loro lavoro allo stesso modo. [7]


Ecco che allora assumono un senso nuovo il termine Pop Art e le figure di Warhol ed Haring. Non si tratta più quindi di fare distingui o paragoni di carattere stilistico-formali, ma di analizzare le ragioni e i modi dell’operare direttamente nel flusso della materialità e concretezza del sistema dell’arte, di agire in maniera pragmatica portando davvero in pratica il concetto di assimilazione tra l’arte e la vita. Avendo la coerenza di mescolare linguaggi alti e popolari, attingendo e producendo senza ipocrisie e snobismi per la pubblicità, la cultura di massa e il commercio.

Tutta la filosofia fama e successo e tutti i ritratti e i film e i discorsi sulla macchina dell’arte e sul business come arte, tutte le personificazioni di quello che poi è stato riconosciuto come Pop Art sono nate dall’onesta evoluzione della sua (di Andy Warhol) iniziale sensibilità grafica. […] Questo è quello che penso di condividere di più con Andy. [8]








Keith Haring al lavoro