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Quello che state leggendo è un numero monografico dedicato alla figura di
Keith Haring.
Questa è una novità per Erewhon, abituata a raccogliere (e speriamo poi a
fornire) stimoli su temi, argomenti, problematiche diverse, a volte molto
diverse, l'una dall'altra.
La figura di Haring, tornata (se mai è finita nel dimenticatoio)
prepotentemente alla ribalta grazie alla bella mostra in corso presso la
Triennale di Milano fino al 29 gennaio, è un caso particolare, avendo
lasciato un segno evidente in molti ambiti culturali, non solo in quello
strettamente artistico, e si presta quindi a letture molteplici, esattamente
come l'artista stesso ipotizzava potesse avvenire durante la lettura delle
proprie opere.
Senza pretendere di esaurire i punti di vista dai quali guardare all'opera
di Haring si è cercato di contestualizzarne la figura all'interno della
cultura di un intero periodo, quello della New York degli anni '80, per poi
individuare quelle originalità che lo hanno reso uno degli artisti più noti
a livello mondiale.
Ciò che si nasconde dietro a ogni intervento di questo numero è, secondo lo
spirito di Erewhon, la voglia di scoprire almeno parte di quanto l'immaginario
collettivo produce e riproduce e cercare di svelarne i meccanismi.
In questo caso, senza voler togliere alcunché alle singole riflessioni e
conclusioni cui giungono i redattori e i lettori, appare chiara, già
soltanto leggendo la biografia di Haring, una cosa: la cultura underground
prevale su quella "ufficiale", o, parlando di Stati Uniti, "mainstream",
almeno dal punto di vista della fase "creativa" dell'arte e della cultura.
Così come Haring si nutre della cultura del graffitismo delle gang di New
York per creare un'arte e una comunicazione efficace, così la cultura "alta"
statunitense si nutre dell'opera di Haring e ne crea un simbolo, quasi un
mito.
La cultura italiana, in ritardo assai su quella made in Usa, invece scopre
tardi questo artista particolare, e viene superata, con la rara bellissima
eccezione della critica Francesca Alinovi (divenuta anche amica di Haring),
sia dal mercato (Haring giungerà in Italia prima da galleristi privati e
stilisti e solo poi alla XLI Biennale di Venezia), sia da una cultura più
"underground".
Uno dei primissimi articoli sulla figura dell'artista newyorchese apparsi in
Italia è infatti quello realizzato da "Frigidaire", la rivista di Sparagna e
Liberatore, nel settembre del 1983.
In quell'anno in Italia non ci si è ancora resi conto che i disegni di Keith
diventeranno a breve un'icona di livello mondiale, ma anche grazie a questa
breve intervista la sua figura comincia a essere conosciuta anche fuori
dalla stretta cerchia dei critici d'arte più attenti.
E l'omino di Haring a poche pagine dai personaggi di Scozzari e Pazienza
sembra testimoniare una vicinanza culturale tra l'artista di downtown
Manhattan e i più geniali rappresentanti del fumetto (e non solo) italiano.
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 Keith Haring
 Copertina della rivista "Frigidaire" (1983)
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