la rivista di 










Fahrenheit 9/11
di Victor Roccio















Esce anche in Italia, dopo la Palma d’oro come miglior film all’ultimo Festival di Cannes e una notevole campagna pubblicitaria, il nuovo film di Michael Moore (il regista di “Bowling in Colombine”) “Fahrenheit 9/11”.
Non si tratta di un film, ma di un documentario che racconta gli eventi politici americani dall’ambigua elezione di Bush nel 2000 come Presidente degli Stati Uniti fino alla Guerra in Iraq, passando attraverso l’11 Settembre 2001.

Moore ha le idee chiare su Bush, pessimo Presidente eletto ingiustamente (ricordate lo scandalo dei seggi in Florida?) che passa gran parte del proprio tempo in vacanza, che tutela fin troppo chiaramente i propri interessi economici (ci ricorda qualcuno?), che quando riceve la notizia degli attentati alle Torri Gemelle continua imperterrito a leggere con gli alunni di una scuola elementare fiabe su montagne e caprette…
Ad aiutare il regista a mettere in piedi il suo documentario ci hanno pensato lo stesso Bush e i suoi, che nelle varie interviste e davanti alle telecamere, non hanno fatto altro che contraddirsi e comportarsi in maniera ridicola, fino a sfiorare i limiti del grottesco. Come quando il Presidente racconta, a poche settimane dall’11 Settembre, con in mano una mazza da golf e lontano dalla Casa Bianca, quanto siano prodigiosi telefono e fax per poter lavorare in vacanza o le dichiarazioni in merito all’allarme terrorismo, definito basso nel Luglio 2001 (nonostante documenti della CIA dimostrassero il contrario) e poi altissimo subito dopo (ma solo dopo…) l’11 Settembre.

L’opera di Moore, tuttavia, seppur tagliente ed impressionante rischia di diventare anche un classico esempio dei nostri tempi. Moore rappresenta l’opposizione e “Fahrenheit 9/11” è un prodotto che, visti i contenuti, sarebbe bello illuminasse tanta gente… Ma la verità (nonostante il clamoroso successo al botteghino avuto anche negli stessi Stati Uniti) è che finirà con l’illuminare solo chi già era d’accordo con lui. Chi già fin dall’inizio nutriva fondati dubbi su Bush.
Dopottutto i legami dei Bush con i Bin Laden non erano un segreto… E che la guerra in Iraq fosse un pretesto per questioni economiche e petrolifere era risaputo.
Evidentemente non da tutti, ma non sarà Moore a far muovere le coscienze.
Perché il suo documentario si trasforma velocemente in un attacco personale contro Bush e come tutti gli accanimenti perde un po’ le sue intenzioni iniziali e finisce con il tralasciare cose importanti o interessanti. Mette fin troppo in ridicolo Bush quando dovrebbe indagare di più nel popolo, in coloro che lo hanno votato e lo appoggiano… da Britney Spears alla signora del Fast food…fino alla gente che lo applaude alle varie convention conservatrici… Moore ci rammenta che è stata una frode elettorale a permettere a Bush di diventare Presidente, ma avrebbe dovuto anche interessarsi a quei tre quarti o più di americani (e, purtroppo, non sono pochi) che in ogni caso lo avevano votato. Chi erano? Perché lo hanno votato? Questo manca nel film. O comunque rimane un dettaglio quando invece avrebbe dovuto essere uno dei temi centrali.

Nella seconda parte Michael Moore vuole sottolineare l’inutilità e le conseguenze di questa guerra (e di tutte le guerre), e dopo un’interessante descrizione del clima di tensione creato dai media per far si che gli americani approvassero l’intervento in Iraq, sceglie un modo di narrare non lontano dai tanti fastidiosi reality show che ormai hanno assuefatto le nostre menti: seguire nelle diverse fasi del conflitto una vera madre (che si presta fin troppo alle telecamere…) e mostrare in “primo piano” il suo dolore per il figlio perso in Iraq. Una scelta che appare un po’ troppo furba per un prodotto che vorrebbe essere sincero.
Il film ha avuto lo stesso percorso (scandalo e polemica prima ancora di uscire e un provvidenziale illustre Premio che convincesse una major –in questo caso la Miramax- a distribuirlo) di tutti quei prodotti che si assicurano un successo economico, ma che in mezzo al trambusto che suscitano, perdono per strada la loro essenza.

Probabilmente “Farhenheit 9/11” (perfetto fin dal titolo…) sarebbe stato più efficace se uscito in sordina ed in maniera meno clamorosa per poi diventare culto attraverso il passa parola.


Farheneit 9/11 - 2004 - di Michael Moore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto su Michael Moore su www.michaelmoore.com