Lavorare radicalmente
di Annarosa Buttarelli
 
 
(Annarosa Buttarelli, Giannina Longobardi, Luisa Muraro, Wanda Tommasi, Iaia Vantaggiato, La rivoluzione inattesa. Donne al mercato del lavoro, Dal saggio di Annarosa Buttarelli, pp.94-99, Pratiche Editrice 1997)

La concezione del lavoro come pura e inqualificata opportunità sta alla richiesta del mercato di oggi di tenersi pronti, duttili, flessibili, disposti alla propria dematerializzazione per cogliere l'occasione. Nell'etimologia di opportunità è contenuto però anche il senso di essere esposti, in balia perfetta di qualcosa di esterno. Qui si dimostrano fondati i dubbi e il senso di pericolo di chi vive in una situazione di precarietà.
E' una situazione a cui molti e molte oggi sono esposti, ma non senza salvezza, se si fa agire in essa il sapere della differenza femminile. C'è una ricerca, una delle poche che non assume, annullando la differenza sessuale, come oggetto "i giovani di oggi", che ha per titolo Bad Girls.(31) Le ragazze incontrate sono "cattive" perché non possono più essere comprese in alcuno dei ruoli tradizionali che ancora molte madri conoscono. Ci sono ragazze che hanno già un lavoro (per lo più di tradizione maschile: meccanico, disc-jockey, ecc.), altre che frequentano ancora la scuola, altre che sono mantenute dalla famiglia. Ma risulta da tutte, stando ai loro racconti, che non subiscono il fascino delle opportunità, legali o illegali che siano. Sanno della possibilità di un avvenire di precarietà, ma non ne fanno un elemento costitutivo del loro pensarsi. Sono fortemente interessate alle relazioni (anche nelle forme delle sperimentazioni amorose) e fortemente determinate a provare a costruire o a cercare un lavoro che corrisponda loro per quel lo che sanno e amano fare. La prefattrice del libro, Rossana Campo, ne deduce che le madri e il femminismo sono riusciti a trasmettere l'essenziale: la fedeltà a sé. Ed è effettivamente questo che emerge dalla lettura: la capacità di ricercare, anche nelle difficoltà e nella sofferenza, le esperienze e le parole che riescano a dire qual è il proprio desiderio. Il libro non indica un tipo, una rappresentazione di chi sia e cosa preferisca la giovane di oggi, ma sa rendere conto della determinazione di molte di essere fedeli a sé.
E' un impegno simile a quello che accomuna alcune di noi legate in relazioni cui abbiamo dato il nome di Diotima. Ciò che ci distingue, rispetto a quelle ragazze, oltre all'età, è il rigore della ricerca e il sapere della necessità che la differenza sia messa in grado di parlare e che si cerchi il suo voler dire all'interno di relazioni. Questa forma di relazione lega anche alcune di Diotima (io tra queste) con la ricerca e l'esperienza di giovani studentesse e studentesse-lavoratrici che danno vita ad associazioni che creano lavoro,(32) con alcune cooperative ad egemonia femminile,(33) con sindacaliste alle prese con le trasformazioni del lavoro.(34) Ho potuto così conoscere l'area che definisce l'orizzonte operativo che accomuna il percorso e le scelte di molte: l'autoimprenditorialità (o autogestione) e l'economia non profit. Entrambe le opzioni potrebbero essere comprese in una routine di scelte determinate da una valutazione realistica del restringimento di senso e di quantità del lavoro contemporaneo, crisi della società delle merci compresa.
Vi sono alcuni fenomeni generali che si stanno verificando in Italia e in altre nazioni europee, come la Francia e l'Inghilterra, valutabili come diffusi tentativi di andare nella direzione delle scelte di campo dell'economia non profit, per rispondere al problema del lavoro, ma anche alle condizioni di povertà o di minacce di impoverimento. Nomino alcuni di questi fenomeni: 1) la pressione agìta dagli esponenti del grande capitale che incoraggiano la nascita e l'espansione delle imprese cooperative; 2) la forte espansione del cosiddetto Terzo Settore ONG, (Mercato equo e solidale, servizi alle persone, ecc.) che ha come parole d'ordine solidarietà e anticapitalismo; 3) la rinascita del Mutuo Soccorso, soprattutto nei luoghi dove la vita civile e i livelli di sopravvivenza stanno degenerando. Lo praticano gruppi, spesso informali che fanno circolare al loro interno ciò che è necessario, anche senza l'uso di denaro, ma scambiando, ad esempio, servizi con servizi o con beni o viceversa; 4) l'investimento di grandi aspettative sulla formazione professionale continua, che sostiene la cosiddetta flessibilità e mobilità e autoimprenditorialità.
Propongo una lettura di questi quattro fenomeni:
1) i rappresentanti e sostenitori del grande capitale sanno bene che è sempre più difficile creare posti di lavoro e offrono indicazioni, più o meno disinteressate, perché il conflitto sociale sia contenuto, ben sapendo che può diventare esplosivo. Perciò enfatizzano una formula, l'economia cooperativa e non profit, la cui esistenza è ora vantaggiosa. Ai rappresentanti degli interessi del grande capitale si unisce lo Stato, suo storico collaboratore, cercando di convogliare masse di lavoratori fuori dalla società dei salariati e verso il lavoro autonomo con agevolazioni, ecc. E' una via appoggiata anche dalla sinistra e fortemente dai laburisti inglesi, ad esempio.
2) discutere del Terzo Settore significa discutere quasi sempre e solo delle pratiche anticapitaliste e di solidarietà, facendo di queste parole delle astrazione o dei rigidi principi, togliendo attenzione alla professionalità necessaria comunque, anche se si è contro il capitalismo. Questo porta alla formazione di una specie di economia parallela che, come quella cooperativista, si sistema accanto al mercato e in un certo senso ne costituisce l'altra faccia complementare e necessaria. In queste aree la questione della solidarietà è spesa nel senso della tutela di diritti, e perciò spesso sfocia nella istituzionalizzazione, o entra a coprire solo aree di bisogno lasciate sgombre dal mercato capitalista.
3) le iniziative e imprese basate propriamente sul mutuo soccorso si diffondono spesso in sacche residuali della società, o in gruppi sociali che subiscono il ritorno della povertà su grande scala, o in luoghi dove lo Stato non può più o non è mai potuto arrivare. La necessità stringente in cui sono questi luoghi spinge all'aiuto reciproco, ma in un circuito chiuso che si limita a zone che, non solo geograficamente, stanno alla periferia e li rimangono anche politicamente.
Tra i tre fenomeni, visti fino ad ora, è quest'ultimo quello che mi sembra il più interessante per l'alto livello della sperimentazione nelle relazioni e negli scambi che mette in campo.
4) la formazione professionale è un'invenzione dell'era tecnologica si basa sull'assunto che gli esseri umani siano intercambiabili, purché vengano sottoposti a dosi massicce di informazioni presto obsolete e di tecniche altrettanto velocemente deperibili. E' confacente all'avvento del tecnopolio e alla convinzione che "il primo se non l'unico obiettivo del lavoro e del pensiero umano sia l'efficienza; che il calcolo tecnico sia comunque e sempre superiore al giuidizio umano, che il giudizio umano non sia affidabile perché minato da negligenza, ambiguità e sovrastrutture; che la soggettività sia un ostacolo alla chiarezza del pensiero; che tutto ciò che non si può misurare o non esiste o sia privo di valore; che gli esseri umani debbano essere guidati, amministrati, guariti da esperti".(35)
A tutti questi fenomeni manca radicalità di sguardo e di pensiero. Questo è evidente nel caso del capitale che, paradossalmente, si fa paladino del cooperativismo ed è evidente anche nel caso della formazione professionale presentata come strada obbligata per accedere al mondo del lavoro o per permanervi. Ma anche gli altri due fenomeni, collocandosi o in un mondo parallelo o nella pura marginalità, non cambiano il già-dato, anche se soccorrono degnamente chi è nel bisogno o confortano chi non è dedito al cieco consumismo.(36)
In questo scenario le parole autoimprenditorialità/autogestione ed economia non profit potrebbero denotare semplicemente lavori un po' meno alienati o lavori competitivi su un mercato che ha bisogno di novità e innovazioni. E' possibile accedervi esattamente secondo l'atteggiamento dell'opportunismo e coglierle come un'occasione tra le altre.(37) Di per sé le due definizioni non garantiscono nulla, né un cambiamento soggettivo di chi le pratica, né la sicurezza di aver di che vivere: il mercato mette fuori gioco facilmente chi si presenta troppo disarmato, anche simbolicamente, o troppo trasgressivo.
Tuttavia la scommessa è possibile lavorando radicalmente, ma senza aggredire o trasgredire per principio ogni equilibrio o disequilibrio esistenti. Come fare dell'autoimprenditorialità, delle imprese non profit, avventure significative e qualificate, come togliersi dal semplice parallelismo economico, magari essendo già fuori dalla produzione di merci e dai giochi finanziari? Facendo dell'impresa un'impresa politica, cioè radicalizzando il lavoro attraverso la produzione costante di sapere sulle scelte, sull'agire, sugli scarti, sulle contraddizioni, sulle relazioni, a partire dalla differenza femminile.
La spinta a inventarsi un lavoro quasi su misura, a creare la propria impresa e a governarla non è al seguito della prescrizione del far da sé che la società di individui atomizzati indica come soluzione narcisista, sia a chi è in cerca di successo personale, sia a chi è in cerca di mezzi per sostenersi. Si tratta piuttosto della determinazione a costituirsi un luogo, a far nascere la novità di un luogo dove possa agire propriamente un'adesione efficace al desiderio, alla ricerca del proprio agio.

Note:
  • 31 Cfr. André Gorz, Metamorfosi del lavoro. Critica della ragione economica, tr.it. di Stefano Musso, Bollati Boringhieri, Torino 1992, pagg. 121-140.
  • 32 Questa "predizione" marxiana, collegata all'ineluttabilità del crollo del capitalismo, ha attirato numerose critiche: ricordo solo, anche perché provengono da impostazioni teoriche diverse se non antitetiche, per quanto riguarda il tema del lavoro, Simone Weil (cfr. Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale, tr. it. di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1983, pagg. 35-35 e pag. 120) e Annah Arendt (cfr. Vita activa. La condizione umana, tr. it di Sergio Finzi, Bompiani, Milano 1989, pag. 74); entrambe le autrici sottolineano che Marx, dopo aver glorificato il lavoro, sogna la liberazione dal lavoro.
  • 33 Cfr. Simone Weil, Prospettive. Andiamo verso al rivoluzione proletaria? in Sulla Germania totalitaria, tr. it a cura di Giancarlo Gaeta, Adelphi, Milano 1990, pag. 190.
  • 34 Ivi, pag. 181.
  • 35 Cfr. Renato Rozzi, Psicologi e operai, Feltrinelli, Milano 1975, p. 123. Cfr. anche Olivetti, Centro di Psicologia, Primi risultati di un'inchiesta sul personale addetto alle linee "transfer" di montaggio, Ivrea 1961 (ora in AA. VV., Psicologi in fabbrica, Einaudi, Torino 1980, pagg. 109-122). Confrontando il rendiconto dell'inchiesta con il commento che ne fornisce Rozzi, ho notato che le operaie (circa il 20% alla Olivetti nel 1961) mentre compaiono nell'inchiesta, spariscono invece, con la complicità della lingua, dal commento, che parla sempre di operai: discutendone con Renato Rozzi, ho potuto capire che, in generale , le operaie erano ancora più "mostruose", dal punto di vista psicologico, dei loro compagni maschi, cioè erano, nel contempo, le più disponibili all'adattamento e quelle che avvertivano maggiormente la "fatica nervosa", che per molte si traduceva in nausee. La loro maggiore adattabilità era forse dovuta al fatto che, per loro, lavorare alla Olivetti ( i lavoratori della Olivetti costituivano, in quegli anni, una specie di aristocrazia operaia, pagata meglio che altrove e con e con migliori condizioni di lavoro) rappresentava un privilegio ancora maggiore che per i loro compagni, in quanto significava anche sfuggire a condizioni familiari speso pesanti. Una giovane operaia meridionale, come mi ha raccontato Rozzi, era combattuta tra il peso della famiglia di origine, che viveva con il suo stipendio, e le prospettive di una nuova vita, molto diversa, che il lavoro in fabbrica le schiudeva; non poteva coltivare realisticamente le sue aspirazioni personali, neppure quelle affettive, perché il dovere verso la famiglia la schiacciava; trascinata da questo peso, il conflitto con se stessa, con l'angoscia di non farcela, ripetutamente crollò a terra, svenuta, mentre lavorava alle "transfer". Ogni volta si rialzò e riprese a lavorare, ma dovette sacrificare alla famiglia, che puntava su di lei per un riscatto sociale, le sue aspirazioni personali: quando penso al "miracolo economico" degli anni sessanta in Italia, penso che questo è stato possibile anche grazie a tante donne come lei.
  • 36 E' doveroso ricordare la gravissima crisi che sta attraversando attualmente la Olivetti: migliaia di operai rischiano oggi di essere licenziati.
  • 37 Cfr. Giorgio Gasparotti, Liberarsi col Lavoro. Liberarsi dal Lavoro. Studi sulla organizzazione del lavoro, Franco Angeli, Milano 1989.
© Pratiche Editrice 1997