Glossario
 
Apocalisse culturale

Bonomi si riferisce al concetto elaborato dall’antropologo Ernesto De Martino (1908-1965). Vedi, in particolare, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali (editore Einaudi), in cui De Martino applica categorie esistenzialiste e fenomenologiche per stabilire una omologia forte fra malattia mentale del soggetto individuale e disagio psichico dei soggetti collettivi sottoposti a tensioni da mutamento culturale. I passi seguenti sono estratti dall’edizione uscita nel 1977.
"Si esiste, ci si sente persona, nella misura in cui [...] stanno a nostra disposizione le memorie retrospettive dei comportamenti efficaci per modificare la realtà e la coscienza prospettica e creatrice di ciò che occorre fare, qui e ora, per riuscire a produrre il valore nuovo, la iniziativa creatrice personale. In questa dialettica fra memoria retrospettiva e slancio prospettico si inserisce la presenza. Famiglia e società, e quindi cultura nel suo complesso, stabiliscono l’orizzonte di sicurezza dell’esserci..." (p.142).
"Come rischio antropologico permanente il finire è semplicemente il rischio di non poterci essere in nessun mondo culturale possibile, il perdere la possibilità di farsi presente operativamente al mondo, il restringersi – sino all’annientarsi – di qualsiasi orizzonte di operabilità mondana, la catastrofe di qualsiasi progettazione comunitaria secondo valori" (p.219) .

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Lavoro autonomo di seconda generazione

L’elenco dei lavoratori che gli analisti della transizione dal fordismo al postfordismo fanno rientrare in questa definizione è piuttosto ampio. Per quanto riguarda il contenuto del lavoro, si va dai consulenti nei settori finanziario, del marketing, pubbliche relazioni, al lavoro intellettuale che viene decentrato dall’industria della comunicazione (giornalisti della carta stampata e radiotelevisivi, consulenti di case editrici, eccetera), alle funzioni di servizio e supporto nei confronti delle reti lunghe del capitalismo molecolare (ma l’elenco potrebbe dilatarsi fino a comprendere tutti i profili professionali del terziario avanzato). Per quanto riguarda le forme di relazione con l’impresa, si va dal rapporto di consulenza (l’"esercito delle partite Iva") alle varie forme di lavoro parasubordinato, come i contratti di collaborazione coordinata e continuata. Si tratta d’un universo variegato non solo per tipologia, ma anche per livelli di qualificazione e di reddito. In merito alle caratteristiche che unificano tutte queste attività, la teoria mette l’accento su due aspetti: il loro elevato contenuto di operazioni relazionali e comunicative (vedi Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia, a cura di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli, editore Feltrinelli), e il fatto che si tratta di lavoratori che possiedono come unico mezzo di produzione saperi e competenze che richiedono un continuo sforzo di aggiornamento (vedi l’intervista ad Aldo Bonomi).

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Capitalismo molecolare

Aldo Bonomi usa questo termine per descrivere l’evoluzione recente del capitalismo italiano, che scommette su una maggioranza di medie imprese in grado di competere sul mercato mondiale con tattiche da "multinazionale tascabile", cercando di conquistare e difendere nicchie di mercato più che di arrivare prime nella gara della "world production". "La forza di questo sistema, istituzionalmente debole, sta in un capitalismo molecolare disegnato dal rapporto tra le medie imprese consolidate e la galassia di piccole imprese e pulviscolo artigiano disseminate sul territorio(...). La media impresa, che è quella largamente prevalente, tende a non crescere in quantità quanto piuttosto a moltiplicarsi in flessibilità e nelle attività produttive..."
(citato da Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia, Einaudi, p. 8)

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Globalizzazione

Il termine, utilizzato assieme a termini analoghi come mondializzazione, deterritorializzazione, omologazione, eccetera, rinvia alla dissoluzione di tradizioni, culture, valori, identità, modi di produzione e pratiche di vita locali nel grande calderone del mercato capitalistico mondiale. Un processo rispetto al quale il sistema della comunicazione e i nuovi media svolgono un ruolo determinante. "Società globale e mondializzazione fanno apparire il mito del capitalismo come natura, ove "l’uomo libero" deterritorializzato, l’individuo sradicato, assoluto, svincolato dalle appartenenze viaggia nomade nello sviluppo dell’economia mondiale. In questo viaggio ognuno si può impadronire delle immagini, dei simboli, dei riti di appartenenza che più gli aggradano. Mondializzazione, deterritorializzazione, inducono la crisi di senso per ciò che non è più: famiglia, comunità, Stato nazionale, fondamenti del vivere." (vedi apocalissi culturali)
(citato da Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene, Bollati Boringhieri, p. 27).

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Glocale

Bonomi dà alla parola un significato simile a quello che Michel Foucault attribuiva al termine eterotopia, che il filosofo francese usava come contrappunto all’utopia (intesa come luogo immaginario della speranza) per indicare un luogo reale in cui spazi e luoghi diversi, anche fra loro incompatibili, riescono a convivere. In questo senso, il glocale (paradossale sintesi fra locale e globale) non sarebbe un non-luogo, bensì "un locale intriso e attraversato dalla modernità", il prodotto "artificiale" d’una nuova capacità di progettazione culturale, dello sforzo di costruire identità culturali sincretiche (vedi sincretismo antagonista) capaci di assumere in modo non schizofrenico la contemporanea appartenenza allo spazio della mondializzazione e allo spazio della comunità locale.

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Inclusione/esclusione

"L’uguaglianza, questa parola potente che ha attraversato i secoli agitando le passioni degli uomini, sembra avere esaurito il suo carisma mobilitante. Sempre più nel linguaggio economico, sociale e politico, la coppia uguaglianza/disuguaglianza è sostituita dalla coppia inclusione/esclusione. L’importante, per il soggetto sociale, non è essere uguale, ma essere incluso, cioè essere ammesso al processo che permette di accedere alle opportunità." (Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene, Einaudi, p. 42). Secondo Bonomi, tuttavia, tali opportunità si offrono esclusivamente a chi dispone delle competenze e dei saperi necessari a "lavorare comunicando", a capire e dominare quella "simultaneità" che costituisce la caratteristica fondamentale dei processi produttivi immateriali. Il liberismo telematico che caratterizza l’era della globalizzazione configura una società a rischio di esclusione per tutti i soggetti che non riescono a utilizzare le tecniche, i codici e i linguaggi della simultaneità.

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Moltitudine

Nel libro intitolato appunto Il trionfo della moltitudine (editore Bollati Boringhieri), Aldo Bonomi utilizza il termine per designare il sociale nell’era della globalizzazione. Vale a dire un sociale "disossato", che ha perso lo scheletro culturale, politico e antropologico delle comunità intermedie. Stato nazione, classi sociali, partiti, sindacati, famiglia, territorio locale come luogo della memoria e del racconto, collassano, lasciando soli di fronte alle grande macchina astratta del mercato e della comunicazione gli individui, i quali si vivono come sradicati, deterritorializzati, privi d'identità, storia, radici e tradizioni proprie, senza la protezione di legami solidali. Una condizione che li induce ad assumere acriticamente i valori e i modelli di comportamento veicolati dal globale o, al contrario, a ricostruire artificialmente radici, storia, tradizione, comunità e legami solidali. La seconda scelta produce esiti opposti: dall’integralismo localistica delle Leghe al sincretismo antagonista dei centri sociali.

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Non più e non ancora

Così Aldo Bonomi titola il primo capitolo del libro Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene (editore Bollati Boringhieri). La formula è dichiaratamente presa in prestito dal filosofo Ernst Bloch, ma Bonomi le affida diverse sfumature di significato. A volte il termine evoca qualcosa di simile allo slogan "no future", caro alle contro culture giovanili degli anni 80 (vedi il recente Costretti a sanguinare, edizioni Shake, di Marco Philopat, che descrive il movimento punk milanese fra il 1977 e il 1984). In questo senso viene utilizzato per indicare la perdita di prospettiva storica che caratterizza la società contemporanea, appiattita su un eterno presente in cui tutto è déjà vu, nulla appare davvero per la prima volta. In altre circostanze, vedi l'intervista a "erewhon", l’autore lo utilizza per mettere in luce come la transizione in corso vada interpretata in quanto tempo del malessere e della perdita di certezze, come apocalisse culturale caratterizzata dall’intreccio fra mondi passati e mondi a venire.

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Reti corte e reti lunghe

Si tratta di concetti che esprimono la dinamica del capitalismo molecolare come nuova forma di appropriazione capitalistica delle risorse sociali del territorio. I tradizionali rapporti di subfornitura - che legano grande, media e piccola impresa configurando il territorio locale come distretto industriale – non tramontano. Al contrario: i processi di decentramento produttivo integrano una massa crescente di lavoratori autonomi di prima generazione (il pulviscolo artigianale) nel ciclo produttivo flessibile. Tuttavia queste reti corte possono sopravvivere solo grazie al lavoro autonomo di seconda generazione che costruisce le reti lunghe delle imprese mondializzate, vale a dire l’apparato di comunicazione attraverso il quale queste ultime sfruttano le risorse locali per conquistare nicchie del mercato globale.

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Sincretismo antagonista

Il termine sincretismo proviene dalla storia e dalla filosofia delle religioni, e indica il processo di reciproca contaminazione fra due, o più, tradizioni religiose differenti. Il suo uso estensivo (nel senso di contaminazione fra tradizioni culturali, etiche, politiche o fra sistemi di comportamenti e valori sociali) è conseguenza del diffondersi di forme di meticciato culturale nella società postmoderna e globalizzata. Il concetto di sincretismo antagonista nasce come ulteriore estensione del termine: nell’epoca che vede il trionfo del pensiero unico, si configura la possibilità di fare coalizione fra identità, concezioni e pratiche in apparenza assai distanti ma accomunate dal rifiuto dell’idolatria del mercato. Il filosofo Romano Madera ha elaborato l’idea nel libro L'alchimia ribelle (editore Palomar). Una versione più radicale del concetto, che considera potenzialmente antagoniste al capitale mondializzato persino certe identità tradizionalmente "reazionarie", è sviluppata dall’intellettuale anarchico Hakim Bey nel libro Millennium (edizioni Shake). Il concetto di sincretismo elaborato da Aldo Bonomi è più "ecumenico", in quanto auspica una contaminazione anche fra culture locali e cultura globale (vedi la sua definizione di spazio glocale).

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Transizione dal fordismo al postfordismo

Sull’onda dell’ormai celeberrimo saggio La condizione postmoderna, del filosofo francese Jean-François Lyotard (editore Feltrinelli), l’utilizzo del prefisso post nelle categorie interpretative dei fenomeni della transizione di fine millennio si è mostruosamente inflazionato. In tal senso, nemmeno il concetto di modo di produzione postfordista si sottrae alla critica di definire il presente esclusivamente come negazione del recente passato. Tuttavia, occorre ammettere che gli studiosi che ne fanno uso hanno dato un importante contributo all’analisi della transizione dal ciclo di fabbrica al ciclo diffuso sul territorio. In particolare, va loro riconosciuto il merito d’aver respinto l’equazione fra società postmoderna e società postindustriale. Le analisi sul postfordismo hanno dimostrato, al contrario, che la crescente importanza delle funzioni di relazione e comunicazione nel processo produttivo, e il crescente peso degli elementi immateriali del prodotto, non rappresentano un superamento della produzione capitalista di merci, ma coincidono con l’estensione del suo dominio alla totalità dei rapporti sociali.

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