Premessa
di Carlo Formenti




C’era una volta il marxismo. Allora la sinistra non litigava tanto sui principi teorici, quanto sul modo di interpretarli e applicarli. Si litigava fra riformisti e rivoluzionari, con tutte le sfumature intermedie (che non erano poche). Si litigava, cioè, su quale fosse la strada migliore per assecondare il compito della storia, la grande levatrice che avrebbe fatto nascere il mondo nuovo. Però nessuno nutriva il minimo dubbio in merito al soggetto della trasformazione: il ruolo toccava alla classe operaia.
Se volessimo raccontare le liti della sinistra d’oggi, la favola dovrebbe invece iniziare così: c’era una volta la classe operaia. L’assenza d’un soggetto riconosciuto da tutti come il soggetto della trasformazione, infatti, ha spostato i termini della questione: ieri la contrapposizione era fra sfumature ideologiche, oggi è fra culture. Meno feroce forse, ma più profonda.
La prima barriera divide appunto chi non rinuncia alla centralità operaia da tutti gli altri. Ma "tutti gli altri" non costituiscono un’area omogenea. Chi ne fa parte è accomunato dal fatto che si considera ancora di sinistra, anche se ha abbandonato la concezione marxista della lotta di classe. Per il resto - secondo quali opposizioni assume come significative (progresso/conservazione, uguaglianza/diseguaglianza, inclusione/esclusione, giustizia/ingiustizia, libertà/uguaglianza, ecc.), e secondo la diversa importanza che attribuisce ad ognuna di esse - si distribuisce lungo un ventaglio che si apre dal radicalismo libertario al neoliberismo temperato, passando per il socialismo democratico.
Siamo dunque in presenza d’una sinistra che assomiglia a un mosaico di culture, e che si comporta come una coalizione d'interessi. Purtroppo gli interessi entrano spesso in conflitto, costringendola ad un costante sforzo di mediazione politica e sociale. Ed è qui che sorge l’interrogativo: esistono teorie capaci di analizzare interessi e culture mettendoli in relazione a precisi soggetti sociali? Non sembra che il mercato offra molto. Scartato il marxismo, più che di teorie sociali, si è andati in cerca di teorie politiche ed economiche, pescando nella biblioteca degli intellettuali che una volta venivano definiti con disprezzo liberaldemocratici.
Certo non mancano concetti che si propongano d’offrire un’interpretazione complessiva della transizione, come quelli che parlano di società postmoderna o postindustriale. Ma l’imbarazzante prefisso post suggerisce come, una volta descritto ciò che non è più, resti poco da dire su ciò che sarà. E’ tuttavia doveroso fare un’eccezione: il concetto di transizione dal fordismo al postfordismo qualcosa di nuovo e interessante l’ha prodotto. Forse perché è nato dall’intento, meno ambizioso ma più realistico, di descrivere le concrete trasformazioni del modo di produrre, più che da quello di elaborare nuove categorie universali. "erewhon" s’è già occupata del tema presentando Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia, a cura di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli (Feltrinelli editore). Una raccolta di saggi che analizzano il tramonto del modo di produzione fondato sulla concentrazione del macchinario e della forza lavoro nelle grandi fabbriche, e lo sviluppo d’un modello produttivo che affronta la sfida del mercato globale mettendo al lavoro comunità, percorsi biografici, saperi, competenze - in una parola: tutte le risorse sociali - diffusi sul territorio. Si descrive la nuova organizzazione del ciclo produttivo, che ha determinato il ridimensionamento del ruolo della forza lavoro salariata e ha fatto emergere una nuova figura di lavoratore, legata alle imprese da rapporti di consulenza, collaborazione, parasubordinazione, eccetera. E questa figura viene definita col termine lavoro autonomo di seconda generazione, per marcarne le differenze (possesso di competenze tecnico culturali che si riferiscono in primo luogo all’universo della comunicazione) dal lavoro autonomo di prima generazione (quello delle tradizionali professioni artigiane o d'altro genere).
Sembra un modello sociologico agli antipodi di quello elaborato dall’operaismo marxista. Invece le cose non sono così scontate. Il concetto di lavoro autonomo di seconda generazione non è, infatti, lontano da quell’idea di astratta forza lavoro intellettuale (general intellect) che Marx identificava col pieno sviluppo della classe operaia. Le teorie del postfordismo, quindi, potrebbero paradossalmente approdare al più classico dei paradigmi marxisti: il soggetto della trasformazione esiste ancora. Ad incarnarlo - esaurito il ruolo storico del lavoratore salariato – è oggi appunto il lavoro autonomo di seconda generazione.
Non sappiamo se gli autori del volume accetterebbero questa provocazione (né sappiamo se la considererebbero veramente tale). In ogni caso "erewhon" la lancia pubblicando l’intervista con Aldo Bonomi. Bonomi è da tempo uno dei protagonisti del dibattito italiano sullo statuto politico e sociale del lavoro autonomo di seconda generazione (vedi Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene, ed. Bollati Boringhieri, e Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia, Einaudi), ma la sua posizione non lascia spazio ad ambiguità: il soggetto della trasformazione non esiste, né esisterà, più.
Sul piano della descrizione empirica dei processi di trasformazione del ciclo produttivo, l’analisi di Bonomi non è molto differente da quella degli autori del volume curato da Bologna e Fumagalli. Ma c’è qualcosa che la rende più indigesta. Vale a dire, il fatto che Bonomi non offre consolazioni in merito alla vastità del deserto che viene. Il lavoro autonomo di seconda generazione non può essere il nuovo soggetto perché la realtà sociale è irreversibilmente caratterizzata dal trionfo della moltitudine, cioè dal passaggio da una massa strutturata da rapporti di classe a una massa anonima, costituita da un pulviscolo di soggettività isolate e reciprocamente in competizione. Socialità e fiducia divengono risorse scarse, dal momento che non sono più generate automaticamente dall’esistenza di luoghi di aggregazione come la fabbrica, il quartiere, il sindacato, il partito. Quanto ai soggetti che ancora fanno legame, si tratta di fenomeni di resistenza, di battaglie di retroguardia (come quella per le 35 ore), impegnate per conservare rapporti di forza destinati ad esaurirsi.
Un’analisi che consegna alla sinistra compiti difficili:"fare coalizione" fra differenti identità sociali, culturali e politiche senza coltivare mai più illusioni in merito all’esistenza d’un soggetto egemone; produrre "artificialmente" comunità, fiducia e solidarietà, capitalizzando esperienze come quelle dei centri sociali e delle imprese del terzo settore; imparare infine a non disprezzare (in nome dell’antica vocazione universalista) le identità locali che si oppongono ai processi di globalizzazione, valorizzando piuttosto il sincretismo fra il vecchio e il nuovo, fra il non più e il non ancora.