Intervista ad Aldo Bonomi
di Carlo Formenti




Aldo Bonomi (Sondrio, 1950) è direttore dell’Istituto di ricerca Aaster e consulente del Cnel. Fa inoltre parte dell’organismo internazionale di studiosi e imprenditori noto come "gruppo di Lisbona". La sua analisi sulle trasformazioni sociali in atto è concentrata in due volumi recenti: Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della società che viene (Bollati Boringhieri, pp. 133, L. 20.000) e Il capitalismo molecolare. La società al lavoro nel Nord Italia (Einaudi, pp. 169, L. 18.000). Quest’ultimo, uscito nell’autunno del 1997, è stato per qualche settimana nella classifica dei primi dieci libri di saggistica.


La letteratura teorica che analizza le trasformazioni degli ultimi vent’anni, ha elaborato diverse categorie interpretative per definire la società a venire e i modi di produzione su cui si fonda: s’è parlato di società postmoderna e postindustriale, di terziarizzazione e di produzione immateriale. Nei tuoi lavori mancano invece definizioni generali, e la sensazione è che ciò dipenda da una precisa scelta metodologica...

E’ vero, non m’è mai piaciuto osservare la transizione a partire dai grandi modelli: la mia vocazione è quella del ricercatore empirico, preferisco analizzare i fenomeni sociali "dal basso". Seguendo questa via sono giunto ad inquadrare l’analisi dei mutamenti in corso in relazione a quattro processi chiave: la scomposizione del lavoro, il superamento della fabbrica fordista, la dissoluzione delle appartenenze, l’impatto della tecnica. Questo approccio mi sembra più interessante di quelli che si sforzano di ridurre la grande trasformazione ad un unico concetto, come quello di transizione dal fordismo al postfordismo. Quel post (come quelli contenuti nei termini postmoderno, postindustriale e via discorrendo) esprime del resto la difficoltà di definire processi che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi ma, a mio parere, sono tutt’altro che conclusi.

Parliamo dei quattro processi che hai appena nominato...

Bene, con il termine scomposizione del lavoro voglio dire che oggi la parola lavoro dev’essere coniugata al plurale: c’è il lavoro subordinato, il lavoro autonomo di prima generazione e il lavoro autonomo di seconda generazione. Superamento della fabbrica fordista significa che la produzione non è più concentrata nel luogo del macchinario, bensì distribuita sul territorio. Attenzione: ciò non implica una transizione al postindustriale: la produzione di merci non è diminuita, anzi, è aumentata, solo che il suo luogo è diventato il territorio. Oggi non si compete fra imprese ma fra sistemi territoriali, fra reti corte e reti lunghe. Reti corte che si riferiscono ai distretti industriali e alle relazioni di subfornitura fra grande, media e piccola impresa, e reti lunghe che nascono dai grandi processi di delocalizzazione, per esempio trasferendo interi cicli Fiat da Torino all’Argentina o all’India. Terzo nodo la dissoluzione delle appartenenze: prima funzionava l’adagio: "dimmi che lavoro fai e ti dirò chi sei", oggi, così come dobbiamo parlare al plurale del lavoro, siamo costretti a fare lo stesso nei confronti delle identità. E qui cominciano i guai per la sinistra. Se l’emergere dell’identità di genere negli anni ’70 è stato uno choc, oggi sarà più dura, dal momento che viviamo una fase in cui, di pari passo col trasferimento del sistema produttivo dalla fabbrica al territorio, emergono prepotentemente le identità territoriali. Infine l’impatto della tecnica. Dopo l’epoca della natura raccontata (nelle società precapitalistiche) e quella della natura studiata (nel Seicento e nel Settecento), il capitalismo ci ha fatto vivere l’epoca della natura fabbricata. Il secolo che viene sarà invece quello della natura simulata: si progetta prima di mettere in produzione, è nella progettazione che vengono fatti i veri investimenti. Simulato il prodotto, la produzione si riduce a un problema di costi del lavoro, che viene affrontato nella prospettiva della globalizzazione.

Prima hai criticato il termine postindustriale, ma le cose che hai appena detto potrebbero essere interpretate come un deprofundis per l’industria capitalistica...

Assolutamente no. I processi che ho descritto non sono affatto conclusi. Non bisogna cadere nell’errore di scandire il tempo della transizione in modo che i mondi precedenti sembrino compiutamente tramontati e i nuovi compiutamente dispiegati. Mi sono sempre ispirato a Fernand Braudel e alla sua concezione della transizione come lunga deriva, come intreccio fra modelli che si stanno abbandonando e modelli che vengono avanti. Il dibattito su fordismo e postfordismo ha spesso contrapposto nostalgici del passato e cantori acritici del futuro. Per sottrarmi a questa falsa alternativa io uso una definizione cara al filosofo Ernst Bloch, il quale parla del non più e non ancora. Parlando di non più e non ancora intendo dire che stiamo vivendo una fase di malessere, di perdita di certezze. Ma scendiamo nel concreto: è ovvio che non si può dire che il lavoro salariato non esiste più, che è stato completamente sostituito dal lavoro autonomo di seconda generazione. Al contrario: quest’epoca è paradossalmente caratterizzata dal riapparire di forme di lavoro che si consideravano storicamente superate: ricompaiono il baratto, la schiavitù, la servitù della gleba.

Molti criticano queste tue affermazioni considerandole una boutade...

Non si tratta affatto d’una boutade. Cominciamo da quella nuova forma di baratto che sono a mio parere le banche del tempo. La banca del tempo è un posto dove uno va e dice: io t’insegno a navigare in Internet e tu mi dai in cambio una torta. Si tratta di pratiche che da noi non sono ancora diffuse, mentre nel mondo anglosassone si sono sviluppate per far fronte alla crisi dello stato sociale, consentendo ai soggetti di scambiare servizi in base alle loro competenze e risolvere in modi nuovi i problemi dei bambini, dei vecchi, della cura, eccetera. E luoghi di baratto sono anche i centri sociali, perlomeno nella misura in cui alimentano la pratica del prosumerismo, del produrre per consumare, e mettono al lavoro soggetti che si "autosfruttano" per produrre un bene divenuto oggi scarso, qual è la socialità. Vediamo ora la schiavitù. Con quale altro termine potremmo definire fenomeni come quello della tratta delle albanesi, comprate e inviate sul mercato della prostituzione, o il riapparire in forme drammatiche del problema del lavoro minorile? Se il termine schiavitù sembra forte, credo si debba almeno ammettere che stanno aumentando a dismisura i lavori servili. Ognuno di noi sa che se è europeo e bianco non farà una serie di lavori che toccano agli immigrati. E anche questo processo viene accelerato dalla crisi del welfare. Nella ricchissima Modena, per esempio, sono riapparse le badanti, una figura della famiglia patriarcale ottocentesca che si occupava di bambini e anziani mentre gli altri lavoravano sui campi. Chi deve occuparsi oggi d’un malato cronico o terminale, sa di non poter risolvere il problema attraverso le strutture pubbliche o il mercato privato, quindi ricorre al lavoro servile di tipo nuovo. E la servitù della gleba? Non saprei definire altrimenti la condizione di quei lavoratori che costituiscono il terminale della subfornitura: a questa gente viene affittato in leasing il capannone e il macchinario e consegnata la materia prima, dopodiché ritmi di lavoro e tempi di pagamento vengono stabiliti dal "feudatario". Si ritengono padroncini, ma basta che un Benetton decida di trasferire parte del ciclo in un’altra contea (per esempio in Romania o in Slovenia) perché divengano "anime morte", privi come sono di forme di rappresentanza e quindi impossibilitati a instaurare un conflitto.

A proposito di rapporti sociali feudali: nella tua analisi c’è spazio per il riemergere delle corporazioni...

Il tema delle corporazioni non è all’ordine del giorno solo per queste figure "basse" di lavoratori. Le figure "alte", i lavoratori che hanno come unico mezzo di produzione saperi e competenze che richiedono di essere continuamente aggiornate (e che, a mio a parere, sono quelli che meglio incarnano il concetto di lavoro autonomo di seconda generazione), manifestano più di altri l’esigenza di creare nuove corporazioni di mestiere.

Corporazioni, corporativismo: sono parole che suonano male all’orecchio della sinistra. Mi sembra arrivato il momento di affrontare i nodi cruciali delle forme di rappresentanza e del conflitto sociale: il mercato politico è in grado di offrire ideologie all’altezza della sfida?

Le analisi sociologiche dell’epoca precedente si fondavano sul concetto di massa, nell’ambito del quale si articolava il concetto di classe. Oggi ci troviamo a dover fare i conti con la moltitudine. Con questo termine definisco una massa al cui interno i tradizionali rapporti di classe sono stati soppiantati da meccanismi "egologici": rottura delle solidarietà di classe e ceto, isolamento e solitudine dei soggetti, individualismo proprietario. Che tipi di conflitto e quali ideologie emergono in questo scenario? Mi sembra che il mercato della politica offra cinque interpretazioni differenti dei processi in atto. Iniziamo dal liberismo dal basso: siamo abituati a pensare che il liberismo riguardi solo i soggetti che governano la globalizzazione, ma non è così: l’ideologia delle Lega, che alimenta la convinzione che basti abolire le regole (meno stato e più mercato) per offrire a chiunque libertà e autonomia, incarna ad esempio un’ambigua utopia di liberismo dal basso. Poi c’è il liberismo dall’alto, quello che abbiamo vissuto sulla nostra pelle durante questa transizione italiana per entrare in Europa, quello che coincide con le culture alla Ciampi: rispetto dei parametri monetari e finanziari, abbassamento dei costi pubblici, sostituzione delle politiche keynesiane con le macropolitiche di globalizzazione. Esaminiamo ora l’ideologia di chi, come Rifondazione comunista, vorrebbe ripristinare il fordismo per legge, allo scopo di tornare ad un’epoca in cui il meccanismo amico/nemico era trasparente. Tipica di questa ideologia è la convinzione che basti introdurre la settimana lavorativa delle 35 ore perché tutti tornino ad essere lavoratori salariati e normati, oppure che basti reimpostare politiche keynesiane dal centro per risolvere il problema della disoccupazione...

Prima di parlare delle ultime due ideologie vorrei che spiegassi perché ti sei sempre espresso criticamente sulle 35 ore.

Se con questa proposta si vuole denunciare il fatto che la giornata lavorativa sociale si è mostruosamente dilatata sono d’accordo: Ma le 35 ore non servono a combattere il fenomeno, perché l’estensione della giornata lavorativa sociale non riguarda il lavoro salariato e normato, bensì il lavoro autonomo di prima e seconda generazione. E non sono solo in nuovi "servi della gleba" a lavorare ben oltre le 50 ore settimanali, la giornata lavorativa dei lavoratori autonomi di seconda generazione è ancora più estesa, perché sono costretti ad occupare tutto il tempo vita per aggiornare continuamente le loro competenze. Ma riprendiamo il nostro elenco. La quarta ideologia è quella che definirei nuova socialdemocrazia (Ulivo-Pds per intenderci), ed esprime la convinzione che basti introdurre un surplus di regole all’interno del processo di liberalizzazione perché il meccanismo sociale torni a funzionare. Per completare il quadro occorre infine tenere conto del riapparire d’un forte pensiero comunitarista. Parlando di comunitarismo si tende a pensare a modelli americani o, per restare a casa nostra, a quello cattolico. Io intendo invece un pensiero che denuncia con forza la comunità come assenza. Rispetto alle grandi ideologie che hanno caratterizzato la storia del Novecento il panorama appare senza dubbio misero. Ma questa è appunto conseguenza del fatto che, mentre le grandi ideologie si relazionavano all’asse massa-potere, quelle d’oggi si definiscono in relazione a problemi di governo della moltitudine o esprimono le tensioni d’una massa ridotta a moltitudine.

Non hai detto quale di queste ideologie consideri più attrezzata per affrontare la realtà attuale...

Certamente nessuna delle prime quattro. Mi sembra che solo la quinta affronti la questione essenziale del nostro tempo, vale a dire quella della comunità come assenza. La transizione che stiamo vivendo, infatti, incide soprattutto sulle forme di convivenza: è, per usare la terminologia di Ernesto De Martino, una apocalisse culturale. Il che significa che si tratta di sostituire un legame sociale adeguato ai tempi a quello che è andato dissolto. Siamo in una situazione analoga a quella del primo 900, quando la transizione dal modello agricolo al modello industriale aveva generato un grande spaesamento, dovuto alla fine della famiglia patriarcale, della comunità contadina e del territorio come luogo del racconto. Allora fu necessario costruire legami sociali adeguati alla nuova comunità operaia e alle sue forme di rappresentanza: sindacati, partiti, eccetera. Ma prima che ciò fosse possibile, vi fu una fase intermedia di "alfabetizzazione". Basti pensare al ruolo che ebbero le università popolari per insegnare agli ex contadini a parlare e a scrivere, a rapportarsi ai poteri della società industriale. Anche oggi sta avvenendo qualcosa di analogo: esistono saperi e competenze senza i quali si è muti e ignoranti, la vera differenza è fra chi naviga su Internet e chi no, fra chi ha accesso alla comprensione e alla gestione dei processi di simultaneità e chi no. Esistono risorse scarse che vanno conquistate e socializzate, pena l’esclusione. Oggi il conflitto sociale ha a che fare assai più col meccanismo esclusione/inclusione che con quello uguaglianza/diseguaglianza.

E tuttavia hai scritto che la sinistra sbaglierebbe se identificasse negli esclusi i soggetti politici su cui concentrare l’attenzione. Chi dovrebbe essere allora, secondo te, il soggetto protagonista del nuovo "blocco sociale"?

Per rispondere vorrei partire dal concetto di socialità come bene scarso. Prima la prossimità dei legami sociali permetteva che fiducia e socialità venissero prodotte quasi automaticamente. Basti pensare a cosa significava essere concentrati in una fabbrica o in un quartiere, oppure a cosa significava l’esistenza d’uno stato sociale che ti garantiva contro la vecchiaia e la malattia. Ora che tutto questo non è più scontato, io penso che l’obiettivo sia quello di produrre socialità artificialmente. Bisogna superare le barriere che dividono i salariati in fabbrica dai lavoratori autonomi di prima generazione che operano nel ciclo della subfornitura. E bisogna superare le barriere che dividono queste due categorie dai lavoratori autonomi di seconda generazione, che sono poi quelli che costruiscono le reti di comunicazione su cui si basa il funzionamento del capitalismo molecolare, i lavoratori del ciclo della consulenza, i produttori di marketing, eccetera. Le barriere cominciano a cadere nel momento in cui diviene chiaro che si tende sempre di più a lavorare in fabbrica come se si fosse un lavoratore autonomo e viceversa: chi ha ancora un "impiego a vita" viene sollecitato a sviluppare un meccanismo di empatia, come se l’impresa fosse sua, e chi sta fuori, anche se si percepisce come autonomo, è sottoposto a tempi e ritmi di lavoro né più e né meno d’un lavoratore subordinato. E’ a partire da qui che si può cominciare a ragionare su un nuovo blocco sociale. Ma non inganni il termine gramsciano: Gramsci aveva in mente il blocco sociale del fordismo, con una classe operaia in posizione egemone nei confronti d’una composizione sociale molto meno frammentata di quella attuale. Oggi non esiste un soggetto egemone: si tratta di fare coalizione fra una pluralità di soggetti. Che è poi quello che sta facendo il capitalismo: coalizioni fra grande imprese e finanza, fra medie imprese per acquisire assieme nicchie di mercato, fra medie imprese e piccole imprese, fra imprese, università e territorio per competere con altre coalizioni territoriali.

Mi pare che questa idea di coalizione senza centro differenzi la tua analisi da quella di Sergio Bologna, il quale sembrerebbe più propenso a identificare nel lavoro autonomo di seconda generazione il nuovo soggetto "antagonista"...

Sì una differenza c’è. Schematizzando, mi pare che Bologna ragioni così: 1) la coalizione va costruita attorno a un soggetto, 2) il soggetto innovativo della transizione è il lavoro autonomo di seconda generazione, quindi 3) tutto deve girare intorno a questo soggetto. Io penso invece che ciò non sia possibile, per il semplice motivo che siamo di fronte a differenti dinamiche conflittuali. Non possiamo ignorare il fatto che molti conflitti nascono da meccanismi di resistenza, cercando di riscoprire il senso di determinate identità primarie. E’ una situazione che genera paradossi, come quello per cui a difendere lo stato nazione contro la mondializzazione troviamo oggi la sinistra neocomunista invece della destra. E paradossi e ambiguità sono presenti in altri fenomeni di resistenza, come quello del "comitatismo": nei comitati di cittadini trovi quelli che lottano per ripulire il territorio da emigrati, ladri e puttane in nome di legge e ordine, ma anche quelli che lottano per la qualità della vita, contro le discariche, perché il traffico non uccida le relazioni sociali. Un insieme di fenomeni che potremmo sintetizzare come resistenza alla velocità in nome dei valori della lentezza. Ebbene io non credo che queste forme di lotta debbano essere classificate come "arretrate" rispetto a un ipotetico soggetto "avanzato".

La tua prospettiva sembra vicina all’idea di sincretismo antagonista sviluppata da un filosofo come Romano Madera e da un vecchio e sofisticato intellettuale anarchico come Hakim Bey, i quali, sia pure da differenti punti di vista, sostengono entrambi la necessità d’un crogiolo in cui far convergere tutte le identità e le forme culturali che si oppongono al "pensiero unico" e alla globalizzazione...

Apprezzo il libro di Madera e ritengo che il concetto di sincretismo culturale sia decisivo per ripensare i conflitti del nostro tempo. Per esempio, sul campanile di San Marco è salita la "local generation", mentre la "global generation" naviga in Internet. Ebbene, non si deve accettare che vi sia, da una parte, chi si rinchiude totalmente nel locale, dall’altra, chi si "disincarna" nell’astrazione del globale. Occorre fare sincretismo fra locale e globale per costruire quello che ho definito uno spazio glocale, cioè uno spazio che consenta d’andare dal locale al globale e viceversa. Occorre fare sincretismo fra lavoro normato e lavoro autonomo, comprendendo che queste condizioni sono più intrecciate di quanto non appaia. Occorre fare sincretismo fra differenti identità etniche e culturali, superando l’idea che il conflitto sia fra Occidente del mondo e tutto il resto. Un esempio di ciò che intendo è l’esperienza del senegalese che lascia il suo mondo per entrare nel nostro: la sua identità precedente non esiste più, ma non ne ha ancora assunta una nuova. Un altro esempio è la capacità di far convivere le differenti identità regionali, nazionali, sovranazionali che ognuno di noi viene necessariamente ad assumere: chi si fissa ad un unico livello è perduto. Un’ultima considerazione in merito al carattere antagonistico del sincretismo: non penso che il conflitto debba opporre i pochi che governano la globalizzazione a tutti quelli che ne restano esclusi, penso piuttosto che si debba evitare uno scontro frontale fra queste due componenti, che porterebbe solo alla barbarie, per far nascere dei "luoghi intermedi" che consentano di ricostruire socialità.