La percezione dello spazio e del tempo
nel lavoro indipendente
di Sergio Bologna



(Il lavoro autonomo di seconda generazione, a cura di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli, Feltrinelli 1997, Da "Dieci tesi per la definizione di uno statuto del lavoro autonomo" di Sergio Bologna, pp.16-23)

La percezione dello spazio

Il lavoro indipendente di seconda generazione ha acquistato una sua specificità nel periodo che va dagli anni settanta a oggi e che si colloca quindi in una fase storica in cui l'organizzazione dello spazio plasmata dal taylorismo, sia nella fabbrica che negli uffici, si è andata destrutturando. La percezione dello spazio del lavoratore salariato era riferita a due "luoghi" nettamente distinti, due sistemi di regole e culture separati, la casa e la fabbrica, l'abitazione e l'ufficio, il luogo della vita privata, della famiglia, degli affetti, e il luogo del lavoro.

La prima caratteristica del lavoro indipendente è la domestication del luogo del lavoro, è l'assorbimento del lavoro nel sistema di regole della vita privata, anche se i due spazi, dell'abitare e del lavorare sono tenuti distinti. Non occorre che il lavoro sia lavoro a domicilio o lavoro effettuato con cooperanti familiari perché ci sia domestication; è sufficiente che il luogo di lavoro sia concepito come luogo dove vigono regole stabilite dal lavoratore indipendente medesimo, affinché la cultura e le abitudini della vita privata si trasferiscano sul luogo di lavoro. La prima conseguenza è che l'orario di lavoro segue le abitudini, i cicli vitali, della vita privata.
La seconda conseguenza è un mutamento delle abitudini mentali rispetto a diverse coordinate della vita civile. Rispetto al lavoratore salariato, che era abituato a trascorrere la maggior parte della sua vita attiva in uno spazio non suo, ma appartenente ad altri e che altri avevano plasmato e organizzato e dove altri avevano scritto le regole da rispettare al suo interno, il lavoratore autonomo sviluppa un senso di maggiore "proprietà" delle regole vigenti all'interno degli spazi, quindi di minore accettazione delle regole altrui. Mentre l'"alienazione" del lavoro salariato divideva l'individuo in due cicli socio-affettivi, il ciclo della vita privata e il ciclo della vita lavorativa, la (apparente) non alienazione del lavoro indipendente riduce l'esistenza a un unico ciclo socio-affettivo, quello della vita privata.
Una forma particolare di organizzazione dello spazio lavorativo è quella dei distretti industriali, dove coesistono diversi tipi di relazioni funzionali, che strutturano lo spazio: l'impresa tradizionale a maggioranza di lavoro salariato e la microimpresa indipendente, ma sia l'una sia l'altra sono comprese in un unico spazio locale, in un unico territorio, nel quale luogo del lavorare e luogo dell'abitare si sovrappongono fino a combaciare. Il luogo dell'abitare, all'interno di un distretto, ha caratteristiche diverse dalla company town. Mentre nel "viaggio operaio " della fabbrica fordista la regola del lavoro imponeva il proprio ordinamento sulla regola domestica e sotto il profilo urbanistico e architettonico il modello della fabbrica si riproduceva nel modello delle abitazioni, nel distretto industriale sembra che la compenetrazione tra luogo del lavoro e luogo dell'abitare produca un "terzo sistema di regole", un ibrido, una specie di "territorio abitativo della produzione" che, pur non essendo più in grado di modellare urbanisticamente e architettonicamente lo spazio (dando luogo a uno spreco del territorio, a un'assenza di piano), ciononostante ha prodotto forme di coesione sociale e strutturato le relazioni sociali cooperative (osmosi dei processi innovativi, formazione endogena della forza-lavoro) in forme più affini alla mentalità del lavoratore autonomo che a quella del lavoratore salariato.
A controprova di quanto importante sia, nella definizione di uno statuto del lavoro autonomo, la soppressione della separazione tra casa e lavoro, si considerino i tentativi messi in atto oggi dal sistema capitalistico per "salarizzare" il lavoro indipendente. Un primo esempio è quello che si riferisce al telelavoro.
Il sistema capitalistico, resosi conto che la domestication del lavoro ne può accrescere la produttività e può evitare al lavoratore la fastidiosa sensazione di essere "alienato", che la mobilità abitazione-ufficio può essere un costo sociale pesante e diventare un costo per l'impresa, guarda oggi con favore a forme, come il telelavoro, che consentono di ricomporre l'unità tra luogo dell'abitare e luogo del lavorare. In realtà, non appena scoperto, il telelavoro mette in evidenza la difficoltà di ricomporre delle regole per un lavoro salariato che si compie nell'abitazione del prestatore. Mentre per il lavoro autonomo non si presentano problemi di tutela della privacy, in quanto il luogo del lavoro è assimilato al luogo dell'abitare, per il lavoro salariato, essendo per definizione un lavoro che appartiene "ad altri", occorre stabilire un nuovo sistema di regole che separi nuovamente quel che con il telelavoro si era voluto unire, con l'obiettivo non facile da raggiungere di tracciare, all'interno di un luogo limitato e monofunzionale come un normale appartamento, i confini tra sfera privata dei diritti e sfera dei diritti ripartita col datore di lavoro. Un'altra soluzione a cui si sta pensando è quella di costruire "asili" di telelavoratori, edifici commerciali adibiti esclusivamente a uso del telelavoro, tornando in tal modo al punto di prima, cioè al sistema binario casa-ufficio proprio del lavoro salariato.
Il secondo esempio è quello che riguarda l'impresa a rete, cioè un'impresa organizzata su più luoghi del lavoro, tra di loro coordinati. La definizione marshalliana di distretto industriale era quella di una factory without walls, di una fabbrica senza mura, sparsa sul territorio. Il coordinamento tra impresa dominante e imprese subfornitrici, buona parte delle quali operanti in regime di lavoro indipendente, ha garantito per molto tempo una straordinaria flessibilità, ma ha messo in luce anche l'alta incidenza di costi derivanti dall'attività di coordinamento e di scambio fisico di merci e servizi tra l'impresa dominante e la sua rete di subfornitori. Finché questi costi sono stati scaricati sulla collettività o sul subfornitore le cose hanno potuto continuare come prima, ma quando sono emersi vincoli tecnici e organizzativi molto forti, che rischiavano di rendere ingovernabile il sistema (come nel caso dello sciopero degli autotrasportatori), è nata l'idea di riportare dentro i walls dell'impresa dominante i singoli subfornitori, secondo una concezione di "rete intra muros".

Ma qualunque ritorno indietro alla organizzazione tayloristica dello spazio del lavoro possa essere immaginato, non sarà possibile cancellare più il nuovo abito mentale del lavoro autonomo, nato dalla sovrapposizione tra sfera socioaffettiva domestica e sfera del lavoro.
La domestication del lavoro è una condizione dell'uomo moderno, che sta a lui saper usare come terreno di maggior libertà o maggior schiavitù. Non c'è dubbio comunque che faccia parte delle prerogative del lavoro autonomo e come tale che sia uno dei fattori costituenti il suo statuto specifico.

La percezione del tempo

Nessun elemento costitutivo dello statuto del lavoro autonomo ha un carattere di specificità così marcato quanto il senso del tempo. Si potrebbe dire che la differenza fondamentale tra lavoro salariato e lavoro autonomo consiste nella diversa organizzazione del tempo di lavoro. Il tempo di lavoro del salariato è un tempo di lavoro regolamentato, quello dell'indipendente è un tempo di lavoro senza regole, dunque senza limiti. La storia della regolazione del tempo di lavoro dalla rivoluzione industriale a oggi ha, come unico filo conduttore, la fissazione di limiti al tempo del lavoro salariato, assumendo come unità di misura la giornata o la settimana lavorativa. La storia del lavoro salariato industriale come movimento sociale, come coalizione per la difesa degli interessi di classe, segue la falsariga della regolamentazione del tempo di lavoro. Non è per caso che la giornata della festa del lavoro salariato, il 1 maggio, sia la giornata che ricorda il sacrificio di operai che lottavano per la fissazione del limite giornaliero delle otto ore di lavoro.
Malgrado questo mutamento macroscopico, di prolungamento della giornata lavorativa non solo sembra essere passato inosservato, ma avviene il contrario e cioè che illustri sociologi e saggisti, i quali amano esercitarsi in analisi del capitalismo contemporaneo, vanno scrivendo il contrario e cioè che il tempo di lavoro si è accorciato. Per spiegare questo paradosso occorre da un lato considerare gli effetti che "il mito dell'automazione" ha prodotto sulle analisi del capitalismo contemporaneo e, dall'altro, fare mente locale sulla struttura delle statistiche del lavoro dei singoli paesi europei, dell'Unione Europea e dell'OCSE.
Per "mito dell'automazione" intendo la credenza secondo cui la sostituzione della forza-lavoro con il macchinario controllato dall'intelligenza artificiale, sia a livello di operazioni manuali sia a livello di operazioni ad alta complessità intellettuale, produrrebbe un'era felice di "liberazione dal lavoro" e aumenterebbe la quota di tempo libero a disposizione. Questa credenza, a riprova delle sue asserzioni, produce delle serie statistiche, che dimostrano come dal secolo scorso in poi l'orario di lavoro sia andato diminuendo. Ora, se indubbiamente è vero che sul lungo periodo la tendenza alla riduzione dell'orario di lavoro si è affermata nei paesi industrialmente avanzati - segno tangibile delle lotte sindacali del lavoro salariato - è altrettanto vero che le statistiche del lavoro, dagli anni trenta in poi, non hanno sostanzialmente cambiato impostazione e hanno proseguito allo stesso modo anche quando, dopo gli anni settanta, è avvenuta una radicale trasformazione della struttura dell'occupazione, con l'estendersi dell'area del lavoro indipendente e dell'area del lavoro deregolamentato e precario del terziario "povero". Le statistiche del lavoro prendono come punto di riferimento le aree contrattuali "forti" del lavoro salariato, in particolare gli orari contrattuali dei settori caratterizzati dalla presenza di grandi imprese private e dei settori dell'impiego pubblico, comprendono meno l'area della piccolo-media impresa, non riescono a cogliere la realtà dei settori del terziario "povero" non tutelati sindacalmente e non tengono conto degli orari del lavoro indipendente. Sicché la rappresentazione del tempo di lavoro diventa tanto più distorta quanto più si allarga la piramide dell'occupazione. Per tentare di ovviare a questa assurdità, l'Unione Europea ha introdotto dal 1987 (l'Italia vi ha aderito solo nel 1992) un'indagine diretta, che ha evidentemente dei limiti molto grossi, ma che è stata sufficiente a gettare un fascio di luce sulla realtà dei tempi di lavoro dei lavoratori autonomi, quanto bastava però per smentire la credenza della liberazione dal lavoro e dell'aumento del tempo libero a disposizione di chi lavora. Per comprendere la deformazione della realtà provocata dalle statistiche correnti, basterà ricorrere a un esempio comprensibile ai più.
Immaginiamo di dover valutare statisticamente coi criteri correnti gli orari di lavoro settimanali medi nel settore dei trasporti di merce. Verranno messi in conto gli orari contrattuali dei lavoratori inquadrati nei contratti "di trasporto" (addetti delle case di spedizione e dei corrieri, lavoratori delle ferrovie e delle compagnie aeree, lavoratori portuali e marittimi) insieme all'ammontare medio delle ore straordinarie effettuate nel corso del mese o della settimana. Non verrà messo in conto il lavoro autonomo, per esempio degli autotrasportatori indipendenti, che rappresentano la larga maggioranza degli occupati del settore e che hanno degli orari di lavoro medi che stanno sulle 60/65 ore settimanali, né quello delle cooperative di facchinaggio, che rappresentano la larga maggioranza della forza-lavoro manuale nei depositi e centri merci. Non solo, ma se si pensa che le case di spedizione e i corrieri di dimensioni tali da avere un inquadramento contrattuale controllato sindacalmente in Italia sono la minoranza, si può ben capire come l'orario contrattuale dell'impiegato della casa di spedizione, che la rilevazione statistica assume come base di riferimento, rappresenta un indicatore molto vago degli orari di lavoro effettivamente esistenti nel settore. Sicché pare che solo gli orari di lavoro contrattuali dei ferrovieri e dei dipendenti delle compagnie aeree possano rispecchiare la realtà dell'orario di lavoro nei rispettivi settori. Ma chi ha qualche dimestichezza col settore sa che l'incidenza di questa forza lavoro, sul totale della forza lavoro presente nel settore trasporti di merce, è minimo. Non solo, la forza-lavoro addetta ai trasporti di merce nei segmenti ferroviario e aereo solo in parte, ormai solo per una minoranza, è inquadrata nei contratti nazionali, perché sempre più è composta da cooperative o lavoratori autonomi o dipendenti di imprese che aderiscono a inquadramenti contrattuali che non rientrano nel ramo "trasporti". Il problema maggiore, nei settori in rapida trasformazione come quello dei trasporti di merce e della logistica conto terzi, è rappresentato dal fatto che gli inquadramenti contrattuali non corrispondono minimamente all'effettiva organizzazione del lavoro. Si pensi al settore, in forte espansione, dei cosiddetti "operatori logistici conto terzi" coi rispettivi centri di stoccaggio, trattamento e distribuzione delle merci; non esiste in Italia un contratto di lavoro per gli addetti a questo settore e ogni impresa agisce per conto suo, chi aderisce al contratto del commercio, chi a contratti dell'industria, chi al contratto degli spedizionieri, chi al contratto dei magazzini generali, chi a contratti di gruppo particolari (si veda l'esempio Sinport-Fiat), in definitiva la maggioranza di queste realtà d'impresa non viene classificata sotto la voce "trasporti", senza contare che l'organico di queste imprese è formato solo in parte da dipendenti salariati (spesso in misura inferiore al 50%), mentre per il restante è formato da soci di cooperative o lavoratori indipendenti. Ma non basta. Se ci prendiamo la pena di leggere i contratti più recenti, ci accorgiamo che negli anni novanta è avvenuta una radicale trasformazione nell'organizzazione del lavoro formalizzata a livello contrattuale, per cui la struttura dell'orario di lavoro del salariato con contratto a tempo indeterminato è tale per cui, anche se gli è garantito un orario contrattuale settimanale di 38 ore, il sistema di flessibilità dell'orario, articolato su turni che ruotano in uno spazio lavorativo di 24 ore su 24 per sette giorni alla settimana e per 363 giorni lavorativi all'anno (1 maggio e 25 dicembre come uniche festività) lo porta a orari di fatto superiori del 30/40%.
Concludendo, l'immagine che le statistiche ci restituiscono della giornata lavorativa sociale sono largamente distorte anche per quanto riguarda i lavoratori salariati, e per quanto riguarda gli orari di lavoro dei non salariati o sono inaffidabili o sono mute. Se un lavoro di sei ore giornaliere può essere definito un lavoro a part time, vuol dire che qualcosa è cambiato nella giornata lavorativa sociale.
Segnalata così, spero in maniera evidente, la complessità del calcolo degli orari di lavoro nel postfordismo, torniamo agli orari dei lavoratori autonomi.
Dopo la domestication, l'altra molla che spinge verso un'intensificazione della giornata lavorativa dei lavoratori autonomi è la forma della retribuzione non più commisurata a unità di tempo elementari (ora, mese), ma a una prestazione della quale viene determinato, spesso in maniera generica, solo il risultato, cioè il prodotto, e il termine di consegna del medesimo. Basta, per il medesimo prodotto, che il committente richieda tempi di consegna più stretti (con maggiorazione o meno della retribuzione) perché il cosiddetto "taglio dei tempi" - visibile e documentabile nella fabbrica fordista, indivisibile nella prestazione di lavoro autonomo - ricada sulla giornata lavorativa del lavoratore autonomo.
Un altro fattore di identificazione della giornata lavorativa sta nelle cosiddette "regole non scritte del mercato", per cui se un lavoratore autonomo si sottrae ai termini di consegna richiesti "esce dal mercato", ossia subisce una forma di licenziamento temporaneo che gli consentirà di riflettere sulla sua debolezza contrattuale e, nella maggior parte dei casi, lo costringerà a tornare a testa bassa dal committente per vendersi a un prezzo inferiore.
L'intensificazione dei ritmi di lavoro può essere provocata inoltre dalla spinta al sempre maggior guadagno, opportunità che il mercato consente al lavoratore autonomo, mentre è negata al lavoratore salariato. In che modo i lavoratori autonomi riescano a far fronte a questi vincoli della loro condizione - con quali sacrifici personali, con quale inventiva con quali accorgimenti - fa parte di quella "storia invisibile del lavoro" che forse qualche storico un giorno saprà ricostruire sulla base delle fonti orali e dei pochi documenti disponibili, così come è accaduto per la storia del lavoratore salariato.
"Riduzione generalizzata dell'orario di lavoro", "lavorare meno per lavorare tutti" - se questi slogan suonano come vuote parole per il lavoro salariato postfordista, figuriamoci per il lavoro autonomo. Tuttavia essi esprimono un sentire diffuso, rimandano a dei valori di civiltà. Finché i lavoratori autonomi non avranno trovato forme proprie e originali di autotutela, eventuali nuovi diritti sanciti dal legislatore rischieranno di restare sulla carta o di essere affidati esclusivamente all'azione disciplinatrice della magistratura.

Una giornata lavorativa senza limiti non è la sola differenza nella percezione del tempo di lavoro tra salariati e indipendenti.
Una seconda differenza riguarda la percezione del tempo inserita nella progettualità dell'esistenza. Il rischio immanente di fallimento è costitutivo dello statuto del lavoro autonomo, la sensazione di camminare sul filo del rasoio, con la possibilità di passare rapidamente da benessere del ceto medio all'indigenza, il cosiddetto "rischio povertà" dei lavoratori indipendenti, producono un abito socialpsichico incapace di progettare a lungo termine. Basta una malattia, basta un incidente che costringa all'inattività per sei mesi, basta una fattura di una certa consistenza non pagata, basta una pesante richiesta di danni da parte del committente, basta il fallimento, doloso o meno, di un fornitore o di un committente, per produrre la rovina per sé e i propri collaboratori. Il senso di insicurezza causato dai meccanismi di mercato e dalla totale mancanza di ammortizzatori economici, induce a comportamenti di "risparmio assicurativo", che portano a voler accumulare sempre di più. Poiché il lavoro autonomo è fortemente intrecciato coi destini familiari, fortissima è l'incidenza degli squilibri provocati da scelte o comportamenti generazionali.
Il rifiuto da parte dei figli, per esempio nelle imprese artigiane, di voler seguire le orme del padre, porta non solo alla distruzione di un patrimonio occupazionale e di abilità professionali, ma ad accentuare lo sforzo imprenditoriale di breve periodo, secondo un senso del tempo "accorciato", incapace di "pensare in grande" e quindi di produrre innovazione.
Sarebbe fuorviante, tuttavia, caratterizzare la percezione del tempo di lavoro del lavoratore indipendente solo in maniera negativa, come intensificazione dello sfruttamento e insicurezza permanente. La rottura dell'orario di lavoro normato e l'autorganizzazione del tempo di lavoro hanno consegnato a una fetta importante della società moderna un nuovo senso della libertà, un nuovo abito mentale nei confronti delle istituzioni e dei processi di disciplinamento, hanno dislocato le frontiere della democrazia e imposto all'individuo un governo della propria esistenza capace di creare sistemi di vita migliori di quelli del lavoro salariato. E' difficile tuttavia cogliere il senso "collettivo" di questa trasformazione, la capacità plasmatrice di una nuova civilizzazione, se ne colgono per ora gli effetti a livello individuale.

© Feltrinelli 1997