La protesta fiscale e la rappresentanza
della piccola impresa
di Roberto Biorcio

(Roberto Biorcio, La Padania promessa, capitolo VIII, pp.166-181, il Saggiatore1997- in questo estratto sono omesse le note)

I temi che abbiamo discusso sono stati utilizzati dalla Lega soprattutto per costruire e rafforzare l'idea del "popolo della Padania", referente basilare dell'identità del movimento. Nel corso del suo sviluppo, il movimento ha esteso il suo originario quadro interpretativo per accogliere diversi interessi e temi utili per allargare il potenziale di mobilitazione e il consenso elettorale. Il senso di questa svolta è ricostruito con chiarezza da Bossi: "La pura e semplice autoidentificazione etnica dei ‘piccoli grandi popoli del Nord’ non bastava a rompere l'accerchiamento, a far breccia nel munitissimo sistema romanocentrico. Bisognava penetrare dentro le contraddizioni del sistema statalistico-capitalistico, sottolineare i vantaggi economici di una rivoluzione istituzionale andando oltre la semplice rivendicazione delle identità etnico-culturali".
Per allargare il consenso, il Carroccio a partire dai primi anni novanta si è appellato direttamente agli interessi di diversi settori sociali. Il movimento si è impegnato sempre più sui temi della protesta fiscale e della difesa degli interessi della piccola impresa industriale e commerciale. L'iniziativa leghista su questi temi, malgrado i frequenti richiami ai principi del liberismo, ha riprodotto il discorso e la linea di azione tipici dei partiti populisti che si sono impegnati nella protesta fiscale.


8.1 Protesta fiscale e movimenti populisti

Il movimento organizzato in Francia dal cartolaio Pierre Poujade negli anni cinquanta aveva rappresentato un primo esempio importante di formazione politica nata dalla protesta fiscale della piccola impresa. Il movimento si era sviluppato nell'ambito della crisi della IV Repubblica rivendicando la riduzione delle tasse "contro lo Stato vampiro", in polemica con il governo di Parigi accusato di espropriare la laboriosa periferia. In contrapposizione alla grande politica, al grande capitale e alle grandi strutture statali si caricano di moralità gli interessi di una categoria che incarna le virtù del popolo laborioso. Il movimento (Union pour la Défense des Commerçants), partito da interessi immediati di ceti in declino, ha assunto progressivamente la fisionomia di un movimento nazionalista popolare e provinciale. Poujade si presenta come un De Gaulle popolare: la Francia che rappresenta è la laboriosa provincia dei commercianti, degli artigiani e delle piccole imprese a conduzione familiare. Questa Francia provinciale è la vera nazione, spogliata e depredata dal centro parigino: "Il poujadismo fa perno sul nazionalismo in senso proprio, ossia sulla Francia come nazione storica, la cui essenza è però incarnata dalle classi medie residenti nella provincia ostile alla modernizzazione". Il movimento, che denuncia la corruzione pubblica e le degenerazioni del parlamentarismo, e assume atteggiamenti xenofobi e antisemiti, riesce a raccogliere quasi due milioni e mezzo di voti nelle elezioni del 1956, eleggendo 52 deputati. La dissoluzione del gruppo parlamentare - che comprendeva anche Le Pen, futuro fondatore del Front National - ha segnato la fine del movimento.
Diversi tipi di partiti antitasse si sono formati, a partire dagli anni settanta, nei paesi scandinavi e hanno messo in discussione i consolidati sistemi di Welfare e le forme tradizionali di rappresentanza politica, conquistando un largo consenso popolare. Nel 1972 Mogens Glistrup, sconosciuto fiscalista, ha fondato in Danimarca il Partito del progresso (FRPD) che è riuscito a ottenere il 15,9% dei voti nelle elezioni politiche dell'anno successivo. Glistrup era diventato famoso dichiarando in una trasmissione televisiva di non pagare le tasse a un sistema fiscale troppo rapace e iniquo. Il nuovo partito alimenta e sfrutta la sfiducia nella intera classe politica e attacca i valori e le norme dello stato sociale danese. La critica all'alto livello di tassazione e al sistema di Welfare esistente è stata però accompagnata da richieste di miglioramento per una serie di prestazioni sociali. Il partito ha cercato così di conciliare i principi liberisti e il mantenimento di un elevato standard di protezione sociale, riservata esclusivamente ai cittadini danesi: una politica che è stata definita "sciovinismo del benessere (Welfare chauvinism)". Una componente della propaganda del partito è la polemica contro gli immigrati che, sebbene limitata al piano economico, induce negli elettori "una più diffusa antipatia verso gli stranieri". A questa tematica si associa la richiesta di una azione più decisa e di pene più severe contro la criminalità.
In Norvegia Andreas Lange ha fondato nel 1973 un partito gemello del Partito del progresso danese, che presenta il proprio programma nel nome stesso: "Partito di Andreas Lange per una forte riduzione delle tasse e delle interferenze governativa". Il partito ottiene subito un discreto successo, riuscendo a eleggere quattro deputati al parlamento con il 5 % dei voti. Dopo la morte del fondatore, si trasforma in Partito del progresso norvegese e riesce a incrementare notevolmente i consensi alla fine degli anni ottanta: con il 13 % dei voti diventa il terzo partito norvegese nel 1989. Il partito assume un profilo politico assai simile al Partito del progresso danese, e si caratterizza come una formazione "radicalmente anti-statalista, per il libero mercato, populista, per una politica di legge e ordine antimmigrati".
In Svezia si forma solo negli anni novanta un partito paragonabile ai Partiti del progresso danese e norvegese, che assume il nome di Nuova Democrazia. Appena fondato il nuovo partito, riesce a entrare nel parlamento nazionale conquistando il 6,1% di voti nel 1991. La piattaforma politica comprende anche in questo caso la lotta all'imposizione fiscale come tema centrale, unita a richieste di riduzione degli apparati statali, di inasprimento dell'azione contro la criminalità e di provvedimenti contro gli immigrati. Nuova Democrazia, come i Partiti del progresso degli altri paesi scandinavi, collega la protesta fiscale all'opposizione alla classe politica, alle procedure parlamentari e all'insofferenza per la politica.
I partiti anti-tasse fondati nei tre paesi scandinavi raccolgono un elettorato dal profilo sociale e politico molto simile. Il consenso è soprattutto forte nell'ambito della classe operaia, ed è espresso da elettori che si differenziano da quelli di tutti gli altri partiti per le prese di posizione sulle tasse, sugli immigrati e sulla lotta alla criminalità.
I Partiti del progresso e Nuova Democrazia, partendo dai temi della protesta fiscale, finiscono per assumere connotati simili a quelli di molti partiti neopopulisti europei. Anche se sono forti le differenze culturali e ideologiche tra i Partiti del progresso e un partito come il Front National francese, si può dire che "essi possono far discendere le proprie forze da una stessa fonte". I programmi di queste formazioni sono invece molto lontani dalle posizioni neoliberiste emerse nelle esperienze di governo thatcheriane e reaganiane. I partiti antitasse dei paesi scandinavi vogliono infatti mantenere, e possibilmente migliorare, un elevato livello delle prestazioni sociali per gli appartenenti alle rispettive comunità nazionali. La protesta fiscale è utilizzata non solo per ottenere una riforma della politica economica, ma anche come leva per una generale contestazione della classe politica e dei partiti tradizionali.


8.2 La Lega come imprenditore della protesta físcale

Il potenziale di protesta fiscale esistente in Italia non è inferiore a quello degli altri paesi europei, ma si è sempre orientato a sfruttare gli spazi esistenti per l'elusione e l'evasione piuttosto che a esprimersi con un'aperta rivolta fiscale. Ed era mancato fino agli inizi degli anni novanta un imprenditore politico impegnato a gestire direttamente la protesta.
Il potenziale teorico disponibile per la protesta fiscale si può determinare calcolando, nell'ambito delle diverse categorie sociali, il rapporto fra tasse pagate e benefici ricevuti. Questo potenziale appariva elevato già alla metà degli anni ottanta: secondo alcune stime coinvolgeva il 13 % dell'elettorato nel 1984. Giudizi molto critici sul sistema fiscale italiano si ritrovavano, d'altra parte, in tutti i sondaggi di opinione: "le tasse sono troppo alte, mal distribuite e l'uso che ne fa lo Stato è maldestro e improduttivo".
Il malessere fiscale cresce ancora di più nella seconda metà degli anni ottanta, in parallelo al logoramento dei rapporti fra elettori e partiti politici tradizionali. L'opinione pubblica appare sempre meno soddisfatta per gli scambi con il sistema politico. Aumentano così da una lato le richieste di diminuire le tasse, mentre dall'altro, in riferimento alle prestazioni fornite dal sistema politico, cresce la denuncia per l'inefficienza dei servizi e l'aumento della corruzione negli apparati pubblici (cfr. tab. 8.1). Cresce di conseguenza anche il numero dei cittadini che vogliono diminuire il potere dei partiti che - teoricamente - dovrebbero rappresentare le domande della società civile.



Tabella 8.1 Opinioni sul fisco e il sistema politico-istituzionale (%)

1986 1988 1990 1992
Ritengono importantissimo
Meno tasse 43,4 49,2 53,0 53,6
Servizi pubblici e sociali
più efficienti
55,8 61,5 66,5 65,8
La lotta contro la corruzione
nello stato
64,9 65,7 68,4 73,7
Un limite al potere
dei partiti politici
24,4 30,0 32,3 37,4
Fonte: Sondaggi EURISKO 1986-1992

La critica al sistema fiscale e le richieste di cambiamento erano però trasversali rispetto agli schieramenti politici. L'attivazione della protesta fiscale appariva poco vantaggiosa, e molto rischiosa per i principali partiti politici tradizionali. La Lega ha potuto invece agire vantaggiosamente da imprenditore politico della protesta fiscale, che è stata inquadrata nella battaglia contro il sistema dei partiti ed è diventata il terreno principale per la difesa degli interessi delle regioni dell'Italia settentrionale. La gestione della protesta fiscale diventava una leva molto importante per allargare il consenso elettorale: il voto per il Carroccio poteva tradursi in concreti vantaggi economici per molti gruppi sociali.
La Lega Nord ha definito nel 1991, al suo primo congresso, le proprie proposte sulla questione fiscale, che ha trovato largo spazio nelle tesi presentate: "Non abbiamo bisogno di assistenzialismo ma che ci lascino lavorare in pace"; "E' indispensabile che vengano applicate delle rigide soglie limite alla pressione fiscale oltre le quali l'evasione diventa giustificata ed anzi legittima". In termini operativi le proposte sono state differenziate distinguendo fra obiettivi a breve e a lungo termine. Nell'immediato si rivendicano drastiche semplificazioni delle procedure, riduzione del numero dei tributi, detassazione degli utili reinvestiti, defiscalizzazione parziale degli utili non distribuiti, aumento delle possibili deduzioni. A lungo termine, una volta raggiunta l'autonomia amministrativa e fiscale da Roma, la Lega promette ai cittadini del Nord un limite massimo invalicabile del 30 % per la tassazione complessiva delle persone fisiche e del 25 % per la tassazione complessiva dei redditi da impresa.
La fase di maggiore impegno sulla questione fiscale del Carroccio è durata fino al 1994, con la produzione di molti manifesti e il tentativo di sviluppare iniziative di mobilitazione concrete dei contribuenti. Diversi manifesti del 1993 sono titolati "Rivolta fiscale" e invitano i cittadini a versare le tasse al proprio comune, o a versare una quota minima per non essere accusati di evasione. Si utilizza una parafrasi delle parole di Piero Gobetti per conferire un fondamento morale alla rivolta del contribuente: "Nella storia la rivolta fiscale è stata la risposta delle persone capaci, meritevoli e intraprendenti, contro lo strapotere degli incapaci, degli inetti, dei parassiti". Il partito di Bossi tende sempre più a ricondurre la questione fiscale e l'esigenza di dare slancio all'impresa privata a un aspetto della contraddizione Nord-Sud. Un manifesto giustifica la protesta fiscale con l'abisso morale che separa i laboriosi cittadini del Nord dai partiti politici, falsi protettori del Sud: "Dovere Morale. 30.000 mld. strappati ai cittadini per dare 24.000 + 9.000 mld. alla commissione politico-mafiosa che controlla il Sud. Regime Ladro. Il Sud ha bisogno di posti di lavoro, non di assistenza e di false pensioni di invalidità".
I tentativi di mobilitazione diretta sul terreno della protesta fiscale messi in atto dalla Lega hanno avuto però finora sempre un esito fallimentare. La proposta di non pagare l'ISI (Imposta straordinaria sugli immobili) è stata seguita da una minoranza trascurabile di contribuenti. La proposta di non sottoscrivere BOT e CCT e di scegliere titoli di stato stranieri non ha minimamente indebolito la richiesta di titoli di Stato italiani. Il ruolo di imprenditore della protesta fiscale assunto dalla Lega all'inizio degli anni novanta ha avuto effetti positivi solo sul terreno elettorale, favorendo indubbiamente l'espansione elettorale del nuovo partito. I benefici economici promessi dalla Lega erano d'altra parte sempre collegati alla realizzazione del progetto politico federalista: "Il Nord, la parte economicamente più forte ma anche la più maltrattata dallo Stato, la più critica, ha bisogno del federalismo, ha bisogno di una forte ventata liberista, antistatalista, che lo porti e lo mantenga a livello dei mercati internazionali".
Nel 1992 la rilevanza della questione fiscale fra gli elettori leghisti risulta molto superiore a quella rilevata fra gli elettori dei principali partiti italiani (cfr. tab. 8.2).



Tabella 8.2 Questione fiscale e intenzioni di voto

Intenzione di voto Ritengono importantissimo: Meno tasse
% (N.)
Lega 58,4 161
PDS 47,2 142
DC 39,7 312
Italia Settentrionale 49,2 2209
Fonte: Sondaggi EURISKO-SINOTTICA 1992 Regioni dell'Italia settentrionale

Con la nascita di Forza Italia, si è affermato dal 1994 un altro importante imprenditore della protesta fiscale. Il partito di Berlusconi ha fatto della battaglia per ridurre l'imposizione fiscale uno dei suoi temi caratterizzanti ed è riuscito a contendere efficacemente i consensi alla Lega Nord. Bossi è ben consapevole della concorrenza esercitata da Forza Italia su questo terreno e conduce una forte polemica contro "l'aristocrazia berlusconiana" e sottolinea le differenze "tra liberisti conservatori, che difendono i grandi interessi e i monopoli privati, e i liberisti popolani, ossia la Lega, che vogliono maggior libertà nell'economia, propongono l'azionariato diffuso contro il monopolio privato".
Attraverso "Il Giornale" di Feltri il centrodestra ha cercato di guidare ed estendere le iniziative di protesta fiscale promosse dalla Life fra gli artigiani e i piccoli imprenditori veneti. Il Polo delle Libertà ha organizzato la sua più riuscita manifestazione il 9 ottobre 1996 per protestare contro l'aumento della imposte contenuto nella legge finanziaria. Forza Italia e Alleanza Nazionale sono riusciti in questo modo a strappare molti consensi al Carroccio fra gli imprenditori e i lavoratori autonomi.
Nel 1996 l'insofferenza per la eccessiva pressione fiscale e la richiesta di più libertà per la libera iniziativa e gli affari è molto diffusa nelle regioni dell'Italia settentrionale, condivisa da oltre quattro quinti degli elettori (cfr. tab. 8.3). Questi atteggiamenti sono naturalmente molto più diffusi fra gli elettori dei partiti che hanno gestito e alimentato la protesta fiscale: Forza Italia, Alleanza Nazionale e la Lega.



Tabella 8.3 Orientamenti sulla politica economica
e intenzioni di voto (%)


Lega FI AN PDS PPI Nord Italia
L'eccessiva pressione fiscale penalizza il sistema economico 86,3 85,2 88,5 67,2 70,2 76,7
Più libertà per l'iniziativa privata e gli affari 82,7 92,5 90,1 68,5 71,1 78,3
I servizi sociali dovrebbero essere gratuiti per tutti 61,0 55,2 57,0 58,1 53,5 58,4
Fonti: Sondaggi ISPO e ABACUS 1996 Regioni dell'Italia settentrionale

Si può però rilevare una incongruenza nel "liberismo" degli elettori leghisti, che si dichiarano a favore della gratuità dei servizi pubblici in misura superiore a quella degli altri elettori. Gli atteggiamenti liberisti puri, non molto diffusi in Italia, si ritrovano con maggiore frequenza tra gli elettori di Forza Italia. Emerge così fra gli elettori della Lega un orientamento simile a quello dei partiti antitasse dei paesi scandinavi, che cercano di conciliare la riduzione del prelievo fiscale con il mantenimento di una estesa protezione sociale. Si segue così un progetto di politica economica poco realistico, ma molto vantaggioso per la conquista del consenso popolare.
La protesta contro la tassazione e l'assistenzialismo della Lega assume forme molto lontane dal neo-liberismo thatcheriano e reaganiano: "Piuttosto che in nome dell'individuo meritevole le proposte vengono avanzate in nome di una comunità". Il Carroccio unisce all'esaltazione della libertà dell'impresa e alla denuncia dell'assistenzialismo un chiaro orientamento protezionistico, non solo per le comunità locali, ma in prospettiva esteso all'intera Repubblica del Nord. L'autonomia impositiva e finanziaria delle regioni dell'Italia settentrionale dovrebbe infatti essere in grado di garantire meglio le pensioni, l'accesso alla casa e al lavoro per i cittadini della Padania e adeguati sostegni, incentivi e promozione per le imprese del Nord.
Le battaglie leghiste sui temi fiscali, così come le agitazioni del movimento poujadista, sono riuscite d'altra parte a "caricare di moralità la protesta antifiscale, non in nome dei valori astratti e procedurali del mercato, ma nei termini concreti e intensamente emozionali del sentimento di appartenenza a una comunità politica". La campagna sulla questione fiscale condotta sui giornali della Lega non si basa tanto sulla contraddizione "verticale" fra gli interessi del singolo contribuente e quelli della finanza pubblica quanto sulla contraddizione "orizzontale" fra gli interessi delle comunità regionali della "Repubblica Federale Padana" e quelle meridionali. Con inchieste e indagini basate sui dati ufficiali della Ragioneria di Stato e altre fonti ufficiali si alimenta la campagna sulla Padania che "paga il 66 per cento del carico fiscale", e sul sistema fiscale iniquo per le regioni della Padania ("I Lombardi sono i più penalizzati, ma tutto il Nord non sta molto meglio".) che costringe molte piccole imprese del Nord-Est a progettare un trasferimento delle attività produttive in Carinzia, in Croazia o nel Galles.


8.3 I valori e gli interessi della piccola impresa

Al suo primo congresso, la Lega Nord identifica la piccola e media impresa come referente sociale privilegiato. Nella relazione introduttiva Bossi denuncia "l'assenza di potere contrattuale nei confronti dello Stato centralista della piccola e media impresa, degli artigiani, dei commercianti e in generale di tutti i cittadini che hanno un lavoro autonomo la cui voce non arriva a Roma". Si è così introdotto un parziale mutamento della proposta politica leghista, basata fino ad allora sul riferimento pressoché esclusivo alle appartenenze etnoculturali e territoriali. L'allargamento della proposta politica originaria completa e articola il progetto di rappresentanza politica costruito dalla Lega su diversi piani:
a) identifica una base sociale privilegiata per l'opposizione al grande capitale e alle confederazioni sindacali;
b) specifica sul piano culturale la comunità ideale e i valori di riferimento del movimento;
c) si propone come referente politico privilegiato per il dinamismo delle reti di piccole imprese che si sono emancipate dalla funzione ausiliaria rispetto alla grande industria e si sono inserite efficacemente nel mercato internazionale.
I destinatari del discorso della Lega diventano così soprattutto i distretti industriali e i sistemi economici artigianali e industriali che caratterizzano la "terza Italia", mentre una minore attenzione è rivolta alla complessa struttura industriale della Lombardia, del Piemonte e della Liguria.
Il riferimento alla piccola impresa, agli interessi comuni dei piccoli imprenditori e dei loro dipendenti offre un riferimento alla Lega per una polemica con la grande industria e la grande finanza che non si confonde con quella delle organizzazioni sindacali confederali. Dal primo congresso, la Lega Nord denuncia la collusione fra grande capitale, sindacati e lo Stato centralista. Nel documento "Liberismo federalista: libertà di mercato e non asservimento al grande capitale", presentato dal futuro sindaco di Milano Formentini, si esplicitano le ragioni della posizione assunta dalla Lega: "Il centralismo, a livello sia degli stati sia europeo, è favorito dai grandi gruppi industriali e finanziari, con l'appoggio dei blocchi sindacali politicizzati, per i quali sono rilevanti solo le dimensioni dei mercati ed è preferibile saldare i propri interessi con quello di un unico centro di potere". Le proposte della Lega mirano a proteggere le reti produttive locali assicurando adeguati sostegni al sistema delle imprese medie e piccole.
La scelta di sostenere le esigenze delle piccole imprese in contrapposizione a quelle del grande capitale è stata più volte ribadita dagli interventi di Bossi in Parlamento: "A differenza delle piccole e medie imprese e dell'artigianato che sono le vere strutture portanti del "made in Italy", dobbiamo verificare che proprio il grande capitale ha divorato, attraverso i maggiori compromessi di Palazzo, gli aiuti più cospicui, lasciando a stecchetto la piccola e la media impresa [...]. La piccola e la media impresa sono le maggiori vittime predestinate della sciagurata politica finanziaria di questo regime".
La scelta a favore della piccola impresa assume grande importanza sul piano simbolico per il progetto leghista. La piccola impresa, soprattutto a conduzione familiare, bene integrata nella comunità locale, diventa il sacrario dei valori che caratterizzano i popoli della Padania: laboriosità, intraprendenza, tenacia, schiettezza, capacità di reggere la sfida della mondializzazione dell'economia senza perdere l'attaccamento al territorio e alle sue tradizioni. In contrasto con i meridionali, che "tendono a fare il meno possibile", il cittadino delle regioni dell'Italia settentrionale è orgoglioso del proprio lavoro, crede nel radicamento territoriale dell'impresa e fa affidamento sull'impresa locale per lo sviluppo economico della propria zona. Viene costruita dalla comunicazione leghista un'immagine ideale di comunità che "assomiglia molto alla "Terza Italia", e ne riflette una sorta di stereotipata idealizzazione: una comunità di famiglie-imprese, ben inserita nel mercato internazionale ma che conserva forti legami con la campagna".
La Lega ha progressivamente ricondotto la potenziale conflittualità verticale fra piccola e grande impresa in conflittualità orizzontale fra gli interessi della Padania e quelli delle altre regioni italiane: solo nel quadro del progetto di superamento dello Stato nazionale la piccola e media impresa, i commercianti e gli artigiani possono essere validamente tutelati: "Dietro al nostro progetto confederale ci sono anche loro, per necessità di sopravvivenza hanno bisogno di far sentire la loro voce nelle istituzioni e quindi è possibile solo portando via da Roma le competenze nel campo della fiscalità, industria, commercio e artigianato e assegnandole alla Repubblica del Nord".


8.4 Dinamismo della piccola impresa e deficit di rappresentanza

A partire dagli anni settanta la piccola impresa, soprattutto nelle regioni della "Terza Italia" ha avviato un processo di reindustrializzazione che ha garantito localmente elevati livelli di occupazione ed è stato in grado di affrontare efficacemente l'apertura internazionale dei mercati e di superare i momenti di recessione all'inizio degli anni novanta. In una prima fase lo sviluppo della piccola impresa era rapportato alle strategie delle grandi aziende e delle grandi concentrazioni industriali. La piccola impresa si è però progressivamente emancipata dalla funzione di ausiliaria della grande industria, ha sviluppato una serie di reti produttive creando veri distretti industriali. Nell'ultimo decennio il dinamismo del settore manifatturiero è stato sempre più dipendente dalla vitalità della piccola e media impresa, in grado di garantire una forte espansione dell'esportazione e un elevato valore aggiunto. Il radicamento nella comunità ha fornito risorse fondamentali per lo sviluppo delle reti di piccola impresa: "la conoscenza reciproca e in certi casi la parentela conserva un buon clima di affari, fiducia reciproca, rapidi trasferimenti di conoscenze e informazioni, anticipi di capitale e prestiti che facilitano il funzionamento del mercato ed evitano le asprezze".
Il territorio ha garantito l'integrazione fra il singolo imprenditore e l'insieme delle relazioni produttive e di mercato, diventando così una vera forza produttiva perché ha garantito agli attori economici "risorse decisive: specifiche condizioni di vita e di lavoro; conoscenze e linguaggi condivisi; possibilità di relazioni con altre imprese; servizi dedicati; accesso a infrastrutture materiali ed immateriali".Questi processi hanno avuto un particolare e vistoso sviluppo in Veneto, nel Friuli e in Trentino-Alto Adige: "Il Nordest si è rapidamente trasformato nell'iconografia nazionale (ma anche in quella internazionale) da periferia industriale a uno dei riferimenti centrali dell'economia globale: un sistema capace di coniugare alta competitività e occupazione, apertura internazionale e radicamento locale, innovazione e tradizione". In queste regioni, nonostante gli alti livelli di reddito raggiunti, si sono espresse con più forza l'insoddisfazione e la protesta per le politiche nazionali, e la domanda di un nuovo tipo di rappresentanza politica.
La Lega si è candidata ad accogliere la domanda di rappresentanza emergente da queste regioni e in generale da tutta l'area del lavoro autonomo e della piccola e media impresa. La Lega ha proposto una versione comunitaria del principio del libero mercato e della libera impresa, e si è impegnata a difendere, come abbiamo visto, l'impresa locale dalle minacce della grande impresa nazionale e multinazionale. Il progetto leghista prevede una modifica dell'articolazione dei poteri funzionale allo sviluppo dei distretti industriali e delle reti di imprese locali: si chiede perciò che il "governo dell'economia venga affidato alle comunità nelle quali per etnia, tradizioni, cultura, identità di interessi si riconoscono le popolazioni".
Il tentativo di creare una rappresentanza del mondo della piccola impresa si è concretizzato nella costruzione di associazioni sindacali e di categoria strettamente collegate alla Lega. Il 31 maggio 1990 è stato fondato a Bergamo il sindacato SAL (Sindacato Autonomo Lombardo) da dieci membri, fra cui i dirigenti leghisti Bossi, Speroni, Moretti e Leoni. Al sindacato si affianca un'associazione di imprenditori (l'ALIA, Associazione Liberi Imprenditori Autonomisti). Gli obiettivi del SAL, enunciati dallo statuto, prevedono "il perseguimento degli interessi nazionali del popolo Lombardo attraverso la trasformazione del sistema economico mediante l'azione sindacale, in modo da associare una ripartizione più equa dei frutti della produzione tra le diverse forze che vi concorrono, nell'interesse della collettività del popolo Lombardo".
Il sindacato leghista propone una sorta di "patto dei produttori" che esalta la cooperazione fra imprenditori e lavoratori nell'ambito della comunità locale: "chi sfrutta il lavoro dipendente e l'imprenditore è lo stato centralista romano. Gli imprenditori devono unirsi ai lavoratori contro l'unico vero nemico: Roma".
Il sindacato leghista si caratterizza per una serie di rivendicazioni specifiche:
a) la differenziazione della contrattazione a livello regionale, con differenti contratti per la piccola e la grande industria;
b) la differenziazione del salario per aree geografiche;
c) la fiscalizzazione dei contributi sociali e la defiscalizzazione del lavoro straordinario;
d) l'istituzione di fondi pensionistici regionali.
Gli obiettivi del sindacato leghista risultano di particolare interesse per la piccola e media impresa inserita nella comunità locale. In questi contesti imprenditori e lavoratori sono coinvolti nell'impegno per l'aumento della redditività delle imprese e per la sopravvivenza dello specifico distretto industriale. Il piccolo imprenditore di successo è spesso un ex-operaio: si diffonde così un modello imitativo di comportamento sociale, fondato sulla possibilità di accedere a elevati livelli di reddito. I lavoratori delle piccole aziende più dinamiche contrattano direttamente con l'imprenditore benefici salariali "in nero". Lo scopo del sindacato leghista è "garantire la difesa del diritto dell'imprenditorialità [...]. Restituire al rapporto tra imprenditore e lavoratori dipendenti il suo valore autentico, non più quello negativo di antagonismo e conflittualità così caro all'ideologia marxista, ma quello di un rapporto dialettico e contrattuale". Il rapporto di lavoro deve così "cessare di essere quello scontro che ha fatto la gioia e le fortune dei partiti romani [...] ma non difende gli interessi né del lavoratore né dell'imprenditore". La conflittualità fra lavoratori e imprenditori può in questo quadro essere superata, e sostituita dal comune impegno per ridurre il prelievo fiscale e contributivo dello Stato, e limitare il trasferimento delle risorse al Sud.
L'esperienza del SAL si estende progressivamente al Veneto, al Piemonte, alla Liguria e all'Emilia Romagna. Il primo maggio del 1993 viene fondata la ConferderSal che riunisce i sindacati fondati nelle diverse regioni dalla Lega Nord per "la promozione degli interessi dei popoli italiani".
Il sindacato e le associazioni imprenditoriali leghiste hanno ottenuto sinora uno scarso successo in termini di adesioni. In un'indagine svolta dall'Assolombarda nell'ottobre 1992 su un campione di aziende, gli iscritti al SAL sono risultati solo lo 0,05 degli addetti. Gli operai che votano Lega restano in molti casi iscritti alle tradizionali confederazioni sindacali. Anche nelle elezioni per le rappresentanze di fabbrica le liste leghiste sono poche e ottengono quote trascurabili di voti. Nelle elezioni per le rappresentanze sindacali svolte in Lombardia i candidati del SAL hanno ottenuto solo l'1% dei voti di lista.
Dopo la scelta della strategia indipendentista da parte della Lega, vengono trasformati secondo il nuovo progetto anche il sindacato e le organizzazioni di categoria leghiste. Nel maggio del 1996 nasce il SALP, il Sindacato Autonomo dei Lavoratori Padani, poi trasformato in SINPA (Sindacato Padano). Analogamente, l'ALIA è stata trasformata nell'associazione PIU (Padani Imprenditori Uniti) impegnata soprattutto nella difesa degli interessi della piccola impresa industriale.
Il SINPA, che si pone come obiettivo prioritario la possibilità di ottenere contratti di lavoro "padani", ha fissato gli elementi fondamentali del suo programma in una "Carta dei lavoratori della Padania". Si proclama il diritto dei lavoratori padani "alla casa, all'occupazione, alla salute, all'amore, alla famiglia, all'associazione sindacale". Il diritto al lavoro è garantito in base alla priorità nell'accesso ai posti di lavoro per i disoccupati padani rispetto ai lavoratori provenienti da altri territori. Viene fissato un limite di 38 ore settimanali di lavoro, e si chiede l'abolizione dei limiti di età pensionabile. Si aboliscono le trattenute sulla busta paga, salvo l'obbligo di versare un contributo a un Fondo di Solidarietà Padano. I lavoratori padani possono ottenere una tutela previdenziale e assistenziale utilizzando le offerte esistenti sul mercato.
In concreto, i dirigenti del SINPA hanno invitato i propri iscritti ad aderire agli scioperi dei sindacati metalmeccanici proclamati dai sindacati confederali. I sindacalisti leghisti hanno però criticato gli aumenti ottenuti perché insufficienti e hanno ribadito la richiesta di un contratto separato per la Padania con un salario operaio aumentato del 50%. Il Governo Provvisorio Padano ha preparato un progetto per abolire il sostituto d'imposta, promettendo che "la busta paga padana varrà il doppio".
Il sindacato leghista ha ottenuto il diritto a partecipare alle vertenze aziendali sottoscrivendo il contratto nazionale dei lavoratori degli enti locali ed è riuscito a partecipare sinora alla contrattazione in 18 aziende.
Restano però difficoltà notevoli per un reale radicamento nei contesti aziendali. I dirigenti del SINPA dichiarano un'adesione di 45.000 lavoratori e una presenza in 300 fabbriche, una quota minima rispetto agli operai e agli impiegati che hanno votato per il Carroccio. Il progetto di rappresentanza del mondo della piccola impresa elaborato dalla Lega riceve però adesioni soprattutto sul piano politico-elettorale: nelle aree in cui prevale il modello produttivo della piccola impresa radicata nella comunità locale e collegata a rete il Carroccio è riuscito a diventare il principale referente politico della società locale. Ma anche i lavoratori e gli imprenditori che hanno votato per la Lega preferiscono di regola affidare la rappresentanza dei loro interessi ai sindacati e alle associazioni di categoria tradizionali.

© il Saggiatore 1997