Introduzione
Percorsi verso la libertà
 
Diffusa nella maggior parte del mondo antico, la schiavitù ha assunto forme diverse nel corso dei secoli e a seconda delle civiltà. Le condizioni degli schiavi variano notevolmente, ad esempio, da quelle durissime imposte dalla costituzione spartana a quelle relativamente migliori dell'impero romano, che prevedevano la possibilità di un riscatto.
In ogni caso, nell'antichità e per tutto il medioevo sono poche le voci che si levano contro la schiavitù come istituto sociale; la più autorevole quella di Aristotele, che tuttavia, quando si dilunga sull'argomento, nella Politica, non esprime una vera condanna, ma si limita a invocare un trattamento più umano.
E in effetti le condizioni degli schiavi migliorarono un po' ovunque nei secoli successivi, anche grazie alla diffusione del cristianesimo. La schiavitù, tuttavia, non venne mai abolita ma assunse forme diverse, come la servitù della gleba in epoca medioevale, per registrare un'impennata con l'espansione del mondo moderno. A partire dal XV secolo, infatti, e per tutti i tre secoli successivi, gli imperi coloniali resero necessarie grandi quantità di manopera da adibire ai lavori più pesanti e ingrati. Con lo sviluppo delle grandi piantagioni nel Sudamerica, iniziò poi l'importazione massiccia di schiavi dall'Africa, la pagina più pesante e drammatica nella storia della schiavitù.
A parte alcuni casi sporadici, bisogna arrivare all'illuminismo perché la schiavitù venga contestata apertamente sia sul piano morale che su quello sociale e venga difeso il principio della libertà di ogni essere umano. Sull'onda di queste idee, il primo paese ad abolire per legge la schiavitù è la Francia rivoluzionaria, nel 1791, che tuttavia la ripristinò negli anni successivi.

E' comunque nella prima metà del XIX secolo che la maggior parte degli stati promulgano leggi contro la schiavitù e la tratta di schiavi, ultimi in ordine di tempo gli Stati Uniti, nel 1865, la Spagna nel 1870 e il Brasile nel 1888.
Il primo trattato internazionale che riguarda la schiavitù è la del 1926, promulgato dalla Società delle Nazioni e ripreso nella Dichiarazione dei diritti umani del 1948. [Articolo 4: "Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma."]
Questi i passi storici fondamentali. Finora si è parlato però di schiavitù in senso stretto, che contempla la proprietà dell'uomo su un altro uomo e da qui il diritto di decidere della sua vita. Ma nell'ultimo cinquantennio ricorrenti denunce provenienti da diverse fonti testimoniano che la schiavitù, lungi dall'essere scomparsa dal mondo contemporaneo, ha assunto altre forme, spesso più difficili da sradicare. Da qui la necessità di una seconda Convenzione, promulgata dall'Onu del 1956, che condanna anche tutte le pratiche affini allo schiavismo.
Da allora le denunce non sono cessate e si moltiplicano gli appelli dalle organizzazioni umanitarie perché si intervenga contro queste pratiche; spesso però le pressioni fatte sui singoli stati non risultano efficaci, dato che esistono degli osservatori ufficiali, ma non una vera commissione di controllo.

Lavoro coatto, vendita di donne, bambini e prigionieri di guerra, servitù della gleba sono le forme più diffuse, ma nelle forme assimilabili alla schiavitù secondo la convenzione del 1956, rientrano anche anche il prestito su pegno e l'usura - in quanto spesso conducono a un obbligo illimitato e sproporzionato alla natura del debito nei confronti del creditore - o la speculazione e il traffico su persone che vogliono emigrare dalla loro patria.
I soggetti più esposti sono da sempre quelli più deboli, quindi bambini, donne - i cui diritti non sono adeguatamente difesi in molti paesi -, minoranze etniche, popolazioni ridotte all'estrema povertà. Vere e proprie forme di schiavitù sopravvivono poi in alcuni paesi in guerra, dove i prigionieri vengono venduti e i civili costretti a lavorare come schiavi. Uno degli stati sotto accusa in questo senso è il Sudan, dove imperversa ormai da anni una guerra civile che ha sovvertito qualsiasi ordine legale. Ma altre accuse arrivano anche dalla Mauritania, mentre in altri paesi, come Algeria e Nigeria, sopravvive ancora l'usanza di costringere le donne al matrimonio o ridurle alla schiavitù sessuale.
In condizioni affini alla schiavitù vivono anche le donne obbligate alla prostituzione in tutto il sudest asiatico, uomini e donne costretti al lavoro coatto in Brasile, Burma, Repubblica Dominicana, Punjab, e infine i bambini che lavorano - spesso senza alcun compenso - nella fabbricazione dei tappeti, nelle fornaci per mattoni, nell'agricoltura o come domestici, in Pakistan, India e Bangladesh. La piaga del lavoro infantile, infatti, diffusa soprattutto nei paesi poveri, assume spesso i caratteri della schiavitù ed è associata a varie forme di violenza.

Gli organismi internazionali che si occupano di tutti questi problemi hanno una forte presenza sulla rete, di cui sfruttano le potenzialità interattive lanciando campagne e raccogliendo adesioni. A questi siti si aggiungono gli archivi storici, quelli che contengono i documenti ufficiali e quelli di molte associazioni religiose. Insomma, il materiale è tantissimo e vario. Ma anche qui, attenzione ai fanatici: c'è chi, partendo da una condanna della schiavitù, lancia una campagna contro l'aborto; e può capitare che, digitando "slavery" con alcuni motori di ricerca, ci si imbatta solo in siti a luci rosse.
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