La rivolta della Amistad
 
Guerra, conquista e violenza hanno generato lo schiavismo, e saranno la necessità di stato e la legge interna di autoconservazione ad appoggiarlo e perpetuarlo. Dice forse questo la DICHIARAZIONE?
La DICHIARAZIONE afferma che ogni uomo è "dotato dal suo Creatore di alcuni diritti inalienabili", e che "tra questi diritti vanno annoverate la vita, la libertà e il conseguimento della felicità". Ebbene, se questi diritti sono inalienabili, essi sono pure incompatibili col diritto di un vincitore di togliere la vita al suo nemico in guerra o di risparmiargliela facendolo schiavo.

John Quincy Adams


Il titolo dell' edizione italiana del libro trae origine dall'evento che vide la nave spagnola Amistad sequestrata dai 53 schiavi neri che vi erano trasportati nell'estate 1839, al largo dell'isola di Cuba. Il titolo originario del volume, apparso negli Stati Uniti nel 1988, è Echo of Lions, ma sicuramente la causa di plagio intentata dalla scrittrice Barbara Chase-Riboud a Spielberg per il film Amistad in uscita sugli schermi italiani, ha giocato a favore di questo già pubblicizzato titolo.
L'evento è storico, non creato dalla fantasia della Chase-Riboud: questa è la linea difensiva di Spielberg nella causa che lo vede coinvolto. I fatti narrati, soprattutto certe parti di pura fantasia, rispecchiano in modo assolutamente identico quanto scritto nel libro: questa è la motivazione della scrittrice nell'intentare causa al famoso regista. Chi abbia ragione o torto lo deciderà la magistratura, in ogni caso il fatto di cronaca ha suscitato un chiaro interesse giornalistico intorno a questo libro che esce nelle librerie prima dell'apparizione del film nelle sale cinematografiche italiane.
Se il 1988 è l'anno dedicato all'attenzione per i diritti umani violati, l'argomento di Amistad sicuramente si presta a turbare le coscienze di quanti vedono nello schiavismo la radice di tante forme di razzismo dei nostri giorni. Uomini trattati come animali, incatenati in fondo a una nave, cercano il riscatto e la libertà con ogni mezzo. Ma la giustizia dei bianchi decide che non può accettare tutto ciò: si intenta un processo, la pena prevista per l'insurrezione è quella capitale. Ma anche all'interno del mondo dei bianchi, c'è chi pensa ad una società di esseri umani uguali e con pari dignità, al di là del colore della loro pelle. Inizia la battaglia degli abolizionisti: John Quincy Adams, la moglie Louise e molte altre persone presentano una petizione antischiavista, il più famoso pittore d'America John Trumbull e lo scrittore Washington Irving si schierano al loro fianco. Ma la guerra contro la schiavitù è davvero lunga e la vittoria non è scontata.
Il romanzo e la vicenda storica hanno un lieto fine, anche la vicenda d'amore trionfa, ma la morte, la sofferenza, il peso delle responsabilità e l'angoscia per un difficile futuro rimangono a indicare che la strada da percorrere perché la civiltà, l'autentica civiltà, si affermi è piena di ostacoli e spesso pericolosa, ma che vale la pena di percorrerla.


La rivolta della Amistad di Barbara Chase-Riboud
Titolo originale: Echo of Lions
Traduzione di Maurizio Donati
Pag. 408, Lit. 32.000 - Edizioni Piemme
ISBN 88-384-3143-4

Le prime righe

LA TERRA DEI MENDE
Gennaio 1839


L'eco dei leoni risuonava tra i monti freddi e impervi, e il cielo nero dell'inverno risplendeva con le sue costellazioni, riflesse fedelmente dal fiume lesto e nervoso che lambiva il campo. La stella più luminosa era Konunqui, che luccicava a est, mentre l'immobile Ndeloi e l'ardente Sokolequli brillavano come altari di fuoco proprio al centro della volta del cielo. Oggi è il giorno del processo. I tamburi avevano tatuato le parole nella sua coscienza e lo avevano svegliato. Sengbe Pieh si alzò dal calore di Bayeh Bia. Era la prima volta che dormiva con sua moglie da quando era nato suo figlio. Bayeh Bia era tornata da casa dei suoi genitoridove aveva vissuto per quasi due anni, allattando il loro unico figlio. Il congiungimento con una donna allattante era un rigido tabù. Erano in gioco la salute, il carattere e perfino la vita del bambino. Ma finalmente, sua moglie era tornata insieme a Gewo, che adesso dormiva nella sua amaca sospesa sopra il loro letto: un bambolotto grasso color noce di galla di una bellezza tale che Sengbe Pieh passava ore intere soltanto a guardarlo. Il nome Gewo gli era stato dato quattro giorni dopo che era nato. Lo aveva portato fuori di buon mattino, giusto al sorgere del sole, e, voltosi a est, aveva sputato in faccia al bambino dicendo: "Rassomigli a Lui in tutti i Suoi modi e in tutti i Suoi atti perché è il Suo nome quello che porti". Poi, il giovane padre era scoppiato a ridere. Gli aveva messo nome Gewo, Dio. Che bel nome per un uomo! La seconda moglie, che aveva preso da quando Bayeh Bia si era separata da lui, dormiva adesso in una stanza a parte, era in attesa di un figlio e sarebbe presto partita per raggiungere la sua famiglia. Tau già portava il campanello attaccato al suo lappa per tenere lontani i bianchi spiriti maligni. Si portava sempre appresso un coltello, perché, essendo incinta, era considerata una guerriera, e se fosse perita nel parto, era come se fosse morta in battaglia.

© 1998, Edizioni Piemme Spa

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