dicembre
di Nicoletta Vallorani
 

 
(Nicoletta Vallorani, Cuore meticcio, pp.65-75, Marcos y Marcos 1998

Le persone sono nascoste dentro i corpi come la crema nei bignè: finché non ci dai un morso non scopri che gusto ha. Ma per come la vedo io, dopo il primo assaggio, il bignè devi finirlo comunque. Non si lasciano avanzi per nessun motivo.
Daria ha gli occhi distanti e la bocca un po' grande. Tende a tirar fuori la lingua, ma ha imparato a controllarsi, ed è bravissima. Ha vent'anni, capelli castani tagliati a caschetto, un cane labrador e un corpo sottile ma solido. La prima volta che mi ha vista, poco più di un anno fa, mi si è avvicinata e si è messa a fissarmi. Dopo una decina di minuti ha detto: "OK. Buono". E mi ha abbracciata.
Siamo diventate amiche in un nanosecondo, e questo ha fatto un gran bene anche alla mia amicizia con Lupin.


Certe volte, col suo labrador di nome Alt, andiamo insieme al parco Trenno a cercare le siringhe dei tossici per buttarle nei cestini, fuori dalla portata dei piccoli. Lei ha dita infallibili e un silenzio scenografico. Io le racconto sempre quello che faccio nel mio lavoro di spazzina e lei mi ascolta come se quello fosse davvero ciò che io credo che sia: uno dei mestieri più importanti del mondo. Di tanto in tanto, si ferma ad accarezzare il cane, che, col nome che si ritrova ed essendo molto ben addestrato, si blocca come una sfinge ogni volta che si sente chiamare. Una volta, un signore tutto inamidato ma con l'aria molle di un pesce d'allevamento ha tentato di essere gentile con lei e le ha detto: "Oh, guarda. Hai un labrador come il mio. Sono cani bellissimi, ma essenzialmente stupidi".
Daria lo ha fissato e ha detto l'unica frase completa che io le abbia mai sentito pronunciare. "Sarà stupido il suo. Il mio è intelligentissimo".

Daria ha occhi neri come piccole biglie di vetro. Uno sguardo profondo che scava nei posti dove tieni nascosti i tuoi segreti. E quando ha scavato per bene decide se sei buono o no.
Daria è un contatore geyger dell'affettività.
Certe volte, io e Lupin la usiamo nelle indagini per farci un'idea dell'affidabilità di un cliente che ci promette soldi buoni per un lavoro facile. Come ho detto, non sbaglia mai. Al massimo, può essere indecisa, ma se non capisce quello che sente, non si espone. Quando il cliente potenziale se n'è andato fa cenno di no con la testa.
Daria ama perdutamente Mossàd, la granita di albicocche, il suo cane Alt, il sapone che fa le bolle, l'odore della benzina e Lupin.
Sua madre dice che l'ha fatta a quarantaquattro anni con l'energia che le è avanzata, perché non voleva sprecare niente. E noi troviamo che sia stata una buona idea.
Daria adora i temporali, l'acqua di mare, le scale di casa mia, i capelli di nonna Psycho.
Farebbe volentieri a pezzi Mossàd perché ricambia il suo amore con una sincera amicizia. E io sono d'accordo con lei.
Quando non c'è mi manca, anche se adesso che Lupin è a casa mia, la vedo più spesso di prima. Siamo amiche: questo è tutto.

La seconda volta che la vidi, pensai che il problema principale fosse sapere come comportarsi. Uno s'immagina sempre che ci sia un modo giusto di prenderli, diverso da quello che usi con tutte le altre persone.
Daria mi fissò per la mezz'ora buona che passai a cercare di comunicare con lei, mentre Lupin leggeva un fumetto di Corto Maltese. Poi indossò un'espressione distante, mi voltò le spalle e se ne andò nell'altra stanza.
"Ho fatto qualcosa di male?" chiesi ansiosa. Non mi ero mai sentita così umiliata. "Come? Ah, non so".
"Mi sei di grande aiuto".

La terza volta che la vidi ero ancora più tesa e le avevo portato un regalo: un gioco troppo stupido persino per me. Daria lo guardò senza neanche prenderlo in mano, mi rivolse il solito sguardo disgustato e mi rivoltò le spalle.
"Qui non si procede".
Stavolta, Lupin si stava preparando il tè, operazione che le richiedeva tutta la sua concentrazione.
"Quanti minuti?"
"Meno della volta scorsa. Credo che non abbia resistito per più di due".
"Il tè?"
"No. Tua sorella. Come devo fare?"
"Non so, Libra. Non hai mai frequentato ragazzine, finora?" La quarta volta, mi ero preparata un discorso e delle battute, ma Daria mi guardò in faccia e non mi lasciò neanche cominciare a parlare. Prese il cane Alt e uscì.
Anche la quinta volta andò più o meno così. Lupin cominciava a guardarmi con compatimento, e io ero un frullato di frustrazione. "Senti, ma non ti puoi comportare normalmente? Guarda che Daria è una persona, non un dinosauro".
"Non lo so. Ma non è..."
"OK. E'- down. Che altro vuoi sapere?"
"Non ti secca parlarne, Lupin?" "No. E mia sorella".
"Ma..."
"E' come un dolore di sottofondo".
E versò il tè. Stavolta, era venuto giusto.

Un dolore di sottofondo.
Cicoria, mi senti? Ti faccio male? Parla!
E questo affare non riesco a infilarlo. Del resto, me l'ha detto il veterinario: "Signora, lei non ha le mani d'oro, e poi mettere il catetere a un cane non è proprio una fesseria".
Mi piace il mio veterinario perché non ha peli sulla lingua.
"Lo facciamo abbattere, dottore?"
"Perché, lei lo farebbe abbattere un suo amico? Solo perché ha un cancro?"
"No. Credo di no".
"OK. Mi pareva".
"E allora, che faccio, dottore?"
"Sono cazzi acidi. Ma se vuole le insegno".
"Soffrirà, dottore?"
"Certo. Come una persona con il cancro. Veda un po' lei".

Cominciai a soffrire d'insonnia. Mi svegliavo presto anche quando non avevo il turno, e non sapendo cosa fare in una casa di dormienti, uscivo. Andavo al parco Trotter annebbiata dalla disperazione, nel tentativo di sollevare il morale a Ugo, che stava appassendo nell'impossibilità di aiutare il suo amico. In una di quelle occasioni, conobbi MrMagoo.
Mi ricordo che una volta, alle sei e mezza del mattino, ero seduta su una panchina, con Ugo davanti, che mi fissava come se potessi rispondergli qualcosa sulle condizioni di Cicoria. E io non sapevo che dirgli.
"Si sta male quando se ne va un amico, eh?"
Mi voltai e mi trovai a fissare un tizio piccoletto, quasi calvo e con occhietti minuscoli dietro lenti così spesse da sembrare quelle di un binocolo. "'ngiorno, Magoo" feci, senza riuscire a controllarmi.
"Lo dicono tutti" commentò lui. "Quasi quasi, mi sono convinto anch'io di chiamarmi così".
Secondo me, senza occhiali non vedeva niente, il che nella vita può anche essere un vantaggio. Aveva una faccia discreta, un sorriso bonario e un cane rossiccio tipo volpino accovacciato ai suoi piedi. "E lui come si chiama?" gli chiesi, sperando di avviare una conversazione che trascinasse i miei pensieri via da Cicoria, dal suo cancro e dai miei patimenti col catetere.
"Cagnolain".
"Che nome è?"
"Un nome inglese, no? Non le piace?" Non aspettò la mia risposta, che probabilmente non sarebbe arrivata. Invece si lanciò in una bella storia di cani: gente dura e bastarda, niente pedigree, un coraggio che ai 101 disneyani gli fa una sega. Mi disse che nella sua famiglia tutti avevano sempre avuto un volpino rossiccio. E siccome si trattava di una famiglia di emigrati, i volpini, per la maggior parte, erano stati americani. Tutti si chiamavano "Sani", che è la pronuncia americana di "Sonny", perché sa, signorina (o signora? No, no, signorina, signorina: è così giovane), questi americani storpiano sempre le parole che dicono, le allargano, è come se le facessero ingrassare anche quelle, come le persone. Comunque Cagnolain è un cane nobile. Discende da generazioni e generazioni di volpini rossicci, tutti uguali, tutti di nome "Sani". Sono il primo a scegliere un nome diverso. Il primo. Non è che avessi molte idee. Così ho pensato che Cagnolain era un nome abbastanza inglese. Che gliene pare?
MrMagoo si acquietò, fece una carezza a Ugo e concluse: "Lo porti a casa. Questo cane è triste" Poi si alzò in piedi e se ne andò. Senza un saluto. Tanto sapevamo che ci saremmo rivisti.

"Cicoria muore, zia?"
Michelle mi guarda con occhi rotondi e severi, lontana mille miglia dalle lacrime che non le ho quasi mai visto versare.
"Mi sa di sì" rispondo, e intanto continuo a vestirmi, perché ho deciso un'altra volta di portar fuori Ugo. A forza di alternarsi tra la veglia al suo amico morente e il servizio di vigilanza a Lupin e alla sua pancia ancora invisibile, gli sta venendo una faccia da guardia giurata. "Succede quando uno ha il cancro".
"Una bella sfiga. Sembrava quello più in forma, dei due. Credi che ti mancherà?"
Le mie dita incespicano nei bottoni della camicia a righe bianche e blu che, abbinata ai pantaloni fiorati, mi fa somigliare a una signora in pigiama. "Che domanda è? Certo che mi mancherà" Mi metto a raspare nervosamente sul comò e trovo una collana africana che tempo fa mi ha regalato Mossàd per il mio compleanno. Non sapendo cos'altro fare, me la metto al collo.
"Bella quella collana, zia" "Ti piace, Michelle? Quando muoio, te la regalo" Silenzio. Poi: "Zia, quando muori?"

Il funerale di Cicoria ci trovò perplessi. Mestizo imperversava a Pasteur sparando commenti a vanvera che nessuno era in grado di capire. Nessuno, tranne Michelle. "Flut menge sorry child buchungs aber duka la vitabu mestizo mbwa suq suq suq".
"Mi sembra una buona idea".
"Come sarebbe a dire, Michelle? Hai capito quello che ha detto?"
"Certo: dopo la morte del cane è necessario che Mestizo si dia da fare per costruire un bellissimo grandioso supersuq".
"Supersuq?"
"La versione araba del supermarket. E meglio".
"Farasi, nyumbu, frogs, ameisen, beetles bobby solo so so so. Mestizo kaufhaus magnifique et trè jolie. Wellen sie work para migo?"
"Dice se voglio fare la commessa per lui".
"Non se ne parla, Michelle. Secondo me, ti inventi tutto".
Intanto la pancia di Lupin cresceva impercettibilmente, accompagnata da un appetito che finalmente si avvicinava alla normalità. La sua vicenda coi morti ammazzati continuava ad avvelenarci le giornate a intermittenza, e a forza di starla a sentire avevamo imparato tutti come si può fare la festa a un moribondo senza che nessuno se ne accorga.
"Sofferenza miocardica con contusione del pericardio Una bella flebo con potassio cloruro e l'ischemia fulminante è assicurata. Cirrosi epatica? Basta assecondare l'emorragia interna. Sofferenze varie e assortite? Dacci dentro col Morfanest ed è fatta. Emorragia cerebrale? Quello è più complicato ma si può..."
"Lupin, piantala".
"Scusa, Libra. Mi sono distratta".
Paula era innamorata di uno dei pochi amici simpatici di sua madre, un filosofo di cinquantacinque anni che lei andava spesso a trovare. Nel frattempo navigava su Internet, mentre tutti noi, certe volte, ci auguravamo che ci affogasse. Angelica proseguiva imperterrita le sue immersioni, che si erano intensificate dopo la morte del cane. Ne conservava una foto nel suo pantheon privato, sulle mattonelle rosa del bagno di servizio. E Michelle continuava a guardare le notizie del telegiornale, commentando gli spargimenti di sangue con definizioni sempre più precise del tipo di lesione mortale che il cronista di turno inquadrava.
Insomma, la vita procedeva in modo più o meno normale. A parte la mia tristezza, un pozzo del quale facevo fatica a vedere il fondo.

"Una sbronza? Con l'Amaretto di Saronno? Mi viene da vomitare".
"lo l'ho fatto per tutta la sera, Mossàd. Mi sento un cencio".
"Non dirmi che non te lo aspettavi, ragazza mia".
"Grazie di essere venuto al funerale di Cicoria, però".
"Non c'è di che. A proposito, chi era quello col giubbotto lucido? Lo conosco?"

E così avevo conosciuto Scarafaggi.
Eravamo al bar Magenta e stavamo affogandoci a piacere in birre assortite e liquori d'altro genere. In qualche modo, era il funerale di Cicoria, incenerito quel mattino stesso e consegnato al paradiso dei cani, nel quale prima o poi avrei voluto finire anch'io.
Mossàd si era vestito in tiro, con pantaloni da ciclista neri, calzettoni neri fino alle ginocchia, una T-shirt con un disegno di Picasso sopra un golf nero col collo alto, per non morire di freddo, dato che si era a novembre inoltrato. Concentrato, ascoltava la voce roca e raspante di Glenda che singhiozzava fuori dagli altoparlanti in una versione rifatta di "Un cuore matto". Intanto, la Pyschononna, coperta di lustrini e con un bastone da majorette, stava esponendo la sua convinzione che i funerali italiani devono essere come quelli americani (cioè, allegri), mentre Michelle era già brilla e stava cercando di salire sul tavolo per cantarci una sua personale interpretazione dell'inno americano. Paula sopportava il dolore con la solita dignità senile e Angelica si era rifiutata di venire. Lupin, dopo aver chiesto birra analcolica per non nuocere al girino nella sua pancia, si fumava la terza Camel di fila; la nebbia ci stava avvolgendo tutti.
Fu allora che lo addocchiai.
Entrò. Non riesco a immaginare come riuscisse a vederci attraverso gli occhiali neri in un posto chiuso di sera, ma arrivò al banco senza grandi incertezze, con quella strana andatura pacifica e oscillante. Si parcheggiò lì e ordinò una birra.
Scura.
Vuotò il bicchiere e ci mise a fuoco, attraverso la foschia che ci circondava. E nella frazione di minuto in cui ci guardò fui subito sicura che mi aveva riconosciuto.
Sentii le budella che mi si attorcigliavano. E questa volta capii che non era una colica.

"Zia quello lì ti sta guardando".
"E allora? Chi se ne frega Michelle? E poi, con quegli occhiali neri..."
"Zia non è il tizio dell'altro giorno?"
"Quale?"
"Adesso glielo chiedi". Michelle partì canticchiando l'inno americano: Si parcheggiò di fianco al nostro eroe e cominciò a fissarlo.
"Che vuoi, microbo?"
"Ti ho visto in televisione".
"E che facevo?"
"Il cazzone pieno di fiocchetti. Rossi. Come uno scarafaggio gigante rivestito. Era per via dell'aidiesse?"
"Sicuro ho un saccco di acconciature tipo quella. Vestiti da scarafaggio".
"Scarafaggi diversi per ogni occasione?"
"Già. Vuoi una birra?"
"OK. Scura come la tua".
Il barista si rifiutò di servirglela per via della sua giovane età, ma l'uomo nero gliene offrì un po' dal suo bicchiere. Per dieci minuti buoni parlarono di blatte e di successi di Sanremo, , una delle incomprensibili passioni dell'uomo nero. Dopo, ormai completamente ubriaca, Michelle appoggiò una mano sulla spalla de suo compagno di bevute e disse: "Mi sa che tu piaci a mia zia. Se vieni te la presento, la cicciona". Saltò giù dallo sgabello e cominciò a farsi strada tra la folla e il fumo. Si voltò una volta sola, a mezzo metro dal tavolo. "A proposito, com'è che ti chiami?"
"Scarafaggi".
"Di cognome o di nome?" "Tutt'e due. Scarafaggi e basta".

Con delle nipoti così non hai bisogno di figli. Sono anticoncezionali naturali: ti fanno passare qualunque velleità materna. Ma non ti possono difendere dall'amore. Che, si sa, sboccia quando gli pare. E l'amore è cieco, sordo, muto e anche un po' tonto.
E quello che tenta di sostenere Lupin. Con scarso successo.
Siamo tornati dal funerale di Cicoria al bar Magenta, abbiamo passato una bella mezz'ora a cercar di convincere Ugo a mangiare qualcosa, e poi, ancora sbarellate dalle chiacchiere, dal dolore e anche dall'alcool (solo io, perché Lupin è stata del tutto analcolica), ci siamo accasciate tutt'e due nella simulazione di salotto di nonna Psycho, un locale temporaneamente trasfigurato nella stanza postmoderna di Lupin. Le suppellettili più stravaganti, bomboniere di nozze e di comunione che coprono i ricordi di almeno mezzo secolo, ci fissano impassibili da una serie di bacheche rudimentali allineate lungo i muri. Da qualche parte, dev'esserci anche la bomboniera di mia madre, ma non sono sicura di ricordarmi come sia fatta.
"Che significa interessante?" chiede Lupin. "L'hai visto una volta sola e già ti sembra interessante?"
"Allora non te lo ricordi" replico, un po' delusa.
"Certo che me lo ricordo. L'abbiamo conosciuto due ore fa".
. "Ma no, Lupin. Non te lo ricordi che l'abbiamo incontrato in quella clinica in Brianza? Quella dove ho scoperto che eri incinta".
Lupin fissa il vuoto davanti a sé e poi scuote la testa. "No".
"Era appena morta quella vecchietta ed erano tutti in giro come degli ossessi. C'era pure lui".
"Secondo me, ti sbagli" insiste la mia amica futura pancia.
M'inalbero, in parte perché sono ubriaca e comincio a rendermi conto dell'emicrania che avrò domattina andando a pulire la città, e in parte perché mi sembra di parlare con una che non si è mai innamorata. Il che, date le sue attuali condizioni e la sua parziale spiegazione della vicenda, mi pare piuttosto improbabile. "Non mi sbaglio per un cazzo" commento. "Mi era pure rimasto antipatico" Mi aggiusto meglio sul divano e assumo un'espressione sognante. Solo in un momento transitorio di lucidità prendo coscienza di quanto sono imbecille, ma poi passa. E ricomincio a sentirmi l'anima leggera e saltellante e gli occhi lucenti. "L'ho visto anche un'altra volta. In televisione. C'era quel servizio sul fotografo gay che è morto".
"Ecco, vedi?" incalza Lupin. "Come minimo, porta sfiga. Certo, vestito così..."
"Ehi, Lupin, mi sa che in fatto di vestiti è meglio che non ci sbilanciamo".
"OK. Resta il fatto che non lo conosci nemmeno. Potrebbe essere un pazzo pericoloso. Un ladro, un assassino, uno stupratore, un negro".
"Lupin, ma che dici?"
"Certo, un negro no. Magari cinese..."
"E' la prima volta che mi capita".
Lupin non mi sente neanche e se ne va diritta per la sua strada, lanciata nel comizio. "Sempre con quegli occhiali. Lo sai che non se li è tolti neanche una volta? E la mania di dipingersi una lente con lo smalto per unghie. Che era quel disegno? Non si capiva niente".
"Falce e martello".
"Ci mancava anche questa. Un comunista. Proprio adesso che sono incinta".
"Lupin, i comunisti non mangiano i bambini!".
"Ah, no? E da quando?"
"E il comunismo non esiste più".
"Per questo non si può più essere sicuri di chi siano i cattivi".
"Dai, Lupin, è la prima volta che m'innamoro".
"E poi, non ha nemmeno un nome".
"Perché, Parilu a te ti pare un nome?"
"Che ha che non va? E poi non farmi innervosire: sono una donna incinta".
"Be', comunque si sta bene" concludo. "A innamorarsi, cioè". Proprio allora il mio sguardo incrocia due pupazzi di plastica, lui e lei, vestiti a festa e sormontati da una corona di trine rosa: la guarnizione della torta di nozze di mamma.
Il mio cuore balbetta. E anch'io non parlo un granché.

© Marcos y Marcos 1998

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